Le immagini di strade allagate, lungomari invasi dall’acqua e quartieri isolati non segnano l’arrivo di un’emergenza inattesa, ma il ritorno di uno scenario già noto. Sono immagini recenti, che appartengono a un passato prossimo e ricorrente, e riaffiorano ogni volta che piogge intense e mareggiate riattivano fragilità strutturali accumulate nel tempo. La loro forza non sta nella novità, ma nella ripetizione, che rende evidente un processo già in atto più che una sequenza di eventi isolati.

Ciò che viene raccontato come attualità è, in realtà, l’esito finale di processi lunghi e riconoscibili, legati alla storia geologica dei luoghi e a decenni di trasformazioni territoriali spesso incoerenti. Le immagini e riprese diffuse in tempo reale mostrano il momento dell’impatto, non l’origine del problema: quando l’acqua torna a occupare spazi che non le sono mai stati realmente restituiti, secondo una dinamica che si ripete finché la risposta resta confinata alla riparazione dell’emergenza.

I dati ufficiali sulla pericolosità idrogeologica confermano questa lettura. Secondo il Rapporto Ispra 2024, oltre il 90% dei comuni calabresi ricade in aree a rischio idrogeologico e circa il 17% del territorio regionale è classificato a pericolosità elevata o molto elevata per frane e alluvioni. Nei principali centri urbani, dai capoluoghi di provincia alle grandi città di pianura e di costa, decine di migliaia di residenti vivono stabilmente in aree esposte, insieme a infrastrutture strategiche e a un patrimonio edilizio spesso collocato in contesti geomorfologicamente instabili.

Nei capoluoghi di provincia e nelle maggiori città non capoluogo il rischio assume una dimensione chiaramente urbana. A Cosenza oltre 21.000 residenti risultano esposti a pericolosità geomorfologica e idraulica, a Catanzaro circa 12.500, a Reggio Calabria oltre 12.600. Dati significativi sulla pericolosità idrogeologica si registrano anche a Lamezia Terme, con circa 8.000 residenti esposti in aree soggette ad allagamenti, e a Corigliano-Rossano, dove oltre 6.500 persone vivono in contesti interessati da rischio idraulico e costiero.

D’altra parte, il Rapporto Ispra sul consumo di suolo evidenzia come in Calabria oltre il 6% della superficie regionale risulti ormai impermeabilizzata, con incrementi concentrati soprattutto nelle aree costiere e di pianura, proprio quelle più esposte a rischio idraulico. L’Enea sottolinea inoltre che più del 40% delle infrastrutture strategiche regionali (reti di trasporto, impianti energetici, servizi essenziali) ricade in aree potenzialmente vulnerabili a eventi idrogeologici estremi.

C’è la necessità di considerare le specificità degli assetti idrogeologici di questi territori caratterizzati da bacini idrografici brevi e a risposta rapida, corsi d’acqua a regime torrentizio e pianure alluvionali densamente urbanizzate. La progressiva ed eccessiva impermeabilizzazione dei suoli, la canalizzazione degli alvei e la riduzione delle fasce di esondazione naturale hanno aumentato la velocità dei deflussi e l’energia delle piene, amplificando gli effetti delle precipitazioni intense.

Specificità note e ampiamente documentate ad ogni livello istituzionale e scientifico non solo di recente. Nel marzo del 1973, all’indomani delle gravi alluvioni che colpirono Sicilia e Calabria, il Parlamento italiano riconosceva l’«esigenza primaria e non più differibile di una concreta ed organica opera di sistemazione idrogeologica del terreno e di difesa del suolo». Già allora veniva sottolineato come l’intervento emergenziale non potesse sostituire una politica strutturale di prevenzione e pianificazione territoriale.

Negli ultimi anni, alla fragilità fluviale si è sommata con crescente evidenza la vulnerabilità delle coste. L’erosione delle spiagge, l’arretramento della linea di riva e i danni ai lungomari sono accentuati dall’innalzamento del livello del mare e dall’aumento dell’energia delle mareggiate. Secondo Ipcc ed Enea, il livello medio del mare potrebbe crescere di oltre un metro entro la fine del secolo, con effetti particolarmente rilevanti sulle pianure costiere già soggette a subsidenza naturale e antropica.

La gestione dell’emergenza ha compiuto progressi importanti. Sistemi di allerta, evacuazioni preventive e coordinamento della Protezione civile hanno contribuito a ridurre il numero delle vittime. Tuttavia, la risposta resta inadeguata. La manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua è discontinua, la pianificazione urbanistica continua spesso a ignorare la pericolosità geomorfologica e il consumo di suolo procede anche in aree ad alto rischio.

A fronte di questo quadro, il tema della prevenzione assume anche una chiara dimensione economica. I dati nazionali mostrano che ogni euro investito in interventi di prevenzione e mitigazione del rischio idrogeologico consente di risparmiare da quattro a sette euro in spese di riparazione dei danni, ricostruzione e indennizzi post-evento. La prevenzione riduce inoltre i costi indiretti legati all’interruzione delle attività produttive, al turismo e ai servizi essenziali.

Investire nella difesa del suolo significa quindi non solo ridurre il rischio per le popolazioni, ma anche tutelare il valore economico dei territori. La manutenzione dei bacini, il ripristino delle fasce fluviali, la rinaturalizzazione delle coste e una pianificazione urbana coerente rappresentano strumenti meno visibili dell’emergenza, ma decisamente più efficaci nel lungo periodo.

Il dissesto idrogeologico che colpisce oggi la Calabria non è una fatalità naturale, ma l’esito prevedibile di un sistema territoriale fragile. Cinquant’anni dopo il dibattito parlamentare del 1973, la conoscenza scientifica e i dati disponibili sono incomparabilmente più avanzati.

La vera sfida resta trasformare questa conoscenza in politiche continue e integrate, capaci di spostare risorse e attenzione dall’emergenza alla prevenzione, prima che l’acqua torni ancora una volta a prendersi il territorio.

In pratica, il dissesto non arriva: ritorna. Lo dimostra la memoria istituzionale del 1973, quando il Parlamento, all’indomani delle alluvioni che colpirono Sicilia e Calabria, riconosceva già i limiti di una politica fondata sulla sola riparazione dei danni. Nei resoconti di allora emergeva la consapevolezza che la sola riparazione dei danni, se non accompagnata da una politica organica di difesa del suolo, avrebbe prodotto una reiterazione delle stesse emergenze.

Oggi, mentre le istituzioni sono chiamate a definire nuovi provvedimenti e stanziamenti straordinari, quella lezione resta attuale. Riparare è necessario, ma non basta.

Continuare a intervenire solo dopo gli eventi significa accettare la ripetizione del danno come normalità. La vera discontinuità non sta nell’intensità delle piogge o delle mareggiate, ma nella capacità delle classi dirigenti di interrompere un ciclo noto, spostando risorse e decisioni dall’emergenza alla prevenzione, prima che il dissesto ritorni ancora.

*Consiglio Nazionale Amici della Terra