Certe storie iniziano nei luoghi più ordinari. Un tavolo di McDonald’s, un panino mangiato in silenzio, due sconosciuti che iniziano a parlare. Poi, lentamente, il peso di un Paese intero che emerge da una voce spezzata. Lui ha poco più di trent’anni, è iraniano, vive e lavora a Roma da circa un anno come programmatore e chiede di restare anonimo. Non per sé, ma per la sua famiglia rimasta in Iran. Parla quattro lingue e sta imparando l’italiano da quando si è trasferito nella Capitale. «Anche dire certe cose può diventare un problema», racconta. E mentre parla, la sensazione è quella di ascoltare qualcuno sospeso tra due mondi: la fragile sicurezza europea e l’angoscia costante di ciò che ha lasciato indietro.

Nel suo racconto tutto parte dal 1979, dalla rivoluzione islamica che pose fine alla monarchia dello Scià e inaugurò la Repubblica Islamica. «Molti pensavano sarebbe arrivata la libertà», dice. «La gente credeva che finisse una dittatura e nascesse una Repubblica migliore». Ma secondo lui la storia dell’Iran è stata raccontata poco e male. «Se chiedi a molti giovani europei dove si trova l’Iran, non lo sanno neanche. Pensano solo a guerra, religione, estremismo». Eppure l’Iran, ricorda, è una delle civiltà più antiche del mondo, una terra di poesia, arte, cinema, letteratura, università e cultura. «Il governo non è il popolo», ripete più volte. «La maggior parte degli iraniani vuole soltanto una vita normale. Come in Italia. Lavorare, avere una famiglia, vivere in pace.»

Parla dei giovani che protestano nelle università, delle donne scese in piazza, delle repressioni, delle persone arrestate o uccise. Racconta un Paese dove, secondo lui, i diritti civili sono stati progressivamente soffocati e dove la religione è diventata uno strumento di controllo. «Tutti guardano quello che succede in Iran, poi non cambia nulla», dice con amarezza. Per lui oggi il potere non è più soltanto religioso: è diventato militare, fondato sulla paura, sulle armi e sul controllo sociale. Ma la parte più dura del suo racconto non riguarda la politica. Riguarda la stanchezza. «Quando avevo diciotto anni avevo più coraggio. Ora sono stanco». Non è una resa totale, ma un logoramento interiore fatto di ansia, impotenza e depressione. «Non puoi fare nulla, e questa è la cosa peggiore». Poi però aggiunge una frase che racchiude tutto il senso della conversazione: «Se riesco a salvare la mia famiglia, allora salvo anche una parte della società. Perché ogni famiglia è società».

Oggi Roma rappresenta per lui una strana forma di libertà. «Qui almeno posso respirare», dice. Ma la libertà, quando arriva dopo anni di paura, porta con sé anche il peso della distanza e il senso di colpa verso chi è rimasto. Milioni di iraniani hanno lasciato il Paese negli ultimi decenni, trasferendosi negli Stati Uniti, in Canada o in Europa. Eppure lui non crede che basti avere successo all’estero per cambiare davvero le cose. «Serve parlare, raccontare storie, creare relazioni, costruire ponti». Alla fine della conversazione torna ancora sullo stesso punto, quasi fosse un appello: «La gente pensa che l’Iran sia soltanto il governo. Ma l’Iran siamo anche noi». Ed è forse proprio questa la verità più potente emersa da quell’incontro casuale davanti a un panino: dietro le tensioni geopolitiche, dietro i titoli dei telegiornali e le immagini delle proteste, esiste un popolo che da troppo tempo chiede semplicemente di poter vivere.