Il referendum si avvicina e le bordate tra chi sostiene la riforma costituzionale che cambierà l’assetto della magistratura e chi la rifiuta salgono di livello e intensità.
Ma intanto proviamo a spiegare, a grandi linee e in modo semplice, in cosa consiste la riforma.

Carriere separate

Sostanzialmente vengono separate le carriere tra pubblici ministeri e giudici. Come due rette parallele non dovranno incontrarsi mai: due diverse scuole di magistratura, due concorsi separati. Chi coordina le indagine e persegue il crimine (sostenendo eventualmente l’accusa nel processo) e chi giudica seguiranno percorsi di formazione e concorsi separati.
Ma non solo. Come sappiamo ogni categoria di lavoratori ha degli organi di autogoverno. Esiste l’ordine dei commercialisti, degli avvocati, esistono le associazioni di categoria per i commercianti e così via. L’organo di autogoverno della magistratura è il Consiglio superiore della magistratura (Csm). Oggi come oggi è uno solo, con 33 membri. Di questi tre sono membri di diritto come il Presidente della Repubblica (che presiede il Csm), il presidente della Corte di Cassazione e il Procuratore generale della Corte di Cassazione. Vi sono poi 20 magistrati (i membri togati) eletti dai propri colleghi «nel numero e secondo le procedure previsti dalla legge». Due provengono dalla Cassazione, cinque dalle Procure e 13 sono scelti tra i giudici. Dieci sono i cosiddetti membri laici, ovvero non magistrati, eletti dal Parlamento tra professori universitari in materie giuridiche o avvocati con almeno 15 anni di professione.

Due Consigli superiori della magistratura

La riforma impone che i Csm saranno due: uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici. E impone anche che saranno presieduti entrambi dal Presidente della Repubblica e ne faranno parte il presidente della Corte di Cassazione e il Procuratore generale della Corte di Cassazione. Gli altri componenti saranno estratti a sorte. Due terzi saranno magistrati e verranno estratti a sorte. Un terzo saranno laici (professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di esercizio) e verranno estratti a sorte dal Parlamento da un elenco compilato, mediante elezione, sempre dal Parlamento. Dureranno in carica quattro anni (come oggi) e chi è stato sorteggiato una volta non potrà partecipare al sorteggio successivo. I due Csm si occuperebbero di assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità e conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati.

L’Alta corte disciplinare

Oggi l’unico Csm si occupa anche delle questioni disciplinari.
Con la riforma verrebbe istituito un terzo organo (oltre ai due Csm: l’Alta corte disciplinare che si occuperebbe delle questioni disciplinari e sarebbe composta da quindici giudici: tre dei quali nominati dal Presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio, tre estratti a sorte da un elenco (sempre di professori universitari e avvocati) che il Parlamento compila mediante elezione, e, infine, da sei giudici e tre pm, estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie e con almeno venti anni di carriera.

La spesa

Sono questi i punti salienti della riforma. Si toccala Costituzione, dicono i sostenitori del No, per affrontare una spesa di 150 milioni di euro in più all’anno per una separazione delle carriere che, di fatto, già esiste ed è stata realizzata con legge ordinaria. Una spesa che vale la pena? «Noi stiamo andando in tutte le sedi – ha detto di recente il giudice Piero Santese, presidente della Corte d’assise d’appello di Catanzaro – a dire che no, assolutamente non ne vale la pena… Al momento il passaggio tra giudici e pubblici ministeri è di appena 30-40 persone all’anno (su 9000 magistrati in Italia, ndr)». Non solo. Il magistrato che cambia funzione (da pm a giudice o viceversa) può farlo una sola volta nel corso della carriera (entro i primi 10 anni) e, una volta fatto il passaggio, deve cambiare sede e regione. Questo è stato già previsto dalla legge Cartabia e, tra l’altro, il cambio di funzioni è raro: lo sceglie meno dell’uno percento dei magistrati in un anno. Perché toccare la Costituzione per una modifica che si poteva ottenere con una legge ordinaria?, si chiedono i sostenitori del No.

Il messaggio di Giorgia Meloni

Oggi con due post sui social si è esposta la presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni che invita a non perdere l’occasione per «modernizzare la giustizia». Dichiara che la riforma non è di destra né di sinistra ma «di puro buon senso» e riguarda la libertà e i diritti dei cittadini. In un un video di 13 minuti Meloni afferma che «se chi ti accusa e chi ti giudica sono due colleghi di lavoro, con percorsi di vita e lavorativi che si incrociano di continuo, è possibile che ti giudica abbia un occhio di riguardo per quello che dice chi ti accusa? Noi pensiamo di sì. E siccome giustamente la Costituzione dice che il giudice deve essere terzo e imparziale, noi rafforziamo quella imparzialità rendendo le carriere separate per evitare commistioni».
Ma sono parole che non convincono chi si oppone al fatto che la presidente Meloni non si offra al confronto e preferisca monologhi senza contraddittorio.

Il sorteggio

Punitivo viene visto il sorteggio dai sostenitori del No. Quale categoria vorrebbe mai essere rappresentata da persone che non sceglie, che non elegge? Senza contare che i membri togati verrebbero pescati, «nel numero e secondo le procedure previsti dalla legge», tra i magistrati italiani mentre i componenti di scelta politica verrebbero estratti da una lista (un elenco prestabilito a monte) selezionata dal Parlamento.
Un’invasione di campo. Un vero e proprio controllo della magistratura da parte dell’esecutivo. Non solo nel Csm ma anche nell’Alta corte, dove verrebbero “giudicati” i magistrati accusati di storture. Se qui dovesse prevalere la componente politica (i membri di nomina politica) verrebbe meno la serenità con la quale un magistrato svolgerebbe il proprio lavoro. I sostenitori del Sì, affermano che il sorteggio abolirebbe l’ingerenza delle correnti nelle scelte della magistratura. Ma le correnti, di fatto, non verrebbero abolite. E con quale serenità un pm potrebbe indagare su questioni come corruzione, reati contro la pubblica amministrazione e reati che coinvolgono esponenti politici? «Il rischio – ha detto in una recente intervista al Fatto Quotidiano il pm della Dda di Catanzaro Annamaria Frustaci – è che i magistrati graditi verranno tutelati. Quelli più scomodi, invece, messi sotto pressione. E se a essere colpito fosse il pubblico ministero, basterebbe stringere il rubinetto a monte per far sì che certe indagini non arrivino mai davanti a un giudice».

C’è chi dice Sì. Ma una volta diceva No

Rispolverando gli archivi, i sostenitori del No hanno tirato fuori un documento del primo agosto 2019 dell’Unione Camere Penali che, in merito al sorteggio, proposto dall’allora ministro della Giustizia Bonafede, mostrava idee del tutto differenti da quelle propagandate oggi: «Quanto alle norme che riformano alcune parti dell’ordinamento giudiziario, esse sono un fuori sacco inserito dal Ministro senza mai averci nemmeno consultato. Su di esse ci limitiamo ad osservare che la riforma dell’ordinamento giudiziario non si improvvisa con qualche norma-spot, meno che mai introducendo il sorteggio per la elezione dei membri del Csm, una autentica umiliazione delle regole democratiche e dei principi costituzionali sull’elettorato attivo e passivo».

Nel suo messaggio oggi Giorgia Meloni ha affermato che «sulla riforma vengono dette tantissime cose false» e che un magistrato che non si dedica al lavoro «dovrà vedersela con un giudice disciplinare finalmente terzo». La riforma, secondo la presidente del consiglio, «incide in termini di velocità e di giustizia».
Dunque il giudice che ha lo spauracchio della disciplinare lavorerà di più e sarà più giusto?
La carenza di organici, amministrativi e togati, nei Tribunali, dunque, non c’entra? Molti fautori del No, affermano il contrario: la riforma non velocizzerà i processi, non risolverà i problemi. Anzi. Toccherà solo la Costituzione.
Il 22 e 23 marzo i cittadini sono chiamati a votare su una riforma che ci riguarda tutti molto da vicino.