Musei improbabili, app e finanziamenti sparsi: nel mare del Piano emergono pezzi che raccontano un’Italia più creativa nel spendere che nel riformare. Il caso 3-i spa è l’emblema di un Paese che non sa progettare il futuro
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Doveva essere il ponte verso il futuro. È diventato, ancora una volta, il modo più veloce per trasformare l’eccezione in abitudine: una gigantesca colata di soldi pubblici in cui il Paese, anziché cambiare pelle, si è limitato a cambiare etichetta. “Ripresa e resilienza” suona benissimo, fa pure un certo effetto dirlo in conferenza stampa. Ma quando vai a vedere come scendono i rivoli, la musica torna quella di sempre: micro-progetti, platee ristrette, pezzettini di finanziamento che sembrano messi lì per far contenti tutti. E intanto le riforme, quelle vere, restano un punto interrogativo.
Il risultato è un Pnrr che assomiglia a una fiera campionaria dell’Italia più furba che visionaria. Un banchetto a cui “si sono seduti un po’ tutti”, per usare il senso di questa stagione: perché il Piano è stato un’occasione, sì, ma spesso più per intercettare risorse che per produrre cambiamenti strutturali. E l’ironia è che, in questa storia, la parola “strutturale” compare quasi sempre nei documenti, raramente nella realtà.
La fotografia che emerge dal mare magnum dei finanziamenti è quella di un Paese che ha una fantasia inesauribile quando si tratta di inventarsi una voce di spesa. Non passa inosservato, per esempio, il finanziamento all’Unione astrofili italiani con lo scopo di “promuovere la cultura scientifica e valorizzare la conoscenza del cielo notturno stellato, attraverso la creazione di una rete nazionale”: poco più di 50 mila euro. Una cifra piccola, certo. Ma è proprio qui il punto: non è il singolo importo a fare scandalo, è l’effetto mosaico. Il Pnrr diventa una distesa di tessere, una miriade di micro-storie che, sommate, non costruiscono una strategia: costruiscono un inventario.
Poi c’è la parte più saporita, quella che fa saltare la mosca al naso anche a chi di solito si limita a scrollare: gli interventi che sembrano usciti da un depliant di provincia. I campi di padel per la palestra di Vigo di Cadore, 1.500 abitanti in provincia di Belluno: 300 mila euro dal Next Generation EU. Stessa cifra per Castelpagano, 1.300 abitanti nel Sannio, per un percorso fitness nella pineta comunale. E il progetto “un giro di briscola”, nel modenese, confermato con decreto del 2025: 222 mila euro per la socializzazione delle persone anziane. Socializzare è sacrosanto, per carità. Ma se ti avevano promesso che avresti rimesso in asse la crescita italiana, e ti ritrovi a finanziare la briscola con i soldi dell’emergenza europea, qualche domanda viene naturale.
L’orizzonte, dicono, sono le grandi opere e le grandi trasformazioni. Però poi scopri che lo stadio di Firenze viene eliminato dalle opere finanziabili, su richiesta dell’allora ministro Raffaele Fitto, mentre altrove i campi e le gradinate scorrono meglio: 700 mila euro allo stadio “Mimmo Garofalo” di Tursi, in provincia di Matera, per campo in erba sintetica e copertura della gradinata. Il Franchi no, ma sì al Ciullo di Salve, 4.500 abitanti in provincia di Lecce, completamento da un milione. Non è nemmeno una questione di gusti: è la sensazione di un Paese che distribuisce e redistribuisce senza un criterio che regga il peso della parola “piano”.
Sul fronte culturale, il bazar diventa ancora più creativo. Ci sono circa 40 mila euro assegnati alla fondazione Magna Carta presieduta dall’ex ministro Gaetano Quagliariello. C’è la pro loco di Castel Viscardo, nel ternano, con oltre 25 mila euro per la “creazione del primo borgo umbro nel metaverso”. C’è il museo della Bora di Trieste, ammesso per 75 mila euro per la “digitalizzazione del patrimonio analogico del magazzino dei venti attraverso installazioni digitali”. C’è la diocesi di Massa Carrara-Pontremoli con un finanziamento fino a 75 mila euro per un’app per promuovere il patrimonio religioso della zona. In mezzo, una quantità di iniziative che, prese una per una, possono anche avere un senso locale. Ma il Pnrr non nasceva per collezionare senso locale: nasceva per cambiare la traiettoria nazionale.
È su questo che la discussione diventa meno folkloristica e più pesante. Perché il tema non è il museo bizzarro o il progetto simpatico: il tema è l’impatto. E qui le parole non sono di un oppositore in cerca di like, ma di chi guarda ai numeri. Confindustria ha lanciato l’allarme sull’economia “quasi ferma” e sul fatto che oggi gli investimenti del Pnrr “sono l’unica spinta”. Tradotto: se togli quel flusso, si sente il vuoto. E il problema è che quel flusso non è eterno. Nel 2026 il rubinetto europeo si interrompe: i soldi non arrivano per sempre, e se nel frattempo non hai costruito fondamenta, ti ritrovi con l’impalcatura e senza edificio.
Fabio Scacciavillani, ex economista del Fondo Monetario Internazionale, lo dice in modo chirurgico: “Non sono stati centrati gli obiettivi di migliorare tasso di crescita economica, rimuovendo lacci di natura regolamentare e amministrativa”. È il cuore dell’accusa: non basta spendere, bisogna spendere bene e, soprattutto, bisogna riformare. Altrimenti fai quello che l’Italia sa fare benissimo: sostieni il Pil per un po’ con gli investimenti pubblici, poi quando finisce la benzina torni al punto di partenza, con qualche rotonda in più e qualche portale digitale in più.
E se vuoi un paradigma perfetto della “cattedrale nel deserto” versione 2020, non devi nemmeno cercarlo tra i cantieri. Ti basta guardare a una cattedrale immateriale, digitale, teoricamente modernissima: la 3-i spa. Doveva favorire la digitalizzazione di tre colossi pubblici, Inps, Inail e Istat, che sono diventati soci per gestire la società chiamata ad assorbire una serie di servizi. Era una milestone del Pnrr. Tre anni dopo, la 3-i resta un oggetto misterioso.
C’è un dettaglio quasi comico, seaspelli direbbe “da prendere a schiaffi”: una società che si occupa di digitalizzazione non aggiorna nemmeno il proprio sito. A inizio settembre nel Cda è entrato Paolo Guidelli al posto di Ester Rotoli; il presidente del collegio sindacale è diventato Stefano Moracci al posto di Cosimo Giuseppe Tolone. Informazioni che, si legge, non sono riportate dal sito dopo vari mesi. Non è un peccato veniale: è la cartolina perfetta di una macchina pubblica che promette innovazione e poi inciampa sulla prima banalità.
Il problema, inoltre, è il piano industriale “tuttora in costruzione”, mentre i conti traballano. Nel bilancio 2024 la differenza tra entrate e uscite è stata di oltre 600 mila euro e, per ammortizzare, il management ha compiuto investimenti per 500 mila euro: operazioni “salva-conti” che non sono il core business della società. Fonti di governo, si riferisce, spiegano che “nel 2025 sono stati sottoscritti gli accordi di servizio con gli enti coinvolti, segnando l’avvio a regime della società”. Ma l’immagine che resta è quella di un gigante digitale nato come milestone e cresciuto come nota a piè pagina.
A chiudere il cerchio ci sono poi gli stanziamenti del ministero del Turismo, avviati già ai tempi del governo Draghi: affittacamere, agriturismi, hotel, bed&breakfast e ristoranti hanno beneficiato di 600 milioni di euro di incentivi, con 150 milioni a fondo perduto. “Occasione per molti”, si dice. Specie quando i criteri diventano una griglia che puoi interpretare, e l’urgenza si trasforma nel solito sport nazionale: prendere il massimo possibile, subito.
E così, mentre si discute di “futuro”, il presente si riempie di musei e progetti che sembrano fatti per restare negli archivi più che nella vita reale. A Ficarra, Messina, oltre 90 mila euro per il museo del giocattolo medievale; a Langhirano, Parma, 600 mila euro per il museo del prosciutto; a Sala Consilina, Salerno, il progetto Casa Surace da circa 39 mila euro per “un portale digitale per tramandare le leggende italiane”. Un Pnrr da lasciare ai posteri, sì: non come salto di qualità, ma come catalogo di un Paese che, quando gli piovono addosso 200 miliardi, riesce comunque a comportarsi come se stesse dividendo le mance a fine serata.

