Camminatore instancabile, l’ultima avventura l’ha portato in Indonesia: «All’inizio cercavo la bellezza, oggi mi interessa il significato. Non viaggio per scappare ma per capire, per crescere»
Tutti gli articoli di Storie
PHOTO
È tornato in Calabria con gli occhi ancora pieni di mondo e nel cuore la stessa inquietudine che lo spinge a ripartire. Giuseppe Scuticchio non è un turista, né un semplice esploratore: è un camminatore instancabile, uno di quelli che inseguono la linea dell’orizzonte per capire davvero cosa c’è oltre.
Dall’Indonesia a Singapore, dalle meraviglie millenarie ai paesaggi più remoti, il suo viaggio è stato ancora una volta un attraversamento fisico e interiore. Davanti alla maestosità di Borobudur e Prambanan simboli assoluti della spiritualità umana, Scuticchio ha riscoperto la capacità di stupirsi. E poi l’incontro ravvicinato con il Drago di Komodo, in uno degli angoli più selvaggi del pianeta, fino all’esperienza quasi surreale dell’aeroporto di Changi Airport dove il viaggio diventa destinazione.
Ma ogni ritorno ha un senso solo se c’è un luogo a cui tornare. E per lui quel luogo è la Calabria, terra amata visceralmente, punto di partenza e di approdo, radice profonda di ogni partenza.
Dopo aver visto così tanto del mondo, cosa hai provato davanti a Borobudur e Prambanan? È stata davvero una sorpresa riuscire ancora a emozionarti?
«Sì, ed è forse la cosa più bella. Pensavo di aver visto tanto, ma davanti a Borobudur e Prambanan ho capito che non ci si abitua mai davvero alla bellezza autentica. Non è solo quello che vedi, è quello che senti: il silenzio, la spiritualità, il peso della storia. In quel momento torni piccolo, e questo per me è il senso del viaggio».
Nei tuoi viaggi cerchi più la bellezza dei luoghi o il significato che quei luoghi raccontano?
«All’inizio cercavo la bellezza, oggi cerco il significato. La bellezza ti colpisce, ma è il significato che ti resta dentro. Un luogo diventa davvero importante quando riesci a capire cosa rappresenta, per chi ci vive e per la storia che porta con sé»
L’incontro con il Drago di Komodo è qualcosa che pochi possono vivere: hai avuto paura? E cosa hai provato in quel momento?
«Sì, la paura c’è stata, ed è stata reale. Non è uno zoo, sei nel loro habitat. Ma insieme alla paura c’è stata una sensazione fortissima di rispetto. Ti rendi conto di quanto la natura sia potente e di quanto noi siamo ospiti. È uno di quei momenti che ti rimette al tuo posto».
Hai parlato spesso delle difficoltà del viaggio: qual è stato il momento più duro di questa esperienza?
«Il momento più duro non è mai uno solo. Sono le attese infinite, i voli complicati, gli imprevisti che ti stancano mentalmente. In questo viaggio, con le tensioni e i cambi di rotta, ci sono stati momenti in cui tutto sembrava più difficile del previsto. Ma è proprio lì che capisci quanto vuoi davvero continuare».
C’è stato un attimo in cui hai pensato di fermarti o tornare indietro?
«Fermarmi no, ma ci sono stati momenti di forte stanchezza in cui ti chiedi “chi me lo fa fare?” Ad esempio quando abbiamo fatto l'escursione di notte nella giungla. Poi però basta poco: un incontro, un paesaggio, un’esperienza… e capisci subito perché sei lì».
Singapore ti ha colpito per la sua modernità: il futuro del viaggio sarà più esperienza che spostamento?
«Assolutamente sì. Oggi spostarsi è facile, quello che conta è cosa vivi mentre ti sposti. Singapore è l’esempio perfetto: anche un aeroporto può diventare un’esperienza. Il viaggio non è più solo arrivare da un punto A a un punto B, ma tutto quello che succede nel mezzo».
Quale viaggio ti ha cambiato di più come uomo?
«Impossibile rispondere… Non c’è un viaggio solo. Ogni viaggio ti cambia in modo diverso. Alcuni ti aprono la mente, altri ti mettono in difficoltà, altri ancora ti fanno capire cosa conta davvero. Più viaggi, più capisci che non stai scoprendo il mondo… stai scoprendo te stesso».
Quanto pesa la solitudine e la distanza da casa?
«Pesa, soprattutto nei momenti di stanchezza. Ma è anche una parte fondamentale del viaggio. È proprio nella solitudine che ti ascolti davvero. E poi ogni ritorno a casa ha un valore completamente diverso».
“Non vivo per viaggiare, viaggio per vivere”: cosa significa davvero?
«Significa che il viaggio non è un fine, ma uno strumento. Non viaggio per scappare, viaggio per capire, per crescere, per sentire di più. Il viaggio è il mezzo attraverso cui vivo in modo più intenso».
Torni sempre in Calabria: che rapporto hai con la tua terra?
«La Calabria è casa. È il punto di partenza e quello di ritorno. Dopo aver visto il mondo, la guardo con occhi diversi e capisco quanto abbia un potenziale incredibile. È una terra che porto sempre con me, ovunque vada».
Prossimo viaggio?
«Non lo so ancora con certezza, ma so che arriverà presto. Perché alla fine il viaggio non è una scelta: è qualcosa che ti chiama».

