Il collaboratore di giustizia parla del ruolo che avrebbe avuto l’esponente degli “zingari” di Cosenza nell’evento omicidiario consumatosi a San Demetrio Corone
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L’omicidio di Massimo Speranza, alias il “Brasiliano” torna d’interesse investigativo con il deposito in udienza preliminare, da parte della Dda di Catanzaro, dei verbali resi dal collaboratore di giustizia Luigi Berlingieri, indicati dall’accusa tra gli atti a sostegno della ricostruzione investigativa sul delitto di ‘ndrangheta consumatosi a San Demetrio Corone. Si tratta di dichiarazioni accusatorie che chiamano in causa altri soggetti e che, proprio per la loro natura, vanno lette nel perimetro del procedimento in corso, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.
Il contenuto dei verbali depositati dalla Dda
Nei verbali prodotti all’udienza preliminare, Berlingieri ripercorre anzitutto il proprio ruolo all’interno del gruppo criminale di riferimento e i rapporti con le due componenti che, secondo il suo racconto, operavano nel Cosentino.
In un primo passaggio mette a verbale di aver «fatto parte di un gruppo criminale insieme a Giovanni Abruzzese, Franco Bruzzese, Carlo Lamanna, Daniele Lamanna e altri ancora sui quali vi riferirò nel dettaglio successivamente. Voglio anche dire che esisteva anche un altro gruppo composto in particolare da Francesco Patitucci, Renato Piromallo e Roberto Porcaro. Anche su questo gruppo riferirò nel dettaglio successivamente. Posso però anticipare che tra i due gruppi esisteva un accordo in base al quale i proventi delle attività illecite commesse da entrambi i gruppi, in particolare estorsioni e spaccio di sostanze stupefacenti, venivano suddivisi nei seguenti termini: 60% al gruppo degli italiani e 40% al gruppo degli zingari; anche sui rapporti dei due gruppi e sulla gestione delle attività illecite riferirò nel dettaglio successivamente». Un tema investigativo già accertato nel processo Reset, dove lo stesso Berlingieri è stato assolto dal reato associativo.
Subito dopo il pentito aggiunge: «Durante il periodo in cui ho fatto parte del gruppo degli zingari mi sono occupato di rapine portavalori e di omicidi», mentre in un altro verbale sostiene inoltre di avere mantenuto un ruolo di rilievo anche dopo la fase più cruenta della guerra di mafia cosentina. «Finita la stagione degli omicidi, dal 2004/2005 circa ho svolto l’attività di carrozziere presso l’officina di un soggetto estraneo all’associazione ‘ndranghetista. Tuttavia, fino alla data del mio arresto, avvenuto nel novembre del 2018, ho continuato a far parte dell’associazione in qualità di membro storico dello stessa come Giovanni Abruzzese detto “u cinese” e Franco Abbruzzese detto “dentuzzo”. In particolare, continuavo ad essere informato su tutti gli affari illeciti del gruppo sia da esponenti storici del gruppo degli italiani come Michele Di Puppo, Mario Piromallo, Francesco Patitucci, sia da esponenti del gruppo degli zingari e, in particolare, Luigi Abbruzzese e Antonio Abbruzzese, appartenenti alla famiglia dei “banana”. Inoltre, percepivo dall’associazione composta sia dagli italiani che dagli zingari somme di denaro di importo variabile a seconda del periodo e dei guadagni illeciti percepiti in quel momento. Rimanevo, in altri termini, un referente storico importante per il gruppo anche in ragione della mia caratura criminale che era nota a tutti».
Le dichiarazioni sull’omicidio di Massimo Speranza
Il cuore dei verbali riguarda però l’omicidio di Massimo Speranza, che Berlingieri collega alla figura del giovane soprannominato il “Brasiliano”. In un passaggio riferisce: «Speranza» sarebbe stato ucciso da Eduardo Pepe (defunto, ndr), «su mandato di Giovanni Abruzzese, detto u cinese. La ragione per cui ne fu decisa l’eliminazione è che Giovanni Abruzzese iniziò a pensare che lui potesse fare il doppio gioco con gli italiani. Ho appreso queste notizie direttamente da Giovanni Abruzzese», dice in un interrogatorio davanti a inquirenti e investigatori antimafia.
Sullo stesso punto, in un verbale successivo, torna a collegare il nome di Speranza al soprannome con cui sarebbe stato conosciuto nell’ambiente criminale: «Questa vicenda mi è stata raccontata dallo stesso Giovanni Abruzzese che, peraltro, mi diceva di essere dispiaciuto per aver fatto uccidere il brasiliano che era un ragazzo di giovane età, tra i 20 e i 22 anni. Tale omicidio avvenne nel 2001. Ricordo anche che il brasiliano frequentava spesso casa di Giovanni e Giovanni Abruzzese gli cedeva sostanze stupefacenti». Poi in sede di rilettura precisa: «Le sostanze stupefacenti che Giovanni Abruzzese cedeva al brasiliano erano di tipo marijuana».
«Sulle ragioni per le quali Giovanni Abruzzese decide di farlo ammazzare non so quali siano state queste ragioni specifiche. Questo ragazzo veniva chiamato “il brasiliano” perché era scuro di carnagione e ricordo che aveva una sorella». Ma ancora una volta in sede di rilettura precisa: «Come ho riferito in occasione del precedente interrogatorio in realtà la ragione per la quale Giovanni Abruzzese decise di eliminare lo Speranza era che temeva la possibilità che questo ragazzo in quanto giovane potesse fare il doppio gioco con gli italiani, ovvero con Patitucci, Piromallo, riferendo loro informazioni sul nostro gruppo».
Il racconto sul contesto e sul movente indicato dal collaboratore
Berlingieri inserisce il delitto nel clima di sospetto permanente che, a suo dire, caratterizzava quegli anni. In uno dei verbali depositati afferma: «Ricordo di aver appreso dell’uccisione del brasiliano circa un anno dopo, mentre mi trovavo con Giovanni presso l’abitazione», afferma il pentito Luigi Berlingieri, «che si trovava, non ricordo esattamente, se a Cerignola o a Canosa. Questo ragazzo nell’ultimo periodo frequentava casa di Giovanni: vi si recava per fumare qualche canna e proponeva spesso a Giovanni di essere coinvolto in rapine ai portavalori». E ancora una volta precisa: «Le rapine in cui chiedeva di essere coinvolto il brasiliano erano rapine alle banche e non ai portavalori o in altre attività simili di cui Giovanni all’epoca si occupava. In quegli anni la situazione della criminalità cosentina era molto complessa e pericolosa. Erano gli anni in cui esisteva una forte contrapposizione tra il nostro gruppo e quello degli italiani. Questa situazione di costante tensione e conflitto portava tutti ad essere molto sospettosi gli uni contro gli altri; bisognava essere molto attenti, soppesando ogni singola parola, il modo in cui si parlava».
Nello stesso solco si inserisce un ulteriore brano nel quale il collaboratore spiega come, a suo dire, maturò il sospetto sul giovane ucciso: «Era un periodo in cui si poteva essere ammazzati per niente. Al ragazzo soprannominato il brasiliano difatti è accaduto proprio una cosa del genere. Giovanni Abruzzese detto, “u cinese”, ad un certo punto si convinse che questo ragazzo potesse costituire per lui una minaccia in quanto temeva che potesse rivelare informazioni sul suo conto ad altre persone ed in particolare a soggetti facenti parte del gruppo degli italiani, quali Francesco Patitucci, Renato Piromallo, Mario Gatto ed altri. Ricordo che, addirittura, in un’occasione mi raccontò che temeva che allorché, com’erano soliti fare, lui e il brasiliano si fossero recati in Sila a fare una passeggiata il brasiliano potesse tendergli un agguato e farlo ammazzare. Provai a spiegare a Giovanni il mio punto di vista rispetto al brasiliano, dicendogli che secondo me questo suo timore non era fondato, in quanto si trattava solo di un ragazzo. Tuttavia, quando circa un anno dopo la sparizione del brasiliano, Giovanni mi rivelò che il brasiliano era stato ammazzato la notizia non mi sorprese poiché sapevo bene, conoscendo Giovanni, che quando lui si convinceva di una cosa era impossibile fargli cambiare idea. Non sono a conoscenza di altri particolari di questo omicidio in quanto le informazioni le ho apprese da Giovanni e non ho preso parte alle fasi esecutive».
Il passaggio sulle decisioni sugli omicidi
Tra gli atti depositati figura anche un ulteriore verbale in cui Berlingieri si sofferma sul livello decisionale interno al gruppo. Il collaboratore dichiara: «Voglio precisare che sono a conoscenza di tutte queste informazioni sugli omicidi perché all’interno del gruppo a decidere chi doveva essere ammazzato eravamo io e Giovanni Abruzzese», mentre in sede di rilettura precisa che «a prendere decisioni sugli omicidi, oltre a me e Giovanni Abruzzese, era anche Carlo Lamanna».

