La parola chiave è cooperazione: tra istituzioni e imprese, tra cittadini e associazioni, tra università e territorio. Se avviamo questo processo vedremo davvero cambiare la nostra terra
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La Calabria ha una risorsa ancora poco valorizzata: quella capacità presente nella storia e nel nostro Dna delle comunità di salvarsi insieme, di supportarsi con fratellanza concreta quando le istituzioni non arrivano. È l'economia sociale, sono le cooperative, le imprese che non delocalizzano perché radicate nei territori, che rispondono ai bisogni delle persone prima che ai mercati finanziari. Questa risorsa, finalmente, torna al centro del dibattito pubblico nazionale, e per la Calabria rappresenta un'opportunità strategica che non possiamo permetterci di perdere.
Il ritorno dell'economia sociale al centro delle politiche nazionali, con i temi della cooperazione, della democrazia economica e della sostenibilità territoriale, è quanto mai necessario per la nostra regione. Qui la frase "o ci salviamo tutti insieme, oppure non si salva nessuno" non è retorica, è realtà. Presi singolarmente, tutti i nostri territori, persino le aree più urbanizzate e produttive, faticano a competere a livello nazionale e internazionale. Riconoscere questa fragilità non è rassegnazione, ma il primo passo per cambiarla con serietà e concretezza.
L'Action Plan del Governo sull'economia sociale, che auspichiamo diventi presto Dpcm e poi misure concrete da attuare nei territori, segna un passaggio storico. Dalla Costituente, quando i nostri padri costituenti scelsero di scrivere l'art. 45 riconoscendo il ruolo della cooperazione per il Paese, non c'era stato un piano organico per dare nuova linfa a quell'economia che risponde ai bisogni sociali delle comunità fragili, che valorizza i territori con filiere locali e azioni di sviluppo per generare valore aggiunto che resti e venga messo a sistema.
Ora tocca alla politica regionale fare la sua parte. La Regione Calabria ha competenza diretta sulla materia, gestisce l'indirizzo di fondi e politiche. Il primo passo dovrebbe essere un monitoraggio dei mille rivoli in cui oggi è frammentata l'economia sociale nel territorio. Poi, facendola diventare architrave della rinascita regionale, riunificare tutto in un Dipartimento dell'Economia Sociale e dello Sviluppo Armonico, proprio quella visione nata e che si sta sviluppando in Calabria, così da avere interlocutori preparati, competenti e capaci di dialogare con le realtà che l'economia sociale già la praticano, dando forza e speranza a territori che non possiamo più permetterci di chiamare "marginali", perché tutta la Calabria, per un aspetto o per un altro, necessita di politiche di coesione territoriale.
In questi anni abbiamo visto termini entrare nel dibattito pubblico: south working, restanza, resilienza; per poi svanire senza lasciare tracce concrete. Manca un'infrastruttura istituzionale che renda queste idee organiche e generative. Senza una politica capace di ascolto e visione, senza una rinnovata coscienza dell'agire civile, qualsiasi buona idea rischia di non attecchire, di fermarsi come un macigno sulle spalle di chi la porta avanti, cosa che abbiamo visto succedere spesso in Calabria. Questo genera frustrazione e voglia di abbandono, sentimenti che vediamo quotidianamente negli occhi e nelle valigie di chi parte per non tornare. Dobbiamo trasformare questa energia in voglia di stare insieme, di riconoscersi, cedendo forse un po' di individualismo: è l'unico modo per creare la leadership di una nuova Calabria fatta di lavoro, sviluppo e inclusione.
Abbiamo doti che dobbiamo riconoscerci, senza attendere sempre il riconoscimento "da Roma". Oggi abbiamo dati concreti che documentano il valore dell'economia sociale calabrese, abbiamo un sistema nazionale che sta per legiferare con misure importanti. Sta a noi non perdere quest'opportunità, sta a noi fare in modo che la politica regionale ascolti le possibili soluzioni e non soltanto le lamentele, che spesso fanno comodo davanti all’immobilismo di dirigenti e dipartimenti.
La parola chiave è cooperazione: tra istituzioni e imprese, tra cittadini e associazioni, tra università e territorio. Se avviamo questo processo vedremo davvero cambiare la nostra terra. L'economia sociale non è più un'opzione, è una necessità, prima che il nostro fragile sistema venga investito dalle tempeste economiche internazionali i cui venti si fanno sempre più forti. Il valore dello stare insieme, non come sterile richiamo all'unità, ma come pensare, applicare e generare valore insieme; è oggi inestimabile e non più prorogabile. Sta a noi fare quello che serve per non lasciare più indietro nessuno, a partire da noi stessi.
* Vicepresidente Confcooperative Calabria

