"Dal Teatro delle Vittorie in Roma va ora in onda..." Ebbene sì, queste parole rischiamo di non sentirle mai più. Il Teatro delle Vittorie è in vendita.

A levare per primi le voci di disappunto sono stati nomi che, più di altri, incarnano una memoria viva del servizio pubblico: Fiorello, Renzo Arbore, insieme a una costellazione di artisti, autori e tecnici che hanno riconosciuto nel Teatro delle Vittorie non un semplice immobile, ma un presidio culturale. Il loro dissenso, espresso con toni ora accorati ora polemici, ha riaperto una domanda più vasta, quasi epocale: che cosa sta succedendo in Rai?

Il lento smottamento del rito televisivo

Prima ancora della questione immobiliare, occorre guardare al contesto. La televisione generalista attraversa da anni una crisi antropologica. Il pubblico si è frammentato, le piattaforme digitali hanno mutato il ritmo della fruizione, la simultaneità collettiva si è dissolta. Eppure, proprio mentre il mezzo perde centralità, sembra irrigidirsi nelle sue abitudini peggiori.

L’access prime time, dilatato fino all’eccesso, ha finito per divorare la prima serata. Programmi come Affari tuoi, o alla concorrenza, La ruota della fortuna, si protraggono ben oltre la soglia fisiologica, trasformando la serata televisiva in una lunga anticamera. Il risultato è paradossale: la cosiddetta “prima serata” comincia ormai stabilmente alle 22, talvolta oltre. È un tradimento silenzioso del patto con lo spettatore, costretto a una veglia innaturale o a una rinuncia. Il disappunto, in questo senso, non è capriccio nostalgico ma esigenza civile: la televisione pubblica dovrebbe educare al tempo, non inseguirne le derive. Dovrebbe restituire misura, non amplificare l’eccesso.

In questo scenario già fragile, la decisione di alienare il Teatro delle Vittorie appare come un gesto simbolicamente devastante. Non si tratta soltanto di vendere un edificio: si rischia di smantellare un frammento di identità.

Il Teatro delle Vittorie nasce negli anni Trenta, in un’epoca in cui Roma ridefiniva la propria geografia culturale, come spazio destinato allo spettacolo dal vivo. La sua architettura, sobria e funzionale, si inserisce in quella linea di modernità che cercava di coniugare monumentalità e uso pubblico. Dopo la guerra, il teatro conosce una seconda vita: con l’avvento della televisione diventa uno dei primi studi stabili della Rai, un luogo in cui il linguaggio del piccolo schermo prende forma quasi artigianalmente.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, mentre l’Italia si scopre nazione anche attraverso la televisione, il Teatro delle Vittorie, acquistato nel 1963 dalla Rai grazie a Pippo Baudo, diviene una fucina di varietà e di spettacolo popolare. Qui si alternano format che oggi diremmo “leggeri”, ma che allora rappresentavano una pedagogia implicita del gusto: il varietà costruito su tempi teatrali, il rapporto diretto con il pubblico, la centralità dell’interprete. Non è un caso che proprio in questi spazi si affinino modalità espressive che segneranno la televisione italiana per decenni. Dal Teatro delle Vittorie sono andati in onda varietà come: Canzonissima, Mille luci, Fantastico...

Col passare del tempo, il teatro continua a essere un laboratorio. Ospita quiz, talk, programmi di intrattenimento che segnano diverse stagioni del palinsesto Rai, mantenendo però una costante: la dimensione del pubblico in sala, la prossimità fisica tra artista e spettatore, una teatralità che resiste anche dentro il mezzo televisivo. In anni più recenti, trasmissioni come Affari tuoi hanno riportato il teatro al centro della quotidianità televisiva, restituendogli una visibilità nazionale.

Ma ridurre il Teatro delle Vittorie a contenitore di programmi significherebbe fraintenderne la natura. Esso è, piuttosto, un archivio vivente: ogni stagione vi ha depositato un sedimento, ogni spettacolo una traccia. Le luci, le quinte, le poltrone compongono una memoria stratificata che non può essere tradotta in valore di mercato senza perdita.

Dire oggi “vendiamolo” significa ignorare questa densità simbolica. Significa ridurre la cultura a cespite, la storia a metratura.

L’addio all’Auditorium del Foro Italico

Diverso, ma ugualmente rivelatore, è il caso dell’Auditorium del Foro Italico. Qui la Rai non vende, ma si ritrae: abbandona uno spazio che pure è stato teatro di produzioni importanti, tra cui Ballando con le stelle, simbolo di un intrattenimento elegante e popolare al tempo stesso.

L’Auditorium del Foro Italico affonda le sue radici negli anni Trenta, all’interno di quel complesso architettonico pensato per celebrare il corpo, lo sport, la dimensione pubblica della vita nazionale. Nel dopoguerra, e soprattutto con l’espansione della televisione, questo spazio viene progressivamente riadattato alle esigenze dello spettacolo: ampie platee, grandi volumi, una scenografia naturale che ben si presta alla ripresa televisiva.

Negli anni, il Foro Italico diventa sinonimo di grandi produzioni. Non solo programmi di intrattenimento, ma anche eventi speciali, spettacoli che richiedono una macchina scenica complessa e una presenza significativa di pubblico. È qui che la televisione ritrova, almeno in parte, la sua vocazione originaria di spettacolo condiviso, quasi teatrale nella sua ritualità.

Programmi come Ballando con le stelle hanno incarnato questa dimensione: coreografie ampie, orchestra, pubblico partecipe. Ma prima ancora, l’Auditorium ha ospitato eventi e trasmissioni che hanno fatto della spettacolarità il loro tratto distintivo, contribuendo a definire l’immaginario televisivo di intere generazioni. Da qui sono andati in onda, tra gli altri, i format condotti da Pippo Baudo e Giancarlo Magalli: "Papaveri e papere" e "Mille lire al mese", con la regia di Michele Guardì.

Lasciare l'Auditorium del Foro Italico significa, ancora una volta, restringere l’orizzonte, rinunciare a una certa idea di televisione come evento.

Il rischio di banalizzare la storia dello spettacolo italiano

La preoccupazione più concreta – e più amara – è che il Teatro delle Vittorie possa subire la sorte già toccata ad altri spazi culturali italiani: trasformarsi in un luogo di consumo, un supermercato, un contenitore svuotato della propria anima.

Roma e molte città italiane conoscono bene questa deriva: ex sale cinematografiche e teatri storici convertiti in attività commerciali, librerie trasformate in catene di retail, luoghi della rappresentazione ridotti a superfici di vendita. Il caso del Cinema Teatro Metropolitan, per anni simbolo della grande sala urbana e poi oggetto di riconversione commerciale, è emblematico di una tendenza che non risparmia neppure i luoghi più identitari.

È una metamorfosi che non è solo urbanistica, ma simbolica: la cultura retrocede, il mercato avanza.

Una responsabilità politica e culturale

È qui che la questione si fa politica. Un governo che si riconosca nella tutela del patrimonio culturale non dovrebbe consentire una simile dispersione. Il Teatro delle Vittorie avrebbe potuto – e forse dovuto – essere riconosciuto come teatro nazionale, diventare il fulcro di una rinnovata stagione di prosa, un laboratorio permanente per attori, registi, drammaturghi. Invece si sceglie la via dell'alienazione culturale!

Che cosa sta succedendo in Rai?

La domanda iniziale ritorna: cosa sta succedendo in Rai? Sta accadendo, forse, un progressivo slittamento di paradigma. Da istituzione culturale a azienda che rincorre l’efficienza economica; da presidio simbolico a struttura che sacrifica la memoria sull’altare della sostenibilità.

Ma nel fare questo, la Rai rischia di perdere ciò che la rende unica: la sua funzione pubblica, la sua responsabilità storica, il suo legame con il Paese reale. Vendere un teatro non è mai un atto neutro. È una dichiarazione di intenti. E oggi, più che mai, quella dichiarazione appare inquietante.