Oggi si scopre che il Pnrr potrebbe costare all'Italia molto più di quanto raccontato negli anni della grande euforia europea. In pratica gli interessi sui prestiti del Recovery potrebbero arrivare a circa 76 miliardi di euro, contro circa 37 miliardi nell'ipotesi alternativa di un finanziamento tramite BTP italiani emessi nel 2021 a tasso fisso. Una differenza vicina ai 40 miliardi. Non è una sorpresa.

Già nel 2023 scrivevo che il Pnrr rischiava di trasformarsi in un «debito tossico per l'Italia». E nel giugno 2026 sono tornato sul tema con un titolo ancora più netto: «II Pnrr è un prestito che all'Italia non serviva», nel 2021 scrissi subito (tra mille polemiche) che questo «impianto» fosse una fregatura, ora tale fregatura è certificata.

Il tutto è nei numeri. Il piano italiano vale circa 194,4 miliardi di euro, ma soltanto 71,8 miliardi sono sovvenzioni. Ben 122,6 miliardi sono prestiti, cioè circa il 63% del totale. L'Italia ha scelto di assorbire la quota di prestiti più grande dell'intero Recovery europeo. Una sciagura.

Il problema non era utilizzare risorse europee. Era raccontarle come se fossero denaro gratuito. Nel 2021 i tassi italiani erano eccezionalmente bassi. Lo Stato avrebbe potuto finanziare una parte importante degli investimenti direttamente sul mercato, emettendo debito nazionale a lunga scadenza e bloccando rendimenti molto contenuti. Il Recovery, invece, utilizza una provvista europea raccolta progressivamente sui mercati. Con l'aumento dei tassi, quindi, aumenta anche il costo medio del denaro e chi ha scelto questa soluzione ha sbagliato.

Questo non significa che il calcolo dei 40 miliardi sia già una fattura definitiva. Dipenderà dalle future emissioni europee, dalle scadenze e dall'andamento dei tassi. Ma conferma esattamente il rischio economico segnalato allora: il debito europeo non smette di essere debito solo perché viene chiamato NextGenerationEU.

C'è poi una seconda questione, ancora più importante: cosa abbiamo ottenuto in cambio?

II Pnrr italiano finanzia 150 linee di investimento e 66 riforme. A giugno 2026 l'Italia aveva ricevuto circa l'85% delle risorse assegnate. Il vero giudizio, però, arriverà quando potremo misurare quanta produttività, crescita potenziale e maggiore capacità industriale avranno generato quei miliardi.

Perché un debito può essere conveniente anche se costa interessi, ma soltanto quando finanzia investimenti capaci di produrre più ricchezza del costo sostenuto.

Il rischio che indicavo conque anni fa era proprio questo: trasformare una straordinaria capacità di indebitamento in una gigantesca operazione di spesa vincolata, senza interrogarsi abbastanza sul costo del capitale e sul rendimento futuro degli investimenti.

Oggi quella domanda ritorna. Con qualche decina di miliardi di motivi in più.
 

*Professore a contratto, analista e giornalista