Il presidente arriva (finalmente) sui luoghi del disastro e se la prende con i cittadini. Torna una vecchia retorica che dovrebbe appartenere più a Pontida che alla Cittadella. E fa male ascoltarla da chi sorseggiava drink a Milano mentre i calabresi avevano gli stivali nel fango
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Finalmente dopo giorni il presidente Occhiuto, che nelle ore dell'alluvione piuttosto che essere sui posti della tragedia era a Milano per la presentazione del libro del direttore del Foglio, Claudio Cerasa (che per inciso ieri ha dedicato due pagine alla sua "rivoluzione liberale"), è andato sui luoghi della tragedia.
Ora, vi chiederete cosa ha detto, immagino: no, non ha parlato dei fondi che la sua amministrazione non ha speso per i progetti a difesa delle coste. Non ha detto con quali risorse la Regione sosterrà gli imprenditori le cui imprese sono stati colpiti dalle mareggiate, non ha spiegato ai sindaci con quali fondi ricostruirà i lungomari e le strade distrutte, pur citando genericamente il Fondo Europeo di Solidarietà (che ha un percorso di attivazione di circa 12-14 mesi e che deve passare non solo dalla concertazione tra le parti ma anche dal voto del Parlamento Europeo), non ha detto nulla su come si intende salvare la stagione estiva in un pezzo di Calabria in cui l'estate è vita e denaro, è prospettiva, è futuro.
La prima cosa che ha detto è stata che in questo suo viaggio ha visto fiumi tombati e strade e case costruite al posto dei fiumi e che per questo motivo il ciclone ha fatto danni. Si prosegue, quindi, con la stessa narrazione che da anni minimizza le tragedie del Sud Italia con la solita retorica dell'abusivismo, dell'indolenza, dell'illegalità.
D'altronde, gli osservatori più attenti lo avranno notato in questi anni. Pur ammantandosi della divisa di difensore della Calabria il presidente ha solo e soltanto favorito le grandi multinazionali e le corporazioni che lo aiuteranno nel progetto di scalata nazionale: basti pensare a come ha usato soldi pubblici per spostare da Ryanair alla Regione Calabria la tassa che il colosso dei voli low cost avrebbe dovuto pagare su ogni biglietto, decine e decine di milioni tolti ai calabresi divenuti profitto per O'Leary e soci.
Sono tante le cose che non ha fatto però. Ad esempio, non ha speso i soldi per la difesa delle coste: ma non solo non li ha spesi, ha anche in questi giorni sguinzagliato i suoi consiglieri regionali per dire che non è vero, che i giornalisti e i portali di monitoraggio civico si sbagliano. Un po' come quei professori che non riuscivano a svolgere gli esercizi e dicevano che la colpa era del libro che era sbagliato.
Ecco, il problema della propaganda è che prima o poi arriva qualcosa che la smonta: in questa triste vicenda, in cui a pagare sono sempre i calabresi, grazie al Ciclone Harry scopriamo il vero volto del presidente con la camicia bianca Occhiuto. Uno che si comporta come i Giolitti, come i Bossi, come i Salvini: ancora una volta, i calabresi sono i truffatori ladroni.
Non bastano i dati del ciclone Harry, che parlano della più alta onda mai registrata nel Mediterraneo, addirittura superiore ai 16 metri: no, è colpa dei calabresi. Non sono bastate le notti e le telefonate in giro di Costarella, capo della Protezione Civile e vero civil servant emerso in queste ore, per sottolineare l'eccezionalità di quanto successo, o le parole del capo nazionale della Prociv Ciciliano, che ha elogiato i calabresi che pulivano le strade rimboccandosi le maniche al posto di chi solo una settimana dopo viene a farsi un'inutile passerella.
E' ancora una volta colpa dei calabresi sporchi e cattivi: solo che stavolta fa più male, perché non lo dice chi è a Pontida vestito da vichingo. Lo dice chi questa terra dovrebbe difenderla, e che in questi anni tra l'altro ha votato condoni su condoni.
E allora sì, dovremmo indignarci un po' tutti per quanto successo in queste ore: dovremmo chiedere che faccia un passo indietro chi in questi anni non ha speso le risorse per la prevenzione. Chi ha lasciato soli i sindaci ad affrontare il vento con le mani. Chi durante l'emergenza sorseggiava drink in terrazza a Milano inseguendo il sogno di una leadership nazionale mentre i calabresi scendevano in strada a difendere le loro case, le loro terre, i loro sacrifici.
Anche in Sicilia hanno vissuto questa stessa, terribile tragedia. Ma mai Schifani si è sognato di dire ai siciliani che è colpa loro. Questione di stile, si sa, e forse anche di postura istituzionale. E non basta una camicia bianca dalle maniche raccolte o una giacca della Protezione Civile a ingannare chi in queste ore, ancora sporco di sabbia e sudore, si sente dire che la colpa è sua.

