Non solo «braccianti» o «migranti»: Amin, Ullah, Safi e Waseem erano persone con sogni e famiglie. Dal lavoro nei campi alle fragole regalate ai bambini di Villapiana, fino alla morte nel rogo. Ma dov’era lo Stato?
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Amin Fazal Khogjani, 28 anni. Ullah Ismat Qiemi, 19 anni. Safi Iayjad, 27 anni, Waseem Khan, 29 anni. Sono i quattro nomi delle quattro vittime della strage di Amendolara. I giornali nazionali parlano di «braccianti» o di «immigrati», io invece preferisco parlare di persone, essere umani, oltre che lavoratori. Gente che per sfuggire alla fame, non ha trovato luce, ma una bara.
Vivevano in una casa in condizioni fatiscenti, in 10. Venivano pagati 50 euro al giorno, anzi questa era stata la cifra pattuita ma, da come racconta l’unico sopravvissuto «i soldi non ce li davano. Da mangiare si, casa si, soldi no». Anche Taj Mohammad Alamyar era a bordo di quella macchina, ma lui è stato l’unico a riuscire a fuggire. Ha rotto il vetro, i due criminali erano già andati via, e si è salvato. Ai microfoni della stampa oltre le parole già riportate ha aggiunto: «Questa è la mafia pachistana».
L’ultimo viaggio
Erano diretti a Metaponto, dove stavano lavorando in un campo alla raccolta delle fragole. Come ogni giorno, anche quel lunedì, dopo diverse ore a bordo di un minivan erano quasi rientrati a casa. I cinque, però, pretendevano troppo. Addirittura, un contratto di lavoro e di avere un corrispettivo economico per ciò che stavano facendo. A quel punto, i due connazionali non ci hanno visto più. Quel terribile video che inchioda i due malviventi spiega tutto.
Safeer Ahmed e Ali Raza, 31 anni entrambi oggi accusati di omicidio plurimo aggravato. I due, non esattamente delle risorse per il nostro paese, erano conosciuti come «caporali» nella zona.
Verrebbe dunque da chiedersi, perché tutti sapevano? Anzi, la vera domanda è perché nessuno faceva nulla? Perché, ancora, si aspetta sempre il morto? In questo caso “i morti”?
Non è stato un incidente, non è stato un caso. In quel video si vede benissimo chi fa cosa. La crudeltà, la rabbia, ma si vede anche la speranza. Quella dei poveri ragazzi che provavano ad uscire dalla macchina prima che fosse troppo tardi. L’auto che dondola da destra a sinistra per i movimenti che le vittime facevano per tentare la fuga. Ma nulla è servito ad evitare il peggio.
Dov’è stato lo Stato?
Allora, dov’è stato lo Stato? Teresa Bellanova nel 2019 viene nominata ministra delle politiche agricole alimentari e forestali imponendosi come obiettivo quello di eliminare il caporalato. Verrebbe da dire obiettivo fallito. Ma questa, non è una questione di destra e sinistra, la colpa è di tutti. L’attuale ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida ha dichiarato una «lotta senza tregua allo sfruttamento ed alla criminalità» aggiungendo che per il governo Meloni «la lotta al caporalato è una priorità». Proprio stamane il ministro ricorda alla stampa, che uno dei suoi primi atti da ministro è stato quello sulla condizionalità sociale. Con tale atto il ministro impediva l’accesso ai finanziamenti pubblici a quelle imprese che «sfruttano i lavoratori». Verrebbe da dire “ben fatto” ma subito dopo, magari riflettendoci, verrebbe da chiedersi cosa c’entri questo con il caporalato. Come se i braccianti fossero dichiarati o come se gli imprenditori calabresi avessero a libro paga gli immigrati (spesso non solo immigrati) che lavorano a nero per l’impresa stessa. Anche in questo caso, così come per la Bellanova, obiettivo non raggiunto.
Dove (e come) vivevano
Erano in dieci, tutti nella stessa casa. Dovevano dare 500 euro al mese ai loro caporali i quali, ormai per abitudine, li trattenevano automaticamente dai compensi (che neanche arrivavano) dei dieci. Erano in dieci, senza un letto, ma con dei materassi buttati a terra.
Dovevano anche aggiungere qualche spesa per i loro permessi di soggiorno su cui tanto ci sarebbe da indagare.
“Erano bravi mamma, vero?”
Quando un paese subisce un trauma – e questo è un caso lampante – i primi ad accorgersene sono i bambini, la bocca della verità. Sanno cos’è successo a quei ragazzi e non se ne capacitano quindi fanno domande.
Le vittime, residenti a Villapiana da un mese e mezzo, erano un esempio di immigrazione sana. Erano ragazzi che vengono descritti sempre con il sorriso sulla bocca, sempre pronti ad aiutare tutti nonostante la partenza alle tre del mattino per andare a raccogliere fragole o chissà cos’altro e chissà dove.
Dopo il lavoro – raccontano i vicini – portavano frutta fresca «in questo periodo sempre fragole per i bambini». Si erano integrati alla perfezione, tutti gli volevano bene. Si ritrovavano in Via Gramsci, nella piazza del paese, dove erano ben accolti da tutti.
Un loro vicino di casa racconta: «Mi avevano chiesto un po’ d’olio con la promessa che me l’avrebbero ridato tra qualche giorno. Risposi che non c’era bisogno ma il giorno dopo per iniziare a sdebitarsi mi regalarono una cassetta di pesche».
Che bella, però, questa Calabria
Senza pregiudizio e sempre pronta ad accogliere chi davvero ne ha bisogno, che bella questa regione.
Che bella questa Calabria che si addolora per gente conosciuta un mese e mezzo addietro.
Che bella questa regione che racconta la quotidianità dei ragazzi e la loro voglia di fare.
Questa regione, quel piccolo paese, che oggi vede ancora dei bambini giocare con una ferita apertissima che chiede giustizia, non vendetta.
Non sono state uccise soltanto quattro persone, ma quattro mariti, quattro figli, quattro padri di famiglia che con immensi sacrifici hanno lasciato lì tutto per provare a cambiare la loro vita qui. Questa terra abituata alla lamentela, per loro significava rinascita.




