Da Petilia Policastro un racconto intimo delle feste: chi torna, chi resta, il calore della piazza, il fuoco, il presepe e una Calabria che resiste stringendosi tra radici e tradizioni
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Noi che viviamo nei piccoli paesi attraversiamo momenti straordinari che andrebbero raccontati al mondo, per far riscoprire la bellezza di luoghi dove ancora risiede tanta umanità.
Non sono un filosofo. Ho studiato sui libri di scuola e poi mi sono dedicato a leggere la realtà. Più che uno scrittore, mi piace definirmi un impressionista: uno che, con un pennello, prova ad afferrare il mondo a modo suo, restituendone impressioni. A volte romantiche, a volte tristi, ma sempre sincere.
Per chi non mi conoscesse, mi chiamo Giuseppe Caruso, vivo a Petilia Policastro, come mio nonno e il nonno di mio nonno. Ieri ho preso una bella foto di me e Manuela al mare e, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, l’ho trasformata nell’immagine che vedete. Sì, anche al mio paese si usa l’AI. È una terra di zeppole e turdilli, ma anche di innovazione e ricerca. Basta guardare l’Università della Calabria, un fiore all’occhiello italiano.
Ma torniamo al nostro paese. Natale a casa Caruso. Vorrei raccontarvi come si trascorrono le ferie di Natale e Capodanno in un piccolo centro del Sud. Prometto che non parlerò delle partenze, quelle tristi, a cui siamo abituati da anni e che ci lasciano ancora oggi perplessi e impotenti. Parlerò solo delle cose belle.
Uso la parola ferie perché alla mia età i miei amici lavorano. E al mio paese, a Natale, tornano in tanti. Vivono fuori, ma questo lo sapete già. I piccoli paesi, dal Sud al Nord del mondo, stanno lentamente morendo. E con loro rischiamo di spegnere una parte preziosa della nostra umanità. Qui resistono usi, costumi, sguardi, gesti che profumano ancora di amore. Quello che servirebbe per avere una visione comune del mondo. Forse non ci sarebbero più guerre e, al posto dei missili, costruiremmo ponti.
Qualcuno dice che siamo le batterie d’Italia, per le pale eoliche che alimentano il Nord. Qualcun altro ci chiama i minatori d’Italia, perché tanti ragazzi partono per costruire gallerie e ponti. Io aggiungo che siamo anche il cuore d’Italia.
Ti alzi presto, fai un giro per la via del vischio. C’è già chi va al bar per il caffè.
«Buongiorno e tanti auguri».
«Buongiorno e tanti auguri».
Alle 7.30 arriva un’amica di mia madre:
«Ieri abbiamo preparato tanti dolci, questi sono per te».
Arrivano le ricotte: ne compri quattro. Una per tuo fratello, una per i tuoi, una per il vicino, una per te. E le dividi. In piazza la gente si siede sempre allo stesso posto, fa gli stessi giri, anche se non abita più qui da quarant’anni. Il tempo sembra scorrere lentamente, ma sappiamo che non è così.
Qualcuno passa e dice: «Quest’anno Petilia è proprio bella». Arrivano i panettoni, le stelle di Natale, i dolci fatti in casa, i piccoli regali. Fino all’anno scorso un’anziana signora ci cucinava la lenticchia al fuoco. Quest’anno non c’è più. E credo che la ricorderò a ogni Natale.
Dicono che la lenticchia porti salute e soldi. A noi, più dei soldi, sarebbe bastato un lavoro. Continuiamo comunque a mangiarla. Si sorride per le strade. Ci si sente più leggeri. Alcuni non li vedi da due anni, altri da venti. Ma è come se non se ne fossero mai andati. Si mangia insieme, si ride, si va a letto. E come si dorme bene nel proprio letto, quello di quarant’anni fa, non si dorme da nessun’altra parte.
Le feste in piazza, il fuoco acceso nelle botti, le casette di Natale, il presepe. Giorni semplici e bellissimi. Dal 2 gennaio si riparte tutti. Ma intanto ci si scalda le mani al fuoco con un amico di vecchia data.
È da tanto che non scrivo. Ho ricominciato due giorni fa, quando è partito il primo amico. Se dovessi scrivere per ognuno, verrebbe un’enciclopedia. In questi giorni preferisco stare con la mia famiglia e i miei amici.
Cosa fai a Natale e Capodanno? «Mi scaldo le mani al fuoco con mio fratello e i miei amici, al mio paese. E ho tutto quello che mi serve».
*Docente, scrittore, artista


