Sentenza della sesta sezione penale della Cassazione per un troncone dell’operazione Overing della Dda di Catanzaro e dei carabinieri del Ros contro il narcotraffico internazionale di cocaina. Il verdetto arriva dopo un precedente annullamento con rinvio ad opera della stessa Cassazione che aveva ordinato un nuovo processo di secondo grado. Questa la sentenza della Corte di Cassazione con le seguenti pene definitive: 8 anni e 8 mesi di reclusione per Domenico Cino, di 73 anni, di Spilinga; 14 anni e 10 mesi di reclusione per Fabrizio Cortese, 54 anni, di San Gregorio d’Ippona ; 7 anni e 2 mesi per Francesco Cortese, di 57 anni, pure lui di San Gregorio d’Ippona; assoluzione perché il fatto non costituisce reato per Salvatore Jacopetta, 68 anni, di Gioiosa Jonica (nei suoi confronti l’assoluzione in appello era stata appellata dalla Procura Generale di Catanzaro). I ricorsi degli imputati sono stati ritenuti dalla Cassazione infondati e per questo rigettati.

I ruoli secondo la Cassazione

Il processo in primo grado si era svolto dinanzi al gup distrettuale con il rito abbreviato e da qui lo sconto di pena di un terzo per gli imputati, tutti accusati di aver importato diversi chili di cocaina nel territorio italiano dal Sud America con un accordo fra vibonesi e reggini per la ripartizione dei ruoli e la suddivisione dei guadagni. L’operazione era stata condotta dal Ros di Catanzaro e nasceva da un troncone della più nota operazione “Decollo” del 2004. La raffineria per la cocaina - di proprietà di Domenico Cino – era stata scoperta in un casolare di campagna a Panaia di Spilinga. All'interno del sodalizio, Fabrizio Cortese avrebbe invece rivestito il ruolo apicale di organizzatore.
Il gruppo, con “base decisionale e operativa nel Vibonese, aveva a disposizione un locale garage munito di computer per le comunicazioni telematiche, oltre al casolare di Panaia di Spilinga per custodire e raffinare lo stupefacente”. In tale contesto Fabrizio Cortese ha acquistato sostanza stupefacente in Sud America, spesso recandosi direttamente sul posto o anche per il tramite di Domenico Trimboli, considerato il "vero valore aggiunto del gruppo". Il Trimboli, infatti, dimorando stabilmente in Colombia, era in grado di intavolare direttamente le trattative con i cartelli sudamericani. In tal modo, lo stupefacente arrivava in Italia, spesso direttamente in Calabria, per poi essere destinato allo smercio. Domenico Cino si sarebbe invece non solo occupato di smerciare lo stupefacente ma, almeno in una occasione, aveva condotto direttamente e in prima persona le trattative in Sud America per l'acquisto di cocaina per conto del gruppo ed aveva, inoltre, posto a disposizione del sodalizio il casolare di Panaia per nascondere e raffinare la droga”.
Francesco Cortese “coadiuvava infine stabilmente il fratello Fabrizio: spesso durante la permanenza del predetto in Sud America ne faceva le veci, attuandone le direttive e gestendo la delicata fase di incasso del denaro. Al gruppo italiano, che era quello più "popoloso", si affiancavano le compagini colombiana e venezuelana nonchè quella albanese: ognuno di questi gruppi si muoveva in sinergia e operava in stretta collaborazione”.
Nel corso delle indagini, i carabinieri del Ros erano arrivati a sequestrare sino a 600 chili di cocaina, sbarcata in diversi porti, fra i quali anche quello di Gioia Tauro. Altri imputati sono stati invece giudicati e condannati nel processo che si è svolto con rito ordinario e fra loro pure alcuni narcos colombiani. Nel corso del processo si era poi registrata la collaborazione di Domenico Trimboli, noto come “il boss dei due mondi” del narcotraffico, nato a Buenos Aires ma con la famiglia originaria di Natile di Careri, nella Locride. Si tratta di uno più grandi «broker» della ‘ndrangheta calabrese al mondo che ha movimentato tonnellate di cocaina.
Nel troncone del rito ordinario, celebrato invece in primo grado dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia, figurava tra gli imputati anche Bruno Fuduli di Filandari nei cui confronti la Dda di Catanzaro aveva avanzato la condanna a 15 anni di reclusione per narcotraffico internazionale (tentativo di importare dalla Colombia un ingente quantitativo di cocaina). Al termine del processo, Bruno Fuduli difeso dall’avvocato Maria Nellina Spataro – è stato però assolto il 28 maggio 2018. Bruno Fuduli - già collaboratore di giustizia ed ex agente sotto copertura del Ros nell’inchiesta “Decollo” del 2004 – si è poi tolto la vita il 18 novembre 2018 nella sua Filandari. Un gesto estremo per il 57enne fuoriuscito per sua scelta dal programma di protezione dopo essere stato arrestato nel dicembre del 2010 nell’operazione antidroga denominata “Overloading” e dopo aver manifestato – anche platealmente – il proprio disagio contro uno Stato dal quale si sentiva da tempo abbandonato.