Resta impunito il tentato omicidio di Giuseppe Pugliese Carchedi, avvenuto il 19 febbraio 2005 a Vibo Valentia. Dalle motivazioni della sentenza in abbreviato relativa all’operazione antimafia denominata “Portosalvo” è possibile ripercorrere il percorso logico-giuridico seguito dal giudice Gilda Romano per arrivare alle assoluzioni di Nazzareno Felice, 65 anni, di Piscopio (la Dda aveva chiesto 12 anni) e Gregorio Gasparro, 55 anni, di San Gregorio d’Ippona (anche per lui erano stati chiesti 12 anni). Gregorio Gasparro è stato difeso dagli avvocati Gabriella Riga e Giusida Sanseverino, mentre Nazzareno Felice era assistito dagli avvocati Sergio Rotundo e Gianni Puteri. Per il tentato omicidio si trova invece sotto processo con rito ordinario Michele Fiorillo, alias “Zarrillo”, di Piscopio (assistito dall’avvocato Diego Brancia). Il giudice ricorda che il medesimo fatto di sangue aveva fatto registrare delle archiviazioni già con l’operazione “Outset”, ma nuove dichiarazioni dei collaboratori di giustizia hanno riaperto le indagini. Secondo l’originaria ipotesi accusatoria, al tentato omicidio (19 febbraio 2005 a Vibo Valentia) avrebbero preso parte anche Davide Fortuna (poi ucciso in spiaggia a Vibo Marina nel luglio del 2012) e Rosario Mantino di Vibo Marina (deceduto per atto autolesionistico in carcere). Giuseppe Pugliese Carchedi – poi ucciso in altro agguato nell’agosto 2006 lungo la strada che collega Pizzo a Vibo Marina – era un soggetto che, si legge in sentenza, “combinava vari ‘guai’ nella zona di Piscopio, inviso quindi a molti. Fra le sue azioni poco convenzionali c’era il dato che, nonostante fosse ufficialmente fidanzato con la figlia di Vincenzo Barba, alias il Musichiere, soggetto di vertice della ‘ndrina Lo Bianco-Barba operativa sulla città di Vibo Valentia, aveva avviato una parallela relazione una figlia di Nazzareno Felice, alias Il Capo, soggetto di vertice del gruppo dei Piscopisani, fortemente legato a Giuseppe Galati alias il Ragioniere, considerato il capo società del locale di Piscopio”.

Il dichiarato di Mantella

Alla base dell’impalcatura accusatoria ci sono le dichiarazioni del collaboratore Andrea Mantella il quale dopo aver fatto da “garante” per salvare la vita a Giuseppe Pugliese Carchedi facendogli interrompere la relazione con la figlia di Nazzareno Felice, sarebbe stato messo al corrente dai Piscopisani della ripresa della frequentazione tra i due giovani. Da qui il proposito di eliminare Giuseppe Pugliese Carchedi, con l’agguato che sarebbe stato compiuto da Nazzareno Felice e Gregorio Gasparro i quali avrebbero aperto il fuoco contro Pugliese Carchedi in quel momento in auto a Vibo e rimasto gravemente ferito. Mantella ha riferito di aver appreso i dettagli dell’agguato anche dallo stesso Pugliese Carchedi, andandolo a trovare in ospedale. Francesco Scrugli (cognato e braccio-destro di Andrea Mantella) avrebbe poi raccontato a Mantella quanto appreso da Rosario Fiorillo, alias “Pulcino” (ritenuto elemento di spicco del clan dei Piscopisani) “ovvero che i killer erano Gasparro e Felice Nazzareno il quale si trovava alla guida e si era distratto ai comandi dell’auto essendo di grossa cilindrata, così non riuscendo a raggiungere Pugliese Carchedi.
Mantella richiama poi il fatto che “Giuseppe Pugliese Carchedi era già in disaccordo con tutto il gruppo, aveva litigato con uno dei figli di Felice Nazzareno, aveva incendiato la porta del bar di Galati Giuseppe Salvatore, aveva ucciso e trascinato un cane per le strade di Piscopio, rendendosi quindi inviso a tutti loro”.
Il giudice fa notare in sentenza che “analizzando il dichiarato di Mantella - anche in raffronto a quanto dalla polizia captato in ospedale a Lamezia dove successivamente Pugliese Carchedi è stato ricoverato –, di tale complessa ricostruzione di accuse non si comprende la logica: Pugliese era inviso ai Piscopisani, forse per la storia del cane portato per le strade a loro derisione, ma si tratta di una ricostruzione ultima la cui fonte non è accertata”. Quanto alle dichiarazioni di Fiorillo a Scrugli riferite poi a Mantella, per il giudice “o Fiorillo ha riferito chi sapeva fosse colui che ha sparato, oppure ‘era sicuro’: la differenza – fa notare il giudice – non è solo semantica e in questa sede non pare una rivelazione degna di quel grado di certezza che può portare a ritenere tale ‘riportato’ un elemento di certa conoscenza con conseguente certa pronuncia di responsabilità, in mancanza di altri elementi”.

Il collaboratore Mantella ha poi raccontato che nei giorni precedenti l’agguato “erano stati Michele Fiorillo, detto Zarrillo, e Gregorio Gasparro a fare degli appostamenti sotto casa di Pugliese Carchedi, ma su tale preciso aspetto non è resa alcuna ulteriore specificazione circa la fonte di tale informazione”. Anche in ordine alle confidenze che Giuseppe Salvatore Galati (Pino Il Ragioniere) avrebbe fatto a Mantella circa l’intenzione del clan dei Piscopisani di eliminare Pugliese Carchedi, per il giudice “un conto è dire che il gruppo voleva Pugliese Carchedi morto, un conto è individuare i due soggetti che chiaramente dalla Punto sparano verso il giovane”.
Per il giudice è inoltre “acuta l’osservazione della difesa nei termini per cui Pugliese Carchedi era di fatto piantonato presso l’ospedale di Lamezia Terme: dalle captazioni analizzate emerge infatti che non solo dopo due giorni è stata attivata un’intercettazione ambientale, ma anche che la Polizia operava un serrato controllo”. Appare quindi “strano che Mantella sia potuto entrare impunemente, evidentemente da solo fuori dell’orario di visita già il giorno dopo (a seguire poi lui e Scrugli raggiungeranno Pugliese e le loro voci verranno captate nella stanza insieme a tutti gli altri presenti, per primi i genitori del degente che erano sempre presenti attese le sue condizioni particolarmente gravi dopo e pur a fronte dell’intervento)”. Il giudice in sentenza spiega come emerge “l’improbabilità che una persona così gravemente ferita - necessitante di un intervento per estrarre i bossoli e che tutti i giorni a seguire sarà impedito a muoversi, necessitante di aiuto anche per andare in bagno, incapace a stare seduto senza provare dolore per le ferite, abbia potuto, già qualche ora dopo l’attentato, che aveva determinato un primo intervento all’ospedale di Vibo Valentia ed il suo trasferimento a Lamezia Terme nel corso della notte (di cui poi Mantella sembra immediatamente a conoscenza), alzarsi dal letto e passeggiare lungo il corridoio per parlare in segreto con Andrea Mantella all’interno di un ospedale”.

Mantella veritiero in alcuni punti ma non basta

Anche il collaboratore Raffaele Moscato, nel riferire dell’omicidio di Giuseppe Pugliese Carchedi - ucciso il 17 agosto del 2006 sulla strada che collega Pizzo a Vibo Marina – fa riferimento al tentato omicidio dell’anno precedente ed “indica come autori Felice Nazzareno e Michele Fiorillo che ne era l’esecutore”. Per il giudice tale “dato non è stato approfondito e Moscato non rende ulteriori specificazioni. Non è quindi dato sapere come lui ne sia venuto a conoscenza ma valgano tuttavia alcuni dati: come esecutore viene indicata una terza persona rispetto a quelle giudicate; di Felice Nazzareno non viene indicato l’effettivo ruolo nell’agguato; Gasparro Gregorio (oggetto di accusa) non viene indicato come coinvolto”.
In ogni caso il giudice tiene, ripassando a Mantella, a sottolineare che “il suo narrato è intrinsecamente veritiero, ma tuttavia nulla è correttamente dimostrato su chi poi effettivamente quella sera abbia materialmente attentato alla vita del giovane Giuseppe Pugliese Carchedi. Tale prova deve quindi essere ricercata altrove, anche in quello che lo stesso collaboratore osserva sulla dinamica, ovviamente in raffronto con il resto dei dati a disposizione. Che Gasparro sia colui che ha inseguito per un poco a piedi Pugliese e abbia esploso i colpi di fucile, è una mera osservazione, una ipotesi di Mantella, che lui collega a quello che era accaduto nei mesi precedenti e poi ad una sua idea: quando Pugliese in ospedale gli avrebbe detto che uno dei due assalitori lo rincorreva zoppicando, Mantella osserva ‘io ho pensato a Gasparro conoscendo la sua camminata strana’. Il dato si pone come vacuo e non debitamente riscontrato alla luce del solo propalato di Mantella, considerando anche che Moscato – si legge in sentenza - aveva reso dichiarazioni sull’eliminazione di Pugliese, indicando come autori Felice Nazzareno e Fiorillo Michele, senza tuttavia aggiungere alcun elemento individualizzate e circostanziato”.

Bartolomeo Arena e le contraddizioni con Mantella

Quanto a Felice Nazzareno – indicato come alla guida del veicolo che aveva inseguito quella sera Pugliese Carchedi – se non bastano le dichiarazioni di Andrea Mantella (per averle apprese da Scrugli) e quelle di Raffaele Moscato (per averle apprese da Rosario Battaglia e Michele Fiorillo) realizzandosi quindi “la circolarità delle informazioni come tali non idonee a supportare le ipotesi di accusa e dell’invocata pronuncia di condanna”, per il giudice anche le dichiarazioni del collaboratore Bartolomeo Arena (cugino per parte di madre dello stesso Giuseppe Pugliese Carchedi) si scontrano con quelle di Mantella. In particolare “sia Arena che Mantella richiamano le varie riunioni fra i vertici per risolvere la situazione, ma Mantella non pone mai Arena fra i presenti, e Arena indica Scrugli anche come portavoce di Mantella, ma mai questi come presente. Eppure, ognuno dei due si dichiara come colui investito del ruolo essenziale per far spegnere questo focolaio fra i due clan (Lo Bianco-Barba e Piscopisani)”.
Mantella esclude poi “ogni coinvolgimento di Barba Vincenzo, padre della fidanzata ufficiale di Pugliese, il quale era interessato solo che di tutta questa vicenda non ne venisse a conoscenza sua figlia, la fidanzata tradita. D’altro canto, erano stati i Piscopisani, e Galati in primis, a coinvolgere Mantella per far redimere il ragazzo. Arena invece riferisce di un intervento diretto di Barba il quale avrebbe puntato in maniera intimidatoria una pistola in viso al giovane genero; intervenuto Arena, il vecchio Barba aveva ricordato come un tempo gli uomini d’onore non adottavano tali comportamenti. Inoltre, l’intervento risolutivo di Arena era stato proprio chiesto dal clan Lo Bianco-Barba”.
Emerge anche che, secondo Mantella, “Nazzareno Felice si trovava alla guida dell’auto con la quale è stata attentata alla vita di Giuseppe Pugliese Carchedi, mentre per Arena lo stesso Felice è colui che scende dal mezzo e spara zoppicando. L’analisi del propalato di Arena, sia in via autonoma, che in comparazione con quello reso da Mantella porta ad escludere – si legge in sentenza – che il nuovo collaboratore abbia apportato quegli elementi idonei a rinnovare ed arricchire il precedente impianto e superare le precedenti determinazioni di esclusione o caducazione della gravità indiziaria e di complessiva insussistenza di un valido apporto indiziario”. Infine “il narrato di Arena sulla partecipazione di Felice all’agguato si scontra con la narrazione resa da Mantella: è pur vero che entrambi pongono Felice nel gruppo dei killer che attendono e sparano Pugliese, tuttavia ognuno rende una serie di particolari tali che in definitiva le due propalazioni, completamente antitetiche, si sconfessano a vicenda”. Da qui l’assoluzione dei due imputati Nazzareno Felice e Gregorio Gasparro.