Attaccare i giudici non è solo critica politica: è minare l’equilibrio dei poteri, indebolire lo Stato di diritto e aprire la strada all’arbitrio, mettendo a rischio la libertà dei cittadini
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C’è una frase che ritorna, puntuale, ogni volta che il potere si sente osservato: «I giudici fanno politica». È una frase antica. E proprio per questo, pericolosa. Non nasce per descrivere un fatto, ma per spostarlo. Non riguarda ciò che accade, ma chi lo guarda. Non mette in discussione la responsabilità, ma il controllo.
È, in fondo, una strategia. Ogni volta che un’indagine sfiora il potere, si attiva un riflesso quasi automatico. I magistrati diventano «interferenti», «eversivi», «nemici del cambiamento». Fino alla recentissima perla del senatore Zaffini di FdI: «Finire davanti alla magistratura è come se ti diagnosticano un cancro».
È un copione che l’Italia conosce bene. Lo ha visto negli anni di Mani Pulite, quando l’irruzione della magistratura scoperchiò un sistema che molti fingevano di non vedere. Lo ha rivisto nella lunga stagione berlusconiana, in cui il conflitto tra politica e giustizia è diventato linguaggio quotidiano, struttura narrativa permanente, quasi una forma di governo del consenso. E oggi quel copione ritorna. Con parole diverse, ma con la stessa logica.
Il punto, allora, non è stabilire se la magistratura sia perfetta. Non lo è. I tempi della giustizia sono spesso inaccettabili, gli errori esistono, talvolta emergono protagonismi e distorsioni. Riformare è necessario. Anzi, urgente. Ma c’è una linea che non può essere superata.
Perché una cosa è riformare. Un’altra, ben diversa, è delegittimare. Lo Stato di diritto non è un ostacolo al potere. È il suo limite. E senza limite, il potere cambia natura. Tende, per sua struttura, a espandersi. A occupare spazio. A ridurre i vincoli. Non per malizia individuale, ma per logica interna. Ogni potere, se non è contenuto, tende a diventare assoluto. Per questo le democrazie hanno costruito architetture complesse. Separazione dei poteri, controlli reciproci, equilibri istituzionali. Non per rallentare l’azione politica, ma per impedirle di trasformarsi in arbitrio.
In questo equilibrio, la magistratura svolge una funzione essenziale. Non governa. Non legifera. Non decide l’indirizzo politico. Verifica, semplicemente, che le regole vengano rispettate. Eppure, proprio questa funzione viene oggi raccontata come un problema. Si insinua che i giudici «blocchino il governo». Che impediscano di agire. Che ostacolino il cambiamento. È una narrazione efficace, perché semplice. Ma è anche profondamente fuorviante.
I giudici non fermano il governo. Fermano chi, nel governo o fuori da esso, ritiene di potersi collocare al di sopra della legge. E questa distinzione, apparentemente sottile, è in realtà decisiva. Perché se si accetta l’idea che il controllo di legalità sia un intralcio, allora si compie un passaggio culturale prima ancora che politico. Si trasforma la legge da fondamento della convivenza a ostacolo da aggirare. E quando questo accade, non cambia solo il rapporto tra politica e magistratura. Cambia il rapporto tra cittadini e Stato. Il rischio, infatti, non è immediatamente visibile. Non è un crollo improvviso. È un’erosione lenta. Si comincia contestando le sentenze.
Si prosegue mettendo in discussione i magistrati. Si arriva a insinuare che il controllo sia, in sé, un abuso. È in questo slittamento che si produce il danno più profondo. Perché si diffonde l’idea che la legalità sia negoziabile. Che il rispetto delle regole dipenda dal contesto, dall’urgenza, dalla convenienza. E intanto il linguaggio pubblico si irrigidisce. La dialettica tra poteri, fisiologica in ogni democrazia, si trasforma in conflitto permanente. Non più confronto, ma contrapposizione. Non più equilibrio, ma logoramento reciproco. Quando questo accade, la frattura istituzionale non è più un’ipotesi. È una condizione.
E in una condizione di conflitto costante tra poteri dello Stato, il sistema si indebolisce nel suo complesso. Non vince la politica. Non vince la magistratura. Perde la democrazia.
Per questo è necessario tornare a un punto fermo, semplice ma non negoziabile. Nelle democrazie nessun potere è assoluto. Non il Parlamento, che pure rappresenta la sovranità popolare. Non il governo, che esercita l’indirizzo politico. Non la magistratura, che applica la legge.
Tutti sono sottoposti alla Costituzione. Tutti sono vincolati dalla legge. Tutti sono limitati da altri poteri. È questo intreccio di limiti a garantire la libertà. Non la loro assenza. Si può, e si deve, discutere di riforme della giustizia. Dei tempi dei processi, delle responsabilità, dell’organizzazione. Ma questa discussione ha senso solo se resta dentro un perimetro chiaro: rafforzare il sistema, non indebolire uno dei suoi pilastri. Perché quando si indebolisce il controllo, non si rafforza la politica. Si espone il potere a se stesso. E un potere esposto a se stesso, prima o poi, smette di riconoscere limiti.
A quel punto, la domanda non è più tecnica. Non riguarda le norme, le procedure, le competenze. È una domanda politica, nel senso più alto e più semplice. Chi controlla il potere? In una democrazia, la risposta non può essere ambigua. Il potere controlla se stesso attraverso i suoi contrappesi. Attraverso istituzioni che si osservano, si limitano, si correggono. Se uno di questi contrappesi viene delegittimato, ridotto, svuotato, l’equilibrio si rompe.
E quando si rompe l’equilibrio, non resta più spazio per la libertà. Resta quello, più silenzioso e più pericoloso, dell’arbitrio. Lo Stato di diritto non è un lusso. Non è un rallentamento. Non è un fastidio da sopportare. È ciò che impedisce al potere di diventare altro da ciò che dovrebbe essere. Senza questo limite, il potere non è più governo. È dominio. E quando il potere diventa dominio, la democrazia non scompare all’improvviso. Semplicemente, smette di esistere.

