È evidente che il nostro modo di stare al mondo sia profondamente influenzato dalla capacità di riflettere sulle esperienze che viviamo e sui fatti che accadono dentro e intorno a noi. La qualità della nostra esistenza dipende, in larga misura, dalla possibilità di trasformare ciò che accade in esperienza pensata, ricordata, narrata, come già hanno sottolineato le ricerche di diversi studiosi.

Tuttavia, il quadro delle nostre possibilità è oggi reso estremamente difficile dalla massa sterminata di informazioni che, ovunque ci troviamo, ci investe quotidianamente: un flusso incessante che copre il presente, ma al tempo stesso impedisce di recuperare il passato e di proiettarsi verso il futuro.

A questa crisi della capacità narrativa è dedicato un libro importante del filosofo coreano Byung-Chul Han, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2024 con il titolo La crisi della narrazione e giunto alla seconda edizione. Han sostiene che la narrazione – intesa come forma capace di dare senso, di creare visioni condivise, persino di cambiare il mondo – sia stata progressivamente sostituita dallo storytelling.

La differenza, però, non è meramente terminologica. La narrazione implica durata, profondità, selezione, memoria; comporta un lavoro di elaborazione che trasforma l’accaduto in esperienza significativa. Lo storytelling, invece, si riduce a tecnica comunicativa, a dispositivo funzionale alla visibilità e al consumo. Inoltre, è privo di pathos rivoluzionario e, a ben guardare, non apre nemmeno uno spazio autentico alla speranza.

Secondo Han, lo storytelling è alla base del funzionamento delle grandi piattaforme digitali, come Instagram e Facebook. Le cosiddette «storie» che vi circolano non sono racconti in senso proprio, ma sequenze di registrazioni istantanee, frammenti che non costruiscono alcuna trama e che, per di più, svaniscono rapidamente. Non vi è sedimentazione, non vi è memoria: vi è soltanto accumulo.

Si privilegia così l’archiviazione cumulativa – il registro, il protocollo, la traccia digitale – rispetto all’elaborazione riflessiva e narrativa dell’esperienza. La vita viene archiviata in dati prima ancora di essere interpretata. Eppure la vita, quando è narrata o ricordata, è inevitabilmente lacunosa e selettiva ed è proprio in questa imperfezione che risiede la sua verità.

Han osserva che oggi nulla sembra sottrarsi alla protocollazione totale dell’esistenza: tutto viene misurato, quantificato, sovraesposto. A differenza della pre-modernità, nella quale il mondo era ancora avvolto da un alone di mistero, la nostra epoca appare segnata da una radicale nudità del reale. La vita è interamente esposta, ma proprio per questo impoverita: priva di interiorità, di profondità simbolica, di incanto.

Già Walter Benjamin, grandissimo pensatore tedesco, aveva suggerito che gli ultimi abitanti del mondo incantato fossero ormai i bambini. Nell’età adulta, invece, finisce per prevalere il disincanto: il mondo è ridotto a concatenazione causale, a superficie calcolabile. Viene meno quell’aura che rendeva le cose degne di essere raccontate.

Eppure, è proprio il velo misterioso che avvolge le cose ad avere un cuore narrativo. Senza opacità non c’è racconto; senza distanza non c’è immaginazione; senza memoria non c’è futuro. Nell’epoca dello storytelling permanente, questo cuore narrativo diventa invisibile. Non perché quel cuore sia scomparso, ma perché non troviamo più il tempo, il silenzio e il coraggio necessari per ascoltarlo.