Il governatore celebra la Calabria fuori dalla gestione straordinaria, ma il sistema sanitario continua a fare i conti con carenze strutturali e disuguaglianze nell’accesso alle cure
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Appena Roberto Occhiuto è stato eletto per la prima volta presidente della Regione, gli ho indirizzato una lettera aperta, benevola, nella quale lo scongiuravo, visto che il voto lo aveva premiato, a disfarsi del ruolo di commissario alla sanità. Una sciagura che già allora affliggeva i calabresi.
Non bisogna dimenticare che, per effetto di questa condizione particolare, i nostri corregionali pagano aliquote fiscali molto alte allo Stato senza ottenere servizi corrispondenti. I calabresi sono diventati, in questi ultimi anni di presidenza Occhiuto, gli italiani meno curati del nostro Paese e sborsano, i pochi che se lo possono permettere, cifre notevoli per curarsi fuori regione, impinguando i territori ricchi. Nel 2025, a tale scopo, abbiamo sborsato la cifra più alta d’Italia: 321 milioni.
Accanto a queste persone che dispongono di risorse proprie, esiste una schiera di calabresi che, non trovando posto nel pubblico e non possedendo le risorse per farsi curare nel privato, di fatto si lascia morire.
Al di là di questi motivi, che in tutta evidenza hanno a che fare con la vita stessa del territorio, ne esistono altri due, apparentemente meno gravi: il disegno orografico della regione e la questione dell’immagine che incombe pesantemente sul nostro destino.
Il primo: la Calabria è costituita per il 90 per cento da collina e montagna, una caratteristica che rende più complicato il soccorso sanitario. Il secondo è la questione dell’immagine, sulla quale mi sono soffermato molte volte, che ha reso l’idea stessa del commissariamento un elemento consono alla storia calabrese.
In quella lettera mi permisi di spingere Occhiuto a recarsi da Draghi, un economista di qualità che all’epoca svolgeva il ruolo di presidente del Consiglio, con il quale avrebbe potuto concertare un dignitoso piano di rientro. Già allora il commissariamento calabrese era il più lungo della storia della Repubblica.
Il presidente della Regione neanche rispose alla mia lettera, perché il potere, in particolare quello collegato alla gestione della sanità, irradia in certi individui un fascino irresistibile, specie in Calabria.
E veniamo all’attualità. Sui giornali di venerdì ho visto una foto del presidente con le braccia alzate in segno di tripudio, perché il governo Meloni aveva messo fine al commissariamento della sanità. Un tripudio che faccio fatica a comprendere dopo 17 anni di commissariamento.
Si trattava evidentemente di un’immagine da offrire ai social, che sono diventati la misura, o meglio, la dismisura del nostro tempo. Per come appare del tutto evidente, il presidente della nostra Regione, per superare lo scoglio del commissariamento, ha fatto, come capita sovente nel centrodestra, un accordo politico con il ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, al quale da qualche anno è stato consegnato il destino del Paese.
Questi dava via libera in Consiglio dei ministri alla fine del commissariamento della sanità calabrese solamente perché Occhiuto aveva, qualche giorno prima, votato nella Conferenza unificata, di cui fa istituzionalmente parte, a favore degli schemi d’intesa con le regioni del Nord: Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto.
Faccio una breve digressione sotto forma di domanda: in quale altra regione d’Italia poteva capitare d’imbattersi in un commissariamento così lungo?
Intendiamoci: il provvedimento nella Conferenza sarebbe passato anche se Occhiuto, con un soprassalto d’orgoglio, avesse espresso voto contrario. Il centrodestra dispone in quell’organismo di un’ampia maggioranza. Calderoli, però, non gli ha lasciato scampo: ha preteso il suo voto, perché i patti sono patti.
Adesso avremo a che fare con l’Autonomia differenziata, un altro pericolo letale per il nostro territorio. Anche su questa tremenda stortura istituzionale il presidente della nostra Regione, come ha fatto spesso per il commissariamento della sanità, ha dato e darà ai calabresi una versione rassicurante.
Purtroppo, non vedendo vie d’uscita a questo enorme problema che impoverisce l’intera Italia meridionale e dissolve la stessa unità del Paese, mi permisi, da libero cittadino, di organizzare una riunione di sindaci per ricordare soprattutto ai calabresi che l’Autonomia differenziata doveva essere considerata una sciagura non meno grave dello stesso commissariamento della sanità.
All’appello risposero oltre un centinaio di sindaci di centrosinistra, ma anche alcuni di centrodestra.
Da allora è passato molto tempo. Le cose sono andate come sono andate. La Calabria arranca in una condizione disperata: si sta spopolando a ritmi vertiginosi, il Pnrr, a due mesi dalla sua scadenza definitiva, si trova in un pericoloso ritardo che non ci dà scampo, le persone sono scoraggiate e non credono più alle messinscene esibite sui social.
Stupisce che la presidente Meloni non si renda conto che tutti quei “no” dei giovani meridionali, espressi in un clima di sorpresa generale nel recente referendum, su quesiti non facilmente comprensibili, altro non sono che una rabbiosa protesta contro il governo regionale e nazionale, potenzialmente esplosiva.
*già presidente della Regione Calabria


