Riconoscere questa complessità non è un semplice esercizio teorico, ma una condizione necessaria per ripensare la scuola come spazio autentico di formazione umana e non solo come luogo governativo, centralizzato e asettico, di istruzione
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Che cosa dovrebbe significare essere studenti? Al di là delle definizioni scolastiche e burocratiche, la condizione dello studente continua a portare con sé una stratificazione di significati antichi e profondi, che attraversano lingue, culture e modelli educativi diversi. Analizzarli, seppur sinteticamente, consente non solo di comprendere meglio la figura dell’allievo, ma anche di interrogare criticamente il modo in cui la scuola contemporanea interpreta – o talvolta tradisce – il proprio compito.
Il primo significato è quello dell’allievo come colui che cresce. Il latino alumnus, da cui derivano termini affini in molte lingue europee, rimanda esplicitamente all’idea di nutrimento e sviluppo. L’allievo è, prima di tutto, un organismo in crescita, collocato in una dimensione biologica, temporale: qualcuno che ha bisogno di tempo, cura, condizioni favorevoli. In questa prospettiva, studiare non è un atto puramente intellettuale, ma un processo che coinvolge l’intera persona. Essere studenti oggi significa allora fare esperienza di una crescita che non è solo cognitiva, ma anche emotiva e identitaria, spesso sottoposta a ritmi accelerati e a pressioni che rischiano di interrompere o deformare questo sviluppo naturale.
Accanto a questo, emerge il secondo significato: lo studente è colui che impara. Il greco classico mathētḗs pone al centro la dimensione cognitiva ed epistemica. L’allievo è il soggetto dell’apprendimento, colui che entra in relazione con il sapere, lo interroga, lo assimila e lo rielabora. In questo senso, l’essere studenti oggi è segnato da una trasformazione profonda: l’accesso quasi illimitato alle informazioni rende l’apprendimento meno dipendente dalla trasmissione verticale del sapere e più legato alla capacità di selezionare, comprendere e interpretare. Tuttavia, questa centralità del soggetto rischia di essere contraddetta da modelli didattici ancora fondati sulla ripetizione e sulla misurazione standardizzata delle competenze.
Un terzo significato, più ambivalente, è quello dello studente come colui che è elevato. Il termine francese élève, derivato da élever, richiama l’idea di una crescita guidata dall’alto, secondo il classico asse formativo verticale. Qui l’educazione appare come un processo in cui qualcuno solleva l’altro verso un livello superiore. Essere studenti oggi significa spesso vivere questa tensione: da un lato, il bisogno di guida e orientamento; dall’altro, il rischio di una relazione asimmetrica che riduce l’allievo a destinatario passivo di un sapere preconfezionato. La sfida contemporanea consiste nel trasformare questa “elevazione” in un accompagnamento che non mortifichi l’autonomia.
Il quarto significato rimanda allo studente come colui che segue. Il termine greco, akólouthos, e quello latino, discipulus, evocano una dimensione dinamica e relazionale: l’allievo è qualcuno che cammina dietro a qualcun altro, che apprende attraverso la relazione, l’esempio, la condivisione di un percorso. In un’epoca in cui l’apprendimento è spesso individualizzato e mediato da dispositivi tecnologici, questo aspetto relazionale rischia di essere marginalizzato. Eppure, essere studenti oggi significa ancora – e forse più che mai – imparare dentro relazioni significative, in cui il sapere prende forma nel dialogo e nella pratica comune.
Un ulteriore significato, spesso trascurato, è quello dello studente come colui che è protetto. Il latino pupillus, da cui derivano pupil e pupille, rinvia a una dimensione giuridico-tutelare: l’allievo è un minore sotto custodia, affidato alla responsabilità di altri. Questo aspetto richiama il dovere della scuola e della società di garantire sicurezza, equità e diritti. Essere studenti oggi significa muoversi in uno spazio che dovrebbe essere protetto, ma che non sempre riesce a esserlo, soprattutto di fronte alle disuguaglianze sociali, alle fragilità psicologiche e alle nuove forme di esclusione.
Infine, emerge una dimensione decisiva: lo studente è colui che sceglie. Nel greco biblico mathētḗs e nell’ebraico talmid lo studio non è solo apprendimento, ma adesione libera e consapevole. Essere studenti oggi significa, o dovrebbe significare, scegliere un percorso, assumersi una responsabilità, riconoscere nello studio una vocazione. Questo asse etico-vocazionale è forse il più fragile nel contesto contemporaneo, spesso dominato da logiche utilitaristiche e prestazionali.
Essere studenti oggi significa tenere insieme crescita, apprendimento, guida, relazione, protezione e scelta. Riconoscere questa complessità non è un semplice esercizio teorico, ma una condizione necessaria per ripensare la scuola come spazio autentico di formazione umana e non solo come luogo governativo, centralizzato e asettico, di istruzione.

