Il Governo sta facendo di tutto per evitare di entrare nel conflitto, ma solo almeno 200 i marinai italiani bloccati a Hormuz, per non parlare dei nostri soldati impegnati nelle missioni Onu in Libano. I pericoli maggiori sono proprio nello scalo reggino
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«Non vogliamo infilarci in una guerra», dice il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Quello che diceva che in caso di avvistamento di droni è meglio chiudere le finestre. Il problema vero, però è che è la guerra che si sta infilando in Italia. Tajani prova a ripetere la posizione del Governo ovvero di Giorgia Meloni che già ha il suo da fare con il referendum e non vuole altre tensioni perché si sa che la guerra di voti non ne porta.
Il conflitto, però, sta sempre più circumnavigando il nostro Paese e fare gli struzzi è possibile ma solo fino a un certo punto. Non solo per le pressioni di Donald Trump che continua a chiedere all'Europa un impegno militare .
I detriti di missili iraniani intercettati da Israele sono piovuti in una zona all'aperto della base Unifil di Shama, sede del Comando del settore Ovest a guida italiana. Nulla di grave: tutti i soldati sono rimasti incolumi, eccetto uno che lamenta dolore a un occhio pur non avendo ferite. Ora non si esclude l'evacuazione immediata dei Caschi blu nel caso arrivi la decisione delle Nazioni Unite, in attesa del verdetto sul destino della missione che oscilla tra le ipotesi di nuove regole di ingaggio e di una chiusura anticipata: a deciderlo sarà il Consiglio di sicurezza dell'Onu, forse già a giugno. Il mandato, in ogni caso, scade alla fine del 2026. Il Libano — dove l'Italia è impegnata anche con la missione Mibil a sostegno delle forze di sicurezza locali — è il fronte con gli scenari più aperti. Il contingente italiano è composto da 1.300 soldati ed è il più numeroso tra i circa 50 Paesi che partecipano alla missione. Opera nelle tre basi di Shama, Al Mansouri e Naqura.
In Iraq, nella tarda serata di ieri un drone ha colpito un hotel di 18 piani a Baghdad che ospitava anche personale italiano, attualmente al riparo nei bunker. Fiamme e un fumo denso si sono sprigionati dai piani superiori dell'edificio. Anche in questo caso, non ci sono state vittime.
Ma i principali problemi arriveranno sicuramente dal mare. Il primo problema è lo stretto di Hormuz . Anche qui il ministro degli Esteri, Tajani, ha detto che la Marina Militare non andrà nello stretto per svolgere missioni di accompagnamento delle petroliere che devono attraversarlo. Resta però il dato di una presenza in quella zona di marinai italiani. «Le stime parlano tra i 200 ei 300 marittimi nello Stretto - dice Luca Sisto, direttore generale di Confitarma -. Stanno bene, siamo costantemente in contatto, sebbene la questione relativa alla loro sicurezza sia prioritaria. Un attacco nei loro confronti rappresenterebbe un crimine internazionale. Non possiamo consentirlo. Per questo, venerdì abbiamo inviato una lettera al ministero della Difesa per chiedere il possibile dislocamento di un'unità militare italiana a supporto dei traffici». Un modo per ridare slancio alla catena logistica. Tra le opzioni proposte da Sisto, c'è l'allargamento del perimetro di azione di navi che rientrano in operazioni precise della Marina italiana: «Atalanta, con funzione anti-pirateria nel Mar Indiano, o Aspides, per la sicurezza del Mar Rosso e del Canale di Suez». Ma ieri i ministri degli Esteri dell'Ue hanno sottolineato di non aver «alcun appetito» a cambiare l'area di intervento di quest'ultima.
Proprio dal mare arrivano le principali preoccupazioni per la nostra regione. È attraccata a Gioia Tauro la nave Msc Siena. Pro dall'India via Spagna, viene trasportato in container e almeno tre di questi sono diretti in Israele. Conterrebbero acciaio balistico per produrre produzione e armamenti. Sono ancora a Gioia Tauro, si apprende, altri cinque container contenenti acciaio per l'industria bellica di Tel Aviv, arrivati la settimana scorsa con la nave Msc Marie Lesli. Fanno parte di un gruppo di ben 23 container, arrivati su navi che dall'India hanno circumnavigato l'Africa per evitare il Mar Rosso e sono entrate nel Mediterraneo da Gibilterra . Insomma Gioia Tauro è una rotta strategica per il conflitto e questo non fa che crescere preoccupazione.
I sindacati Usb e Orsa dei portuali di Gioia Tauro si sono riuniti alla Casa del popolo “Valarioti” di Rosarno con varie associazioni di solidarietà con i palestinesi: «Abbiamo deciso di organizzare un presidio. Non vogliamo che Gioia Tauro diventi un porto franco per le armi e per alimentare le guerre», ha detto Giuseppe Marra dell'Usb . Ma la centralità geografica nel Mediterraneo del porto di Gioia Tauro è indubitabile che lo esponga al rischio di ritrovarsi al centro del conflitto che solo apparentemente è lontanissimo.


