Carrellata delle frasi più significative delle ultime settimane di dura campagna referendaria: così Schlein, Conte, Fratoianni, Gratteri, Di Matteo e gli altri sono riusciti a convincere gli italiani
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Non è stata solo una campagna referendaria. È stata una costruzione progressiva, fatta di frasi nette, spesso divisive, che hanno dato forma al fronte del No alla riforma della giustizia. Un fronte che da outsider (underdog, per usare un’espressione cara alla premier Giorgia Meloni) si è rivelato vincente.
All’inizio erano distinguo tecnici. Poi, con il passare delle settimane, il linguaggio si è acceso. Fino a diventare politico, identitario, a tratti frontale.
Elly Schlein è tra le prime a imprimere una linea chiara e riconoscibile. «Questa riforma mette a rischio l’equilibrio tra i poteri dello Stato», ripete più volte nelle interviste. E alza il livello dello scontro quando accusa: «Non si può piegare la Costituzione a esigenze di parte». In uno dei passaggi più duri della campagna arriva a dire: «In Fratelli d’Italia invitano a fare reati per cambiare la Carta».
Giuseppe Conte sceglie invece un registro più orientato alle conseguenze sociali. «La giustizia non può diventare più debole con i potenti e più severa con i cittadini comuni», è una delle frasi che ricorrono nei suoi interventi pubblici. E insiste su un punto: «Questa riforma rischia di creare un sistema meno equo, non più giusto».
Nicola Fratoianni spinge ancora oltre il tono politico. «Non è una riforma della giustizia, è un attacco alla sua indipendenza», afferma in più occasioni. E sintetizza così la posta in gioco: «Qui si decide se la giustizia resta uguale per tutti o diventa più fragile davanti al potere».
Ma è fuori dalla politica che il No trova alcune delle dichiarazioni più esplosive.
Nicola Gratteri entra nel dibattito con parole destinate a segnare la campagna. «Voteranno sì gli indagati, gli imputati e la massoneria deviata», dice, scatenando polemiche immediate. Non fa passi indietro, anzi rilancia: «Se ridirei quelle frasi? Certamente. E non erano offensive, per comprenderle basta conoscere la lingua italiana». E prova a riportare il confronto sui contenuti: «Non è un voto sul governo, è un referendum sui contenuti».
Accanto a lui, altri magistrati danno voce a una critica più tecnica ma altrettanto netta.
Nino Di Matteo avverte: «Questa riforma rischia di compromettere l’autonomia della magistratura». E aggiunge: «Separare le carriere in questo modo significa indebolire l’azione della giustizia».
Gherardo Colombo richiama i principi costituzionali: «La giustizia deve restare indipendente da ogni pressione politica». E sottolinea: «Ogni modifica che altera questo equilibrio va valutata con grande cautela».
Armando Spataro insiste sull’impatto concreto delle norme: «Il rischio è quello di creare squilibri tra accusa e difesa». E conclude: «Non si migliora la giustizia intervenendo in modo ideologico».
Così, dichiarazione dopo dichiarazione, il fronte del No prende forma. Non come un blocco monolitico, ma come un mosaico di posizioni diverse, unite da un filo comune: la difesa dell’assetto costituzionale e il timore di un cambiamento considerato pericoloso che, peraltro, non interverrebbe sui reali bisogni della giustizia.
Le parole diventano il vero terreno di scontro. Più ancora delle norme.
E alla fine, il racconto del No è tutto qui: una battaglia costruita frase dopo frase, voce dopo voce. Dove il linguaggio non accompagna la politica ma la guida. In questo caso fino a una vittoria insperata.




