Dieci milioni e 800 mila spettatori, 65,6% di share. La serata delle cover cresce in percentuale ma perde circa tre milioni rispetto alla quarta serata del 2025. È il grande paradosso televisivo: meno teste davanti allo schermo, ma fetta di mercato più ampia. E così Carlo Conti, imperturbabile, ricorre alla metafora calcistica: “Se una squadra vince 5 a 0 oppure 3 a 0, non puoi dire che ha perso. Ha sempre vinto”.
L’anno scorso – ammette – è stato un exploit quasi irripetibile. Quest’anno si gioca un’altra partita, con competitor diversi e pure due settimane di calendario spostate che, in tv, possono fare la differenza. Il Buddha dell’Ariston non si offende. “A meno che non mi si appiccichino etichette”, precisa. E intanto il Festival si prepara alla finale.

Stasera sul palco Nino Frassica e Giorgia Cardinaletti, e tutto ciò (a dire di Conti) durerà, se va bene, fino alle due del mattino. Lei, giornalista del Tg1, aziendalista fino al midollo, ha dichiarato il suo amore sconfinato per la Rai: “Sono arrivata tredici anni fa, ho fatto di tutto, mancava solo il palco dell’Ariston”. E ora eccola nella serata più prestigiosa dell’intera kermesse. Un percorso lineare, apparentemente semplice, in un ambiente che semplice non è mai.

La gara entra nella fase decisiva: trenta campioni, tre giurie – sala stampa, radio, televoto – e poi i cinque finalisti rivotati ancora dalle stesse componenti. Con una novità sostanziale: quest’anno il televoto consente una sola preferenza per utenza, non tre come in passato. Una scelta che dovrebbe limitare mobilitazioni organizzate e rendere più “pulito” il voto, ma che cambia anche il peso statistico dei giudizi. La stampa vota da 0 a 10, il televoto con preferenza secca: due logiche differenti, anche se ufficialmente ciascuna giuria pesa per il 33%. E nella finalissima i risultati si sommeranno a quelli delle serate precedenti. Tradotto: ogni punto può essere decisivo.

Sul palco spazio anche al sociale con Gino Cecchettin e la sua fondazione contro il femminicidio, premi alla carriera per Andrea Bocelli e per i Pooh, e l’assegnazione dei riconoscimenti storici – Premio Bigazzi, Sergio Bardotti per il miglior testo, Premio della Stampa Lucio Dalla.

In conferenza si è riparlato di un Festival “cristiano e democratico”. Conti ha risposto citando il Piccolo Coro dell’Antoniano, la canzone contro la guerra interpretata da Laura Pausini, il collegamento con Paolo Sarullo, vittima di bullismo, i ragazzi dell’Anfas. “C’è stato rispetto, questo per me è l'aspetto più importante”, ha detto. Sul referendum del 22-23 marzo: “Andate a votare, poi ognuno farà come vuole”. Linea Rai ribadita: in video si rispetta il codice etico, per altri tipi di dichiarazioni quel palco non è il posto giusto.

Tra le polemiche, quella sollevata via social da Alessandro Gassmann sul duetto tra Gianni Morandi e il figlio. Conti ha chiarito che il regolamento non vieta a un parente di salire sul palco. Se Gassmann avesse chiesto di cantare col figlio, sarebbe stato accolto. La mancata promozione della fiction è stata una scelta editoriale, per lasciare più spazio agli spot pubblicitari.

E poi c’è il caso Laura Pausini. Accusata da alcuni di aver cantato "Heal the World" in modo troppo sommario, di aver parlato di guerra in maniera generalista senza citare conflitti specifici, la cantante ha risposto con fermezza. Ha spiegato che, davanti a un pubblico così vasto, la semplicità di un messaggio universale può essere la forma più potente. E ha aggiunto una frase che ha fatto rumore: «Finché io per voi sarò solamente una cantante italiana che va in Sud America e non una cantante che utilizza la voce per dire delle cose, nel modo in cui mi esprimo, forse non vi basterà mai». Una risposta significativa, non solo artistica ma identitaria. Come a dire: già parlare di qualcosa, anche senza entrare nello specifico, può essere un passo.

Non sono mancati altri fronti caldi: la presenza della modella russa citata dagli "Epstein files" Irina Shayk dei giorni scorsi, liquidata da Conti come scelta legata alla sua fama internazionale; il bacio tra Gaia e Levante non inquadrato, spiegato come scelta di regia preconfezionata; la frecciatina di Gianluca Grignani alla Pausini, a cui lei ha replicato secca: il numero non l’ha mai cambiato, fa la cantante e canta.

E sul futuro? Conti ha detto che parlerà del dopo Sanremo questa sera, e lo farà in diretta. Potrebbe tornare, potrebbe passare il testimone. Ha auspicato una futura direttrice artistica donna o un giovane, come toccò a lui nel 2015. L’attesa è altissima: Sanremo è anche una questione di successioni.

Intanto si va verso la notte decisiva. Share in crescita, spettatori in calo, polemiche accese, un conduttore serafico e un sistema di voto più stringente. Cinque nomi, tre giurie, una sola preferenza a testa.

E domattina, comunque vada, qualcuno parlerà di trionfo. Qualcun altro di declino. Sanremo resta il luogo dove tutto viene amplificato. Anche le sfumature. Anche le parole. Anche un semplice messaggio di pace che, per qualcuno, non sarà mai abbastanza.