Minacce, smentite e tensione globale: il presidente Usa parla di accordo vicino ma prepara nuovi attacchi e dice di voler mettere le mani sul greggio degli ayatollah. Teheran nega tutto e risponde con ironia mentre gli alleati Usa si sfilano
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epa12667645 US President Donald Trump speaks during his special address at the 56th annual meeting of the World Economic Forum (WEF) in Davos, Switzerland, 21 January 2026. The meeting under the topic 'A Spirit of Dialogue' brings together entrepreneurs, scientists, and corporate and political leaders in Davos and takes place from 19 to 23 January in Davos. EPA/GIAN EHRENZELLER
I negoziati ci sono, «stanno andando bene», ma potrebbero saltare da un momento all’altro. In quel caso, gli Stati Uniti sarebbero pronti a colpire duramente l’Iran, distruggendo infrastrutture strategiche come la rete energetica e l’isola di Kharg.
È il messaggio lanciato da Donald Trump, che torna ad alzare i toni contro Teheran, mentre dall’altra parte si continua a negare l’esistenza di colloqui in corso.
La minaccia: «Distruggeremo impianti e pozzi petroliferi»
«Gli Stati Uniti d'America sono in serie discussioni con un nuovo e più ragionevole regime per porre fine alle nostre operazioni militari in Iran», ha scritto Trump.
Il presidente ha parlato di «grandi progressi», ma ha anche avvertito: «se per qualsiasi motivo un accordo non sarà raggiunto a breve, come è probabile, e se lo stretto di Hormuz non sarà immediatamente riaperto, concluderemo il nostro bel 'soggiorno' in Iran facendo saltare in aria e cancellando completamente tutti i loro impianti di generazione elettrica, i pozzi petroliferi e l'isola di Kharg (e forse tutti gli impianti di dissalazione!), che di proposito non abbiamo ancora 'toccato'».
Un’azione che, ha chiarito, rappresenterebbe una «punizione» per gli americani uccisi dopo la rivoluzione islamica.
Obiettivo petrolio e controllo dello Stretto di Hormuz
Kharg, snodo chiave per l’export petrolifero iraniano, resta un obiettivo prioritario. «Non credo che abbiano alcuna difesa. Potremmo prenderla molto facilmente», ha detto Trump, ribadendo: «La mia opzione preferita è prendere il petrolio in Iran».
Anche il segretario al Tesoro Scott Bessent ha confermato la linea: «Prenderemo il controllo di Hormuz».
Secondo fonti americane, centinaia di forze speciali – tra Navy Seals e Army Rangers – sono già state dispiegate in Medio Oriente, insieme a Marines e unità aviotrasportate.
Teheran nega i negoziati e ironizza sugli Stati Uniti
Dall’Iran arriva però una versione opposta. Il governo nega qualsiasi trattativa con Washington e respinge il piano proposto.
«Le proposte che ci sono state presentate, a qualsiasi titolo, come il piano in 15 punti, comprendevano in gran parte richieste altamente eccessive, irrealistiche e irragionevoli», ha dichiarato il portavoce Esmaeil Baqaei.
Ironica la replica della tv di Stato: «L'Iran ha risposto positivamente alle minacce di Trump e ha riaperto lo Stretto di Hormuz, ma solo per due petroliere cinesi!».
Intanto, Teheran valuta anche l’uscita dal Trattato di non proliferazione nucleare, ritenuto ormai «insensato».
Gli alleati si sfilano e cresce la tensione militare
Mentre Washington insiste sulla linea dura, alcuni alleati storici prendono le distanze.
«Non è la nostra guerra e non ci lasceremo trascinare», ha dichiarato il premier britannico Keir Starmer. Posizione simile a quella della Spagna, che ha negato l’uso delle basi agli Stati Uniti.
Sul terreno, però, l’escalation continua: l’Iran ha colpito obiettivi nel Golfo e basi siriane, mentre missili iraniani hanno provocato un incendio nella raffineria di Haifa.
Israele ha risposto distruggendo tunnel militari e confermando la morte del contrammiraglio Alireza Tangsiri.
Guerra e propaganda: blackout e messaggi alla popolazione
La nuova guida suprema Mojtaba Khamenei ha celebrato la morte del comandante: «Il martirio dell'ammiraglio Tangsiri è considerato un grande onore».
Intanto, il blackout di Internet imposto dalle autorità iraniane prosegue da oltre 30 giorni consecutivi, isolando il Paese mentre il conflitto si intensifica.
I Pasdaran assicurano che la guerra «finirà come e quando» deciderà Teheran, ma sul campo lo scontro resta aperto e sempre più pericoloso.

