Originario di Cotronei, è tra i protagonisti della mostra “Barocco e Neobarocco da Rubens a Fontana”: «Combustioni, incisioni e materia per far emergere memoria e rinascita nel solco della tradizione»
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Nella grande mostra “Barocco e Neobarocco da Rubens a Fontana”, in programma al Castello Imperiali di Francavilla Fontana da sabato 21 marzo 2026, spicca un capolavoro proveniente dagli Uffizi di Firenze: il celebre “Autoritratto” di Gian Lorenzo Bernini, reso popolare anche dall’incisione sulle storiche banconote da 50mila lire.
L’esposizione mette in dialogo opere che attraversano quattro secoli di storia dell’arte, dal Seicento al contemporaneo, creando un ponte tra la grande tradizione barocca e i linguaggi artistici di oggi.
Tra gli artisti contemporanei invitati figura anche Giuseppe Barilaro, pittore calabrese originario di Cotronei e nato a Catanzaro nel 1988. La sua presenza rappresenta uno dei momenti più interessanti della rassegna, perché testimonia come nuove generazioni di artisti stiano emergendo con forza nel panorama italiano.
Negli ultimi anni Barilaro ha costruito un percorso artistico riconoscibile, fondato su una pittura materica e sperimentale in cui legno, fuoco, incisioni e superfici lacerate diventano strumenti espressivi per indagare il rapporto tra distruzione e rinascita, memoria e tempo.
La sua ricerca lo ha portato presto oltre i confini regionali. Nel 2013 ha vinto il Premio Nazionale delle Arti – MIUR, sezione pittura, con l’opera “Cristo esposto alla Confessione”, riconoscimento che ha segnato l’avvio di una carriera sempre più seguita nel mondo dell’arte contemporanea. Abbiamo sentito il giovane maestro.
Giuseppe Barilaro, esporre in questa mostra insieme a grandi pittori rappresenta un passaggio importante della sua carriera. Che valore ha per lei questa esperienza?
«Esporre nella mostra Barocco e Neobarocco a Francavilla Fontana rappresenta per me un passaggio importante, perché mi permette di inserire la mia ricerca in un dialogo diretto con la grande tradizione della pittura europea. Il mio lavoro nasce da un profondo legame con la classicità: la figura, la luce, la composizione sono per me strumenti attraverso cui la pittura continua a rinnovarsi nel tempo.
In particolare sento molto vicino anche il linguaggio dell’arte ecclesiastica, che nella storia italiana ha saputo trasformare la bellezza in un veicolo di spiritualità e di pensiero. Oggi credo sia necessario ritrovare nuove forme per esprimere quel patrimonio, senza perdere il legame con le radici. L’Italia, più di altri paesi, ha bisogno di mantenere vivo questo rapporto con la classicità, perché è proprio da lì che nasce la nostra identità artistica. Per questo mi definisco un pittore figurativo: il mio punto di partenza rimane sempre la tradizione classica, che considero una base viva da cui sviluppare un linguaggio contemporaneo».
La sua pittura è spesso descritta come “materica”, segnata da combustioni, incisioni e lacerazioni. Da dove nasce questa scelta artistica così forte?
«La dimensione materica della mia pittura nasce dall’esigenza di dare alla superficie del dipinto una vita reale, quasi fisica. Combustioni, incisioni e lacerazioni non sono gesti casuali, ma interventi che trasformano la materia pittorica in qualcosa di vivo, capace di trattenere il tempo, la memoria e la tensione del gesto.
In questo senso la materia diventa parte integrante della narrazione figurativa: la figura non è solo rappresentata, ma emerge, quasi come un affiorare dalla superficie. È un modo per mettere in dialogo la forza espressiva della materia con la disciplina della tradizione classica, cercando un equilibrio tra struttura, forma e intensità emotiva».
Nei suoi lavori ritorna spesso il tema della distruzione che genera nuova vita. È una metafora dell’esistenza o un linguaggio puramente artistico?
«Nei miei lavori il tema della distruzione che genera nuova vita è certamente una metafora dell’esistenza, ma allo stesso tempo è anche un linguaggio profondamente pittorico. Attraverso combustioni, incisioni e lacerazioni cerco di attraversare la materia, di portarla a un limite per far emergere qualcosa di nuovo: una forma, una figura, una presenza. In questo processo la distruzione non è mai fine a sé stessa, ma diventa un momento di trasformazione, quasi una rinascita.
Allo stesso tempo il mio lavoro tende la mano alle diverse modalità con cui il mondo si manifesta e cambia nel tempo. Per questo la mia pittura diventa anche memoria e ricordo: tracce che rimangono sulla superficie come segni di un passaggio. È un tentativo di trattenere ciò che inevitabilmente tende a svanire, di dare forma visibile a qualcosa che, nel tempo, rischierebbe di scomparire completamente».
Quanto conta la Calabria, i suoi paesaggi e le sue radici, nella sua ricerca pittorica?
«La Calabria rappresenta una componente profonda della mia ricerca pittorica, non solo come luogo geografico ma come spazio antropologico e culturale. Io provengo da Cotronei, un paese dell’entroterra calabrese dove il rapporto con la terra, con il paesaggio e con la memoria collettiva è ancora molto forte. Crescere in un contesto così radicato significa assorbire un immaginario fatto di silenzi, di natura aspra, di riti e di stratificazioni culturali che inevitabilmente entrano nella sensibilità di un artista. In questo senso la radice diventa una vera e propria carta d’identità della mia arte: un punto di partenza da cui si sviluppa il mio linguaggio.
Allo stesso tempo, però, esiste anche una tensione interiore con il luogo della nascita. Come accade spesso a chi proviene da territori molto identitari, il bisogno di partire diventa quasi necessario per comprendere davvero la propria origine. Per questo oggi vivo e lavoro a Carrara, città simbolo della materia e della scultura, dove il marmo rappresenta da secoli un punto di incontro tra arte, lavoro e tradizione. Questo spostamento geografico è diventato anche un passaggio umano e artistico: un confronto continuo tra due realtà molto diverse, ma entrambe profondamente legate alla storia dell’arte e della materia.
Nonostante la distanza, il legame con la Calabria rimane vivo e costante. La porto inevitabilmente dentro il mio sguardo, nei colori, nelle atmosfere e nella dimensione quasi arcaica che a volte emerge nei miei lavori. È un rapporto fatto di nostalgia, ma anche di riconoscimento: la mia terra continua a essere una presenza silenziosa che accompagna il mio percorso. In fondo spero sempre che quel legame possa un giorno riportarmi a casa; nel frattempo, però, è anche vero il contrario: porto quella casa con me nel mondo, trasformandola ogni volta in pittura, memoria e identità».
Guardando al futuro: quale direzione vorrebbe dare alla sua arte e quali nuovi progetti sta preparando?
«C’è una frase che ha segnato profondamente la mia vita e il mio percorso: “Mangio o dipingo?”. Vengo da una famiglia molto umile e, per lungo tempo, la scelta tra la necessità quotidiana e il bisogno di dipingere è stata reale. In un certo senso il mio futuro nasce proprio da quel passato: dalla decisione ostinata di continuare a dipingere, anche quando sembrava la strada più difficile.
Oggi vivo il lavoro artistico come un gioco serio, fatto di costanza, disciplina e visione progettuale. Non penso tanto a programmare il futuro in modo astratto, quanto piuttosto a costruire il presente con una matrice rigorosa e coerente, giorno dopo giorno.
In questo momento sto lavorando a diversi progetti importanti: tra questi una mia mostra personale a Milano presso la Galleria Federico Rui. Nel 2027 sarò impegnato con un’esposizione a Palazzo Binelli a Carrara, un luogo molto significativo per la città e per il suo rapporto con l’arte. Inoltre sto programmando un periodo di lavoro a Pechino, dove vorrei trascorrere circa un mese per entrare in contatto con la cultura visiva orientale, osservare da vicino altre tradizioni artistiche e sperimentare nuove possibilità all’interno del mio linguaggio pittorico».

