Attore, regista, musicista, cantautore, sceneggiatore e innovatore digitale, il giovane artista racconta le sue esperienze internazionali ma confessa di rimanere legato al suo territorio: «Ogni risultato o passo avanti non è una fuga ma un ponte. Anche dalla periferia si può parlare al mondo»
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Esiste un filo rosso che unisce la polvere del palcoscenico del Teatro Stabile di Calabria ai riflettori accecanti dell’Egyptian Theatre di Hollywood. È un filo fatto di dedizione, rigore e di quella testardaggine lucida che solo chi nasce sotto il sole della Magna Grecia sembra possedere. Simone Borrelli, crotonese classe 1985, non è solo un attore: è un "creativo totale" – regista, musicista, sceneggiatore e produttore – capace di scardinare i confini tra le arti con la naturalezza di chi sa che il talento, senza studio, è una fiamma destinata a spegnersi.
L'intraprendente talento crotonese manifesta precocemente una vocazione artistica che lo ha portato a calcare le scene già a sedici anni sotto la guida di maestri come Geppy Gleijeses e Alvaro Piccardi. La sua formazione, consolidata dal diploma presso la prestigiosa Scuola di Teatro "Alessandra Galante Garrone" di Bologna e perfezionata attraverso il metodo dell'Actors Studio di New York, ha gettato le basi per una carriera che spazia con naturalezza tra la recitazione, la regia, la musica e la produzione.
La sua presenza sul piccolo e grande schermo è stata costante e di alto profilo, collaborando con registi del calibro di Gabriele Salvatores e Guido Chiesa in progetti come “Quo vadis, baby?”. Il grande pubblico lo ha imparato a conoscere attraverso ruoli iconici in serie di successo come “Terapia d'urgenza”, “Anna e i cinque” al fianco di Sabrina Ferilli, e la sit-com “Camera Café”, dove interpreta l'indimenticabile tecnico della macchinetta del caffè. Parallelamente alla televisione, il teatro gli ha offerto la possibilità di esprimere il suo talento anche nella danza e nella musica, portandolo a interpretare Wolfgang Amadeus Mozart in occasione del 250º anniversario della nascita del compositore.
Tuttavia, è con il progetto cinematografico Eddy che Borrelli ha raggiunto una dimensione di rilievo mondiale. Scritto, diretto e interpretato dallo stesso Borrelli, il film affronta con delicatezza e forza il tema della violenza sui minori, ottenendo il prestigioso riconoscimento di Film Ufficiale dei Diritti Umani per il Consiglio d'Europa.
Nel 2015 viene premiato dall'American Cinematheque (Oscar Academy Award e Golden Globe) e scelto ad aprire con Eddy lo Starring Europe - European Film Festival al Grauman's Egyptian Theatre di Hollywood (Los Angeles).
Oltre ai tour internazionali e al cinema impegnato, Borrelli si è distinto come un pioniere della comunicazione digitale e dell'innovazione cross-mediale. La sua produzione musicale, distribuita da “Universal Music Group”, ha segnato un primato mondiale con il singolo “L’Amor”, il cui videoclip è stato il primo a essere realizzato interamente attraverso l'uso di GIF, superando la soglia dei 400 milioni di visualizzazioni. Questa capacità di fondere linguaggi diversi lo ha portato a collaborare anche con icone della musica italiana come Angelo Branduardi, di cui ha curato la regia del videoclip Il Cammino dell'anima. Più recentemente, la sua immagine è tornata alla ribalta nazionale come volto della campagna "nostalgia" di Mulino Bianco, a conferma di una versatilità che continua a renderlo uno dei talenti più completi del panorama culturale italiano.
Recentemente, nell’ambito della rassegna Cinalci Autunno, promossa dal Circolo del cinema Cinalci in collaborazione con la Calabria Film Commission e la Compagnia dello Ionio, l’attore, regista, sceneggiatore e cantautore calabrese ha tenuto la masterclass “Davanti la macchina da presa” con gli studenti dell’Istituto Donegani-Ciliberto di Crotone.
Oggi lo incontriamo per capire cosa significhi, per un ragazzo partito dallo Ionio, mantenere intatta la propria integrità artistica mentre si scalano le vette del cinema e della musica internazionale.
Attore, regista, musicista, cantautore, sceneggiatore e innovatore digitale: cosa significa per te la 'cross-medialità' oggi? È una necessità produttiva o una naturale estensione del tuo modo di pensare l'arte?
«È senza dubbio una mia cifra stilistica – oggi più mainstream, ma per me non è mai stata una semplice moda produttiva, bensì un modo personale di leggere il mondo: alcune storie chiedono musica o una canzone, altre cinema o video, alcune pochi secondi alcune due ore, altre ancora un live o contatto diretto col pubblico, e separarle mi lascia talvolta con un senso di incompletezza. Non la vivo come “aggiungere piattaforme”, ma piuttosto come un approccio mentale: incastrare linguaggi, tempi e pubblici diversi, perché una scintilla emotiva possa risuonare uguale nel ragazzo che scrolla sul telefono, nello spettatore davanti allo schermo o seduto in platea. La ricerca di originalità nel raccontare in modo diverso e innovativo resta il cuore di buona parte dei progetti su cui lavoro».
Nel 2014 scrivi, dirigi e interpreti, Eddy, film internazionale contro la violenza sui minori che riceve il riconoscimento di Film Ufficiale dei diritti umani 2015 per il Consiglio d'Europa: in che modo pensi che l'arte possa influenzare concretamente le politiche sui diritti umani? Quali corde deve toccare?
«L’arte può influenzare quando smette di essere un sottofondo e diventa esperienza: ha la capacità di infilarsi tra le nostre crepe e toccare la fragilità di chi guarda o ascolta, spingendo talvolta la politica a dover rispondere a quel movimento emotivo prima ancora che ai propri slogan. Un film o una canzone da soli non cambiano una legge, ma possono cambiare lo sguardo di chi quella legge la scrive, la applica o la subisce. E soprattutto possono cambiare il modo in cui la gente guarda una ferita. E il dolore non è né di destra né di sinistra. D’altronde siamo in fondo tutti parte della stessa storia come ho provato a dire in pochi secondi in We’re in this together. Con Eddy ho imparato che un film può parlare a figure istituzionali e allo stesso tempo restare negli occhi di una ragazza o uno studente in qualunque parte del Mondo che esce dalla visione e decide di fare una scelta diversa nella propria vita».
Lavorare con maestri di caratura internazionale ti ha lasciato un'impronta specifica nel tuo modo di muoverti in scena oggi?
«Avere la fortuna di lavorare con grandi personalità è una scuola continua. I più grandi condividono spesso tratti comuni che li accumunano senza saperlo. Stando al loro fianco impari tanto anche senza troppe parole. Sei tu che devi essere capace di leggerli e decifrarli. Tra le cose che mi hanno trasmesso e che ho capito col tempo è che, se sei un vero artista, ogni cosa che realizzi è un atto di responsabilità – non sali su un palcoscenico, non fai un disco, non scrivi né ti poni davanti alla camera per “fare/uscire bene” o esaltare l’ego, ma per dire qualcosa che resti e valga il tempo di chi ti guarda o ascolta. Da loro ho rubato soprattutto l’attenzione al dettaglio invisibile, che credo sia ciò che li ha resi grandi, insieme all’umiltà spesso direttamente proporzionale alla loro grandezza».
Considerando le tue origini e la tua carriera internazionale, ti senti più un 'regista del mondo' o senti che la tua impronta culturale italiana resti il pilastro fondamentale della tua narrazione?
«Nella mia vision sono sempre stato abituato a pensare oltre il giardino di casa, che è probabilmente conseguenza del mio sguardo internazionale. Ma il tutto sempre con un’impronta profondamente italiana, la cui cultura è il mio pilastro perché mi ha educato al contrasto: la bellezza accanto alle periferie, la poesia accanto alla fatica; da quel contrasto deriva tutto ciò che racconto, che può parlare ad una platea di Hollywood o a studenti di Stanford come ho avuto la fortuna di poter fare, così come ad un pubblico di provincia o ad uno studente di quartiere di periferia, da cui per altro anch’io provengo».
Con la masterclass “Davanti la macchina da presa” hai incontrato recentemente gli studenti dell'istituto Donegani-Ciliberto di Crotone, tua città di origine. Che esperienza è stata? Cosa hanno potuto apprendere i ragazzi dal laboratorio di recitazione cinematografica? E cosa hai appreso tu da loro?
«Mi capita spesso di incontrare tanti ragazzi, entrare in contatto con loro è come guardare in uno specchio: nei loro sguardi ho rivisto le mie prime domande, la paura di non farcela e l’urgenza di trovare un posto nel mondo ancor prima che nel cinema, nella tv o nella musica. Tra i discorsi fatti, ai ragazzi ho provato a trasmettere che l’arte e il successo non stanno nell’imitare o somigliare a qualcuno, ma nel mettere a fuoco sé stessi e la propria vita per raccontarla con consapevolezza, autenticità e distintività. Da loro, invece, imparo l’importanza di parlare alla loro generazione, del bisogno di spendere del tempo con loro senza necessità di elevarsi, ma creando continuità. Più li incontro, più capisco quanto grande sia la nostra responsabilità come artisti, oltre la leggerezza di un selfie o del clamour intorno al mestiere: le nuove generazioni, dietro la maschera dei social, portano un bisogno profondo di modelli veri e reali a cui ispirarsi e una fame insaziabile di sogni da inseguire. Occasioni come questa creata da Calabria Film Commission, Cinalci e Compagnia dello Ionio, che mi hanno invitato e reso possibile questo incontro, sono un esempio che ricorda quanto sia prezioso creare questi ponti tra chi sogna e chi già lavora in questo mestiere».
La tua carriera ti vede protagonista sulla scena nazionale e internazionale da molto tempo, seppur tu sia giovanissimo. Hai deciso però di mantenere un rapporto ben saldo con la Calabria e la tua Crotone. Cos'è che più ti lega al tuo territorio di appartenenza?
«La carriera e la vita mi portano spesso lontano: ho vissuto, senza dubbio, più anni della mia vita altrove che qui. Ma ogni volta che torno, sento quanto le radici non siano un freno, ma un motore. Il Sud, la Calabria e Crotone nello specifico mi hanno insegnato la resistenza, la dignità di chi lotta ogni giorno e la forza di fare le cose grandi partendo anche da luoghi che sembrano “in difetto”. Resto legato al mio territorio perché credo che ogni risultato o passo avanti non sia una fuga, ma un ponte che crea un sentiero da percorrere. L’idea che esista sempre un’opportunità per i ragazzi che oggi sono dove ieri ero io, e che anche da una città di periferia si possa provare a parlare al mondo intero».


