La descrivono furiosa, fuori controllo. Ieri Giorgia Meloni avrebbe perso la pazienza più volte, arrivando a gridare che lei non può pagare per tutti, che ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Ce l’aveva con ministri e sottosegretari che non hanno mai accettato di fare un passo indietro, che pure lei privatamente aveva fatto capire di gradire. Niente da fare: nonostante scandali, inchieste, indagini, accuse, perfino condanne, nessuno si è mosso. Lei ci ha messo la faccia, ma ora per questo rischia di perderla.

Ieri a Palazzo Chigi è stata una giornata che, ora dopo ora, si è fatta sempre più pesante.

A un certo punto, la Meloni ha capito che il risultato del referendum non poteva essere liquidato con quel suo breve video e con quella formuletta di circostanza: “Rispetto la volontà degli italiani”. Per poi aggiungere, quasi automaticamente: “Il governo va avanti”.

Qualcuno, a Palazzo Chigi, deve averle fatto notare che le due cose non stanno insieme. Non puoi dire di rispettare la volontà popolare, che ti ha smentito clamorosamente, e nello stesso momento comportarti come se nulla fosse accaduto. Non in politica. Non in una democrazia matura.

Così la giornata si è trasformata, per la presidente del Consiglio, in un lento scivolare verso una crisi sempre più evidente. Anche perché dal Quirinale sarebbe filtrata più di una preoccupazione: soprattutto il timore che l’ultimo tratto della legislatura possa complicarsi drammaticamente, con il rischio di uno scioglimento anticipato. Cosa che, in questo momento internazionale drammatico, verrebbe vista come un segnale di gravissima debolezza per il nostro Paese.

La situazione è ormai chiara a tutti i leader della maggioranza: il voto referendario non può essere preso sottogamba. C’è bisogno di qualcosa di forte. C’è bisogno di una risposta politica di alto profilo. Nessuno lo ha detto ieri a Palazzo Chigi, ma tutti lo hanno pensato: con questo governo non si arriva nemmeno all’estate.

Ed è a quel punto che la presidente del Consiglio avrebbe iniziato a ragionare sui “sacrificabili”, su chi dovrebbe fare un passo indietro per alleggerire la pressione politica.

Due, soprattutto, i nodi da sciogliere. O meglio, le teste da tagliare.

La prima è quella di Daniela Santanchè, l’inossidabile e intoccabile ministra del Turismo, che in più momenti ha dimostrato strafottenza e una forte superbia politica nel respingere ogni richiesta di un suo passo indietro. Lei è rimasta saldamente al suo posto, nonostante le accuse pesantissime che, secondo molti, avrebbero dovuto portarla a dimettersi già da tempo.

La seconda testa che deve cadere è quella del ministro della Giustizia Nordio. La riforma dell’ordinamento giudiziario si è rivelata un flop incredibile: un testo fragile, contestato, con evidenti forzature, respinto con forza dai magistrati e bocciato clamorosamente dagli elettori. La gestione della campagna referendaria da parte del ministro è stata ancora più confusionaria, fatta di scivoloni, con un linguaggio inadeguato, caratterizzata da uno scontro durissimo con le toghe: una dinamica che ha prodotto solo danni al governo. E di questo la presidente del Consiglio si è dimostrata sempre più convinta, fino a far capire chiaramente che la gestione di Nordio ha portato alla sconfitta. Come dire: hai sbagliato tutto, ora ti devi dimettere.

Due ministri che ora sono diventati un problema diretto per Palazzo Chigi. Perché il punto, ormai, è chiaro anche alla stessa premier: se non cadono loro, rischia di cadere lei. Ma se dovessero saltare, potrebbe aprirsi uno scenario diverso: un grande rimpasto di governo, un nuovo equilibrio politico, persino un rafforzamento dell’esecutivo.

La Meloni potrebbe scegliere la strada più rischiosa: anticipare il voto a giugno.

Nelle ultime ore questa ipotesi ha preso corpo, nella consapevolezza che le elezioni anticipate potrebbero cogliere tutti di sorpresa e quindi ridare la vittoria al centrodestra. Una mossa d’azzardo per impedire al centrosinistra di organizzarsi e provare a capitalizzare un consenso che, nonostante tutto, potrebbe ancora reggere.

Ma è una partita che non si gioca da soli. E qui torna centrale il ruolo di Mattarella, sempre più forte, sempre più riconosciuto come punto di equilibrio e di garanzia per tutto il Paese. Il Capo dello Stato potrebbe non essere affatto d’accordo con le elezioni anticipate, soprattutto in un periodo così grave dal punto di vista internazionale, che provocherebbe al nostro Paese un danno d’immagine enorme. Un segno di grave debolezza per uno dei Paesi fondatori dell’Unione Europea. Mattarella, su questo, potrebbe essere irremovibile.

Intanto è tutta la maggioranza che scricchiola.

In Forza Italia crescono malumori e tensioni. Tajani appare indebolito, mentre emergono segnali di insofferenza anche nella famiglia Berlusconi, che pure aveva immaginato la vittoria del referendum da dedicare alla buon’anima del Cavaliere. Questo ha fortemente indebolito la famiglia stessa, con Forza Italia che potrebbe pagare un prezzo durissimo.

Dentro Fratelli d’Italia il clima è tutt’altro che compatto: accuse incrociate, difficoltà sui territori, una classe dirigente che si rivela, giorno dopo giorno, inadeguata alla prova del governo. Il primo partito italiano, che nonostante tutto si è sempre tenuto attorno al 30%, ora improvvisamente si scopre più debole, più isolato, più rissoso al proprio interno.

E poi c’è la Lega, attraversata da divisioni profonde. La scomparsa di Bossi ha segnato non solo la fine di una stagione, ma ha riaperto fratture mai risolte. Gli attacchi interni a Salvini durante i funerali di Bossi raccontano un partito sempre più fragile, lontano dalla sua identità originaria. In caduta libera.

Il quadro complessivo è quello di una maggioranza che si scopre improvvisamente vulnerabile. E di una leader che, dopo aver vinto le elezioni, sembrava imbattibile, ma ora si trova davanti al problema più difficile: costruire una classe dirigente credibile, reggere l’urto della realtà, cambiare tutto quello che si può cambiare, completare la legislatura, fare le riforme annunciate da tempo, prepararsi al voto tra poco più di un anno.

Ma tutto quello che fino a ieri sembrava scontato, improvvisamente non lo è più.

Il referendum ha fatto emergere tutto questo. E adesso nulla può più essere come prima. Se rimane questo governo, se rimane questa impostazione politica, se rimangono questi equilibri, per la Meloni il futuro finisce qui.