Mentre riparte l’anno accademico, torna al centro del dibattito pubblico un fenomeno strutturale del sistema universitario italiano: la migrazione degli studenti fuorisede. Secondo i più recenti dati, circa 1 studente immatricolato su 4 lascia la propria regione per frequentare l’università altrove, con picchi che superano il 30% in diverse regioni, tra cui la Calabria.

Un fenomeno di massa (e di disuguaglianze)

La mobilità degli studenti non è un fenomeno nuovo, ma nei dati emerge con tutta la sua entità: 401.720 universitari iscritti in una regione diversa da quella di residenza nel 2023/24, di cui quasi 60mila provenienti dall’estero.

Questo flusso ha una geografia chiara: le regioni del Mezzogiorno – come Calabria, Puglia e Sicilia – registrano percentuali di partenza tra le più alte del Paese, spesso superiori alla media nazionale (37% in Calabria).

Non si tratta solo di numeri: ogni studente che lascia la propria comunità familiare e culturale incarna una perdita per il tessuto socioeconomico delle regioni di origine. Secondo alcuni studi, questo fenomeno non solo impoverisce il capitale umano del Sud, ma alimenta un circolo di brain drain, con studenti che spesso non fanno ritorno dopo la laurea.

Il cuore della questione: perché si parte

La decisione di trasferirsi non è guidata unicamente dalla ricerca di un ateneo di prestigio. Tra le cause principali emergono fattori strutturali e economici, spesso sottovalutati.

Offerta formativa e reputazione

Alcuni corsi di laurea, soprattutto quelli scientifici o altamente specializzati, sono concentrati in atenei del Centro-Nord o in grandi città. Ciò spinge molti giovani – anche meritevoli – a guardare oltre i confini regionali.

Costi insostenibili per le famiglie

Seppure trasferirsi per motivi di studio possa sembrare un investimento per il futuro, la realtà racconta un’altra storia. Gli affitti nelle principali città universitarie italiane sono lievitati negli ultimi anni, con camere singole che costano spesso oltre i 600-700 euro al mese.

Per una famiglia media, questo si traduce in spese annuali per l’affitto solo per il figlio universitario che superano i 5.000 euro, prima di considerare cibo, trasporti, libri e utenze.

Offerta abitativa limitata

Oltre ai prezzi in crescita, i posti letto negli studentati pubblici coprono una minima parte della domanda: spesso solo una stanza ogni dieci studenti fuorisede è disponibile in strutture dedicate, lasciando migliaia di giovani alla mercé del mercato libero con prezzi in costante aumento.

La Calabria: università prestigiose, fuga continua

In Calabria il quadro è paradossale: la regione ospita atenei di qualità, come l’Università della Calabria (Unical), che negli anni ha registrato un aumento degli iscritti e vanta una comunità studentesca numerosa e attiva.

Unical, con il suo modello campus integrato, rappresenta un esempio virtuoso di politiche per studenti, capace di offrire non solo percorsi formativi competitivi, ma anche un ambiente di vita che facilita l’integrazione.

Eppure, molti giovani calabresi continuano a partire.

Perché non restano?

Percezione di opportunità: molti studenti ritengono – a torto o a ragione – che al Centro-Nord ci siano maggiori possibilità di lavoro post-laurea.

Costi della vita locali: nonostante l’Unical offra un ambiente relativamente accessibile, la vita universitaria produce comunque costi per le famiglie, che in molti casi preferiscono sostenere la spesa solo se accompagnata da maggiori prospettive occupazionali.

Abitudini sociali e culturali: la migrazione studentesca è talmente radicata da costituire un “normale” passaggio di vita per molte famiglie del Sud.

Le risposte istituzionali (e le loro lacune)

Negli ultimi anni il Governo ha stanziato risorse per sostenere il diritto allo studio, comprese borse di studio e contributi per gli affitti degli studenti fuori sede anche nelle università del Sud.

In Calabria, ad esempio, quasi 3 milioni di euro sono destinati a contributi per le spese di locazione degli studenti fuorisede, con la parte maggiore riservata all’Unical.

Eppure, le associazioni studentesche denunciano che questi strumenti non sono sufficienti: l’accesso ai contributi è limitato da Isee e altri requisiti, e la copertura dei posti letto resta largamente insufficiente rispetto alla domanda reale

Una sfida per il futuro del Mezzogiorno

La migrazione studentesca non è una semplice questione di numeri: è un indicatore di diseguaglianze strutturali e di opportunità spesso negate. Per fermare la fuga dei giovani – e in particolare dei talenti calabresi – serve più di incentivi economici: serve una visione capace di collegare formazione, lavoro e sviluppo territoriale.

Solo così, forse, potremo trasformare la scelta di restare in una opportunità concreta e non più un’eccezione per chi studia “lontano da casa”.