Dagli anni Ottanta alle piattaforme digitali: come l’isteria collettiva si è aggiornata senza mai scomparire
Tutti gli articoli di Opinioni
PHOTO
C’era una volta la Satanic Panic. Era l’epoca dei dischi al contrario, dei Black Sabbath evocatori del demonio, di Dungeons & Dragons che trasformava i ragazzi in adepti di Satana e delle mamme terrorizzate da quello che ascoltavano i figli. Poi ci dissero che era stata tutta un’esagerazione. Un abbaglio collettivo. Un caso di isteria mediatica. Oggi scopriamo che non era un errore: era una prova generale.
La nuova caccia alle streghe non ha più bisogno di pulpiti o talk show pomeridiani. Le basta uno smartphone. E soprattutto le basta una cosa che non passa mai di moda: la paura. Cambiano i bersagli, non il meccanismo. Non più il metallaro coi capelli lunghi, ma l’influencer “pericoloso”. Non più il gioco di ruolo, ma il social network “che rovina i giovani”. Non più il rito satanico nel garage, ma il complotto morale in diretta streaming.
Il copione è sempre lo stesso: qualcuno lancia l’allarme, qualcun altro lo amplifica, nessuno verifica. Le prove non servono: bastano le testimonianze, possibilmente anonime, emotive e non controllabili. Se poi arrivano le smentite, pazienza: fanno meno clic.
La paura è un contenuto perfetto. Non chiede complessità, non ammette dubbi, non tollera sfumature. Divide il mondo in buoni e cattivi, puri e corrotti, vittime e carnefici. È il sogno di ogni algoritmo. E infatti l’algoritmo ringrazia. I social non inventano l’isteria collettiva: la industrializzano. La rendono continua, permanente, monetizzabile. Ogni giorno c’è un nuovo allarme morale, una nuova minaccia ai “nostri valori”, un nuovo capro espiatorio da mettere alla gogna digitale.
Il processo è immediato, la condanna pure. L’assoluzione, quando arriva, non interessa più nessuno. Il risultato è una società che non discute, ma reagisce. Che non ragiona, ma si indigna. Che non cerca responsabilità, ma colpevoli. E così torniamo sempre lì: alla caccia alle streghe. Solo che oggi le torce sono virtuali e il rogo è fatto di commenti, condivisioni e titoli urlati. Nessun tribunale, nessuna prova, nessuna difesa. Ma tanta, tantissima certezza morale. La vecchia Satanic Panic almeno aveva una scusa: non c’era Google. Quella nuova no. Ha solo un alibi: fa comodo a troppi. E quando la paura diventa un format, il problema non è più chi viene accusato. È chi applaude.

