Il mondo non sta vivendo una semplice fase di instabilità. Sta attraversando una rottura storica. Gli equilibri politici, militari ed economici costruiti sulle macerie della Seconda guerra mondiale si stanno sgretolando uno dopo l’altro, senza che nulla di altrettanto solido sia pronto a sostituirli. Non è un passaggio ordinato, non è una transizione guidata: è un collasso lento, diseguale, spesso violento.

Per decenni il sistema internazionale ha retto su un compromesso imperfetto ma efficace: grandi potenze, sfere di influenza, istituzioni multilaterali, deterrenza militare e crescita economica come collante sociale. Oggi quel compromesso non funziona più. Le regole vengono violate apertamente, le istituzioni ignorate, i trattati svuotati. La forza è tornata a essere un argomento politico legittimo.

La Cina è l’attore che meglio ha compreso questo cambio di fase. Non cerca lo scontro diretto, non ha fretta di imporre un nuovo ordine con la forza delle armi. Avanza con metodo, usando commercio, debito, infrastrutture, tecnologia, controllo delle catene produttive. È una conquista silenziosa ma profonda, che ridisegna il mondo senza produrre immagini di carri armati o bombardamenti, ma con effetti altrettanto duraturi. È la dimostrazione che il potere oggi può essere esercitato anche senza guerra aperta.

Gli Stati Uniti, al contrario, appaiono sempre più ripiegati su sé stessi. La polarizzazione politica, le fratture sociali, la sfiducia nelle istituzioni e la radicalizzazione del conflitto interno minano la loro capacità di leadership globale. Una potenza divisa al suo interno è una potenza più fragile all’esterno. Il rischio non è solo il declino geopolitico, ma l’instabilità interna di un Paese che per decenni ha rappresentato l’architrave dell’ordine occidentale.

La Russia è l’emblema di un altro fallimento: quello della guerra come strumento di restaurazione imperiale. L’invasione dell’Ucraina, invece di rafforzare Mosca, ne ha messo a nudo i limiti militari, economici e politici. Una guerra lunga, logorante, costosa, che espone il regime a tensioni interne crescenti e a un isolamento internazionale sempre più pesante. Anche qui, il mito della forza si infrange contro la realtà.

Intanto il pianeta è attraversato da conflitti che raramente occupano le prime pagine: in Africa, in Medio Oriente, in Asia. Guerre spesso croniche, che producono instabilità, migrazioni, povertà e radicalizzazione. Non sono episodi marginali: sono parte integrante di un sistema globale che non riesce più a gestire le proprie periferie.

In tutto questo l’Europa appare immobile. Non manca di risorse, né di storia, né di capacità economiche. Manca di volontà politica. Divisa su tutto – difesa, energia, migrazioni, politica estera – l’Unione Europea si muove lentamente mentre il mondo accelera. È un gigante normativo in un’epoca che premia decisione, rapidità e visione strategica. E il prezzo dell’indecisione è l’irrilevanza.

A rendere il quadro ancora più complesso c’è la questione demografica. L’Occidente invecchia. Le società si contraggono, i sistemi di welfare scricchiolano, la forza lavoro diminuisce. Al contrario, l’Africa è il continente più giovane del mondo. Milioni di ragazzi e ragazze non accettano più un destino di povertà, marginalità o immobilità. Vogliono studiare, lavorare, spostarsi, vivere meglio. Questa spinta demografica è una forza storica enorme: può diventare motore di sviluppo o detonatore di nuove crisi, a seconda di come verrà governata.

È in questo intreccio di potenze in declino, potenze emergenti, conflitti aperti, crisi demografiche e paralisi politiche che prende forma il nuovo ordine mondiale. Un ordine che non è stato progettato, ma che sta emergendo dal disordine. Nessuno oggi ha davvero il controllo del processo. Nessuno può dire con certezza quale sarà l’esito.

Una cosa, però, è chiara: il tempo delle illusioni è finito. Pensare che tutto possa tornare com’era è un errore grave. Il mondo non sta attraversando una parentesi difficile, sta cambiando struttura. E chi continuerà a leggere il presente con le categorie del passato rischia di essere travolto.

Il vero nodo politico dei prossimi anni non sarà evitare il cambiamento, ma governarlo. Capire chi avrà la forza, la lucidità e il coraggio di costruire nuove regole prima che siano le crisi a imporle con la violenza. Il caos non è alle porte: è già dentro le nostre società. Sta a noi decidere se subirlo o provare, almeno, a dargli una direzione.