A sorpresa, il referendum sulla giustizia sta registrando una partecipazione più alta rispetto agli ultimi anni. Un segnale controcorrente, in un Paese in cui lo strumento referendario sembrava avviato a un lento declino, schiacciato dall’astensione e dall’indifferenza.

Eppure, chi oggi minimizza questo dato dimentica un punto essenziale: la democrazia italiana si è costruita anche attraverso i referendum. Non sono stati semplici consultazioni, ma passaggi decisivi che hanno inciso in profondità su istituzioni, diritti e coscienza civile del Paese.

Il referendum, previsto dalla Costituzione come strumento eccezionale, è diventato nel tempo una leva capace di ridefinire il rapporto tra cittadini e potere.

Tutto parte dal 2 giugno 1946: monarchia o repubblica. Vince la Repubblica, ma con un’Italia spaccata in due, e un Mezzogiorno in larga parte monarchico. È il primo, vero atto di sovranità popolare della nuova Italia.

Bisogna attendere il 1974 per il primo referendum abrogativo, quello sul divorzio. È uno spartiacque: vota l’87,7% degli aventi diritto, e il 59,3% respinge l’abrogazione. Per la prima volta, la maggioranza degli italiani si discosta apertamente dalle indicazioni della Chiesa. L’Italia si scopre più laica, più autonoma, più moderna.

Il passaggio si consolida nel 1981 con il referendum sull’aborto: affluenza al 79,4%, conferma della legge 194. In pochi anni cambia il rapporto tra religione, politica e società, e si ridimensiona il peso dell’influenza ecclesiastica nelle scelte elettorali.

Negli anni ’80 e ’90 irrompono i referendum promossi dai radicali, che costringono il sistema politico ad affrontare temi rimossi: giustizia, droga, nucleare, caccia. Parallelamente, i referendum “di sistema” di Mario Segni aprono la strada al superamento del proporzionale puro. Nel 1993 si compie una svolta che accompagna la fine della Prima Repubblica, già travolta da Tangentopoli.

Ma è proprio in questa fase che emergono anche i limiti dello strumento. Il quorum diventa un ostacolo crescente, e l’astensione si trasforma in una strategia politica: non partecipare per far fallire il referendum.

Negli anni Duemila si afferma la stagione dei quorum mancati. Emblematico il caso del 2005 sulla fecondazione assistita: affluenza ferma al 25,9%. Ma il 2011 dimostra che il referendum non è affatto morto: acqua pubblica e nucleare mobilitano il 54,8% degli elettori, superano il quorum e registrano una vittoria schiacciante dei “sì”, tra il 94% e il 96%. Quando i temi sono percepiti come concreti e decisivi, i cittadini tornano a votare.

Il 2016 segna un altro passaggio chiave. Il referendum costituzionale sulla riforma del governo registra un’affluenza del 65,5% e si trasforma in un giudizio politico. Il “no” netto, al 59,1%, porta alle dimissioni del presidente del Consiglio Matteo Renzi. È la conferma che il referendum, in alcune circostanze, diventa anche uno strumento di verifica del consenso.

Il bilancio è chiaro. I referendum funzionano nei momenti di svolta: nascita della Repubblica, diritti civili, crisi dei sistemi politici. Hanno modernizzato il Paese, spesso anticipando o forzando le scelte del Parlamento. Ma hanno perso efficacia quando sono diventati tecnici, complessi, o ostaggio dell’astensione organizzata.

E tuttavia, una verità resta. Quando gli italiani vengono chiamati a decidere su questioni che sentono proprie, rispondono. E spesso lo fanno con più coraggio e più lucidità della politica.