C’è qualcosa di profondamente simbolico in questa storia.
Un uomo che lavora nell’automazione industriale per uno dei più grandi gruppi aerei europei. Processi. Architetture. Efficienza. Sistemi.
E poi, nelle stesse notti, lo stesso uomo che scrive teatro-canzone, monologhi malinconici, satire generazionali, canzoni che parlano di amori consumati tra “stoviglie, caffè, sigarette e carezze svogliate”.
Da una parte l’ingegneria. Dall’altra la fragilità umana.
Forse è proprio qui che nasce davvero KLARA.
Non dentro l’intelligenza artificiale. Ma dentro la nostalgia di una generazione che aveva creduto che la tecnologia potesse ancora avere un’anima.
KLARA E LA MALINCONIA”, il primo volume del progetto sostenuto dall’InMediArt e ideato da Francesco Silipo e Giuseppe Vincenzi, non è semplicemente un esperimento musicale sull’AI.
È qualcosa di molto più raro.
È il tentativo di capire se, in un mondo dominato dagli algoritmi, possa esistere ancora una tecnologia capace di ascoltare invece di consumare.
Ed è impossibile comprendere davvero questo progetto senza comprendere il percorso umano e artistico di Vincenzi.
Perché Giuseppe Vincenzi appartiene a quella strana e preziosa categoria di autori che hanno attraversato vent’anni di trasformazioni digitali senza perdere il senso artigianale della creazione.
Nel 2005, quando il termine podcast era ancora quasi sconosciuto in Italia, conduceva insieme a Francesco Silipo “PianoCortissimo”, il podcast degli artisti in Calabria. Erano anni in cui internet sembrava ancora una promessa culturale. Una frontiera. Una possibilità di libertà.
Bastavano un server, un file XML e una connessione lenta per immaginare un nuovo modo di parlare al mondo.
Molto prima degli influencer. Molto prima degli algoritmi social. Molto prima che tutto diventasse performance.
In quella stagione pionieristica c’era ancora un’idea romantica della rete. La convinzione che la tecnologia potesse creare comunità invece che dipendenza. Ponti invece che isolamento.
Ed è impressionante notare come, vent’anni dopo, Silipo e Vincenzi siano tornati esattamente sullo stesso confine.
Solo che oggi la frontiera si chiama intelligenza artificiale.
E qui accade qualcosa di straordinario.
Per celebrare quei vent’anni, Silipo prende una vecchia sigla del podcast e decide di affidarla a un algoritmo generativo. Non corregge il prompt. Non interviene sul risultato. Lascia che la macchina interpreti liberamente il brano.
L’algoritmo sbaglia tutto.
Scambia la parola “sigla” per il nome di una persona. Trasforma un termine tecnico in una presenza umana.
Un errore.
Ma forse anche una rivelazione.
Perché dentro quel fraintendimento involontario c’è tutta la distanza che ancora separa le macchine dalla sensibilità umana.
L’algoritmo può riprodurre uno stile. Può generare melodie. Può imitare emozioni.
Ma non sa cosa significhi convivere per vent’anni con un ricordo.
Non sa cosa significhi riascoltare la voce della persona che eravamo e provare insieme tenerezza e vergogna.
Non sa cosa significhi invecchiare.
Ed è qui che KLARA smette di essere un progetto musicale e diventa improvvisamente una riflessione sul nostro tempo.
Per anni abbiamo avuto paura che le macchine diventassero troppo umane. Nel frattempo, senza quasi accorgercene, gli esseri umani hanno iniziato a parlare come macchine.
Veloci. Ottimizzati. Performativi. Costantemente connessi e sempre più incapaci di abitare davvero il silenzio, l’attesa, la malinconia.
KLARA prova invece a rallentare.
E oggi scegliere la malinconia è quasi un gesto sovversivo.
Perché la malinconia non produce. Non vende. Non accelera. Non si adatta ai tempi feroci dell’economia dell’attenzione.
La malinconia costringe a fermarsi.
A guardare ciò che il presente cerca continuamente di cancellare: gli errori, le parole rimaste sospese, le vite che credevamo concluse e che invece continuano segretamente a parlarci.
Anche la traiettoria artistica di Vincenzi sembra raccontare questa tensione continua tra ironia e ferita.
I titoli stessi dei suoi lavori sembrano piccoli racconti generazionali: Va pensiero che io ti copro le spalle. Anche i microservizi nel loro piccolo s’incazzano. S’ode a destra uno squillo di tromba, qui a sinistra silenzio di tomba.
Dentro quei titoli convivono teatro politico, disillusione contemporanea, cultura tecnica e malinconia civile.
Non stupisce allora che il progetto KLARA nasca proprio da qui: da un autore che ha attraversato musica, teatro, radio, scrittura e sperimentazione digitale senza separare mai davvero la tecnica dall’emozione.
Ed è forse questo il punto più importante di tutta l’operazione.
KLARA non vuole dimostrare che le macchine possano diventare umane.
Vuole ricordarci che gli esseri umani rischiano di diventare macchine quando smettono di sentire.
“Non c’è né un prima né un dopo. Non c’è né giusto né sbagliato. C’è solo una vita da vivere. A modo tuo.”
Nel prologo del progetto c’è già tutto il suo orizzonte poetico.
Non l’adorazione ingenua della tecnologia. Non il rifiuto apocalittico dell’innovazione.
Ma il tentativo, difficilissimo e profondamente contemporaneo, di costruire ancora un ponte tra sensibilità e tecnica.
Come vent’anni fa.
Con meno ingenuità, forse. Ma con la stessa ostinata speranza che l’arte possa ancora salvare qualcosa di umano dentro il rumore delle macchine.

È quello che ci racconta Giuseppe Vincenzi partendo da una certezza: “La creatività umana resta la base di tutto”.

KLARA sembra nascere più dalla memoria che dall’intelligenza artificiale. È così?
Certamente. Già la definizione “intelligenza artificiale” non mi ha evocato niente, e non mi è mai un granché piaciuta, mentre la memoria è un meccanismo umano complesso, pieno di fascino, difficilmente descrivibile con un modello, e che ci fa rivivere suoni, immagini, addirittura profumi, in un modo magico, spesso terapeutico, a volte traumatico, ma sempre necessario. KLARA mi è sembrata un’operazione necessaria, e l’amico Francesco Silipo, con cui abbiamo scritto tante pagine delle nostre prime esperienze artistiche e informatiche, non ha esitato a tuffarsi in questo viaggio nei nostri ricordi e nelle nostre passioni, sempre vive.
L’episodio dell’algoritmo che interpreta “sigla” come se fosse una persona sembra quasi una metafora perfetta del nostro tempo.
Credo sia effettivamente un episodio che fa riflettere sull’utilizzo di algoritmi generativi, a vari livelli. Innanzitutto rende evidente quale perdita di qualità ci aspetta se si abbandona la responsabilità dell’umano: pensare di poter delegare compiti e, ancor più, decisioni alle macchine, senza un controllo responsabile, ci espone a rischi di mediocrità che possono facilmente diventare imbarazzanti.
E poi fa riflettere anche sulla necessità dell’intervento umano nella creazione: senza direttive precise, senza una direzione creativa chiara, la macchina fa quel che può. E quel che può molto spesso non è sufficiente a rendere il suo lavoro all’altezza dell’essere umano che dovrebbe affiancare, e per alcuni più spregiudicati, sostituire.

Nel vostro racconto torna spesso il tema del podcasting pionieristico dei primi anni Duemila. Che internet era quello?
Era un internet pieno di libertà e speranza. Era un internet oscuro per molti versi, affascinante forse proprio per questo, ma incredibilmente entusiasmante pensando a cosa avrebbe potuto permetterci. Registrare un audio con un microfono in una stanza calabrese, e un minuto dopo trovarsi scaricato nell’iPod, accanto a giganti della musica, era vertiginoso.
Senza fondi, ma solo con idee, competenze tecniche e creatività, ci si sentiva nella possibilità di sfidare il resto del mondo, alla pari.
Fu un’illusione meravigliosa, di cui tengo nel cuore una dolcissima malinconia.

Alla luce di quelli che vediamo oggi, la promessa dell’inizio dell’era tecnologica secondo lei è una promessa tradita?
Nessuno ha tradito. La promessa è stata tecnicamente mantenuta. Il mondo dell’internet che in tanti avevamo contribuito a creare, ad espandersi, a rendere popolare, è stato invaso ad un certo punto da barbari in cerca di nuovi territori da conquistare e sottomettere alle proprie leggi.
La promessa non è stata tradita, è stata battuta da una mentalità che aveva ambizioni diverse dai nativi di quel mondo.

Lei è contemporaneamente un ingegnere dell’automazione industriale e un autore di teatro-canzone. È una contraddizione?
Questa domanda è estremamente delicata.
L’ingegnere e l’autore hanno in comune l’approccio creativo a problemi irrisolti, riconoscono e descrivono le anomalie e le criticità, senza sconti, e senza la paura di affrontarle.
Se mi fermassi qui direi che non c’è contraddizione nell’essere tutti e due.
Ma c’è una differenza che negli anni ha preso sempre più spessore: la responsabilità.
Un autore teatrale è e si sente responsabile fino all’ultima parola di un suo testo; un ingegnere dell’automazione industriale può essere un tecnico, esecutore impeccabile di un bisogno, e non sentirsi responsabile dell’utilizzo e delle conseguenze del suo lavoro.
L’esistenza della contraddizione dipende da come l’essere umano che vive questi due ruoli interpreta l’etica e la responsabilità: io mi batto ogni giorno con tutte le tentazioni del mercato e del mio ambiente professionale per poter ancora rispondere no, anche oggi non sono caduto in contraddizione.

Che cosa spera arrivi alle persone ascoltando KLARA?
Spero intanto che il pubblico, anche quello che non si interessa al messaggio più tecnico del collettivo, possa fare sue queste canzoni riconoscendosi nella loro umanità sincera; a quelli che rifletteranno di più sull’uso esplicito degli algoritmi generativi, vorrei poterli convincere del fatto che la creatività umana è la base su cui sopra possiamo applicare qualsiasi filtro, e non per questo dobbiamo considerarla meno degna.
Un autore onesto nel suo messaggio, non deve spaventarsi di usare una tecnologia piuttosto che un’altra, né il sistema dovrà tacciarlo di una qualche disonestà: concentriamoci a coltivare la responsabilità e il coraggio degli autori, soprattutto dei giovani che cominciano ora a esprimersi, perché è questo di cui abbiamo e avremo sempre più bisogno.