A poche ore dalla scadenza dell’ultimatum all’Iran, fissata nella notte italiana, Donald Trump ha pubblicato un messaggio dai toni estremamente duri sul suo social Truth: «Un'intera civiltà morirà questa notte, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà». 

Parole che scuotono il mondo intero, anche se seguite da una puntualizzazione: «Tuttavia, ora che abbiamo un cambiamento di regime completo e totale, dove prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse qualcosa di meravigliosamente rivoluzionario può accadere, chi lo sa?»

Queste (ennesime dichiarazioni) arrivano in un momento di altissima tensione internazionale, mentre i tentativi diplomatici restano appesi a un equilibrio molto fragile. Sul tavolo c’è una proposta di mediazione – il cosiddetto accordo di Islamabad – che prevede una tregua temporanea di circa 45 giorni per consentire l’avvio di negoziati più ampi, inclusi temi strategici come la sicurezza nello Stretto di Hormuz e il dossier nucleare. Tuttavia, la proposta è stata respinta da Teheran, che chiede invece la cessazione definitiva del conflitto e garanzie più solide.

Colpiti 50 obiettivi sull’isola di Kharg

Nel frattempo, la tensione si traduce in azione sul campo. Gli Stati Uniti hanno condotto nelle ultime ore una serie di attacchi mirati sull’isola iraniana di Kharg, snodo strategico per l’export petrolifero del Paese, colpendo oltre 50 obiettivi. Secondo fonti americane citate dalla stampa internazionale, le operazioni avrebbero riguardato esclusivamente installazioni militari, escludendo infrastrutture energetiche, in linea con la linea annunciata dalla Casa Bianca.

A confermarlo è stato anche il vicepresidente JD Vance, che da Budapest ha ribadito come l’azione rientri in una strategia già definita e coerente con l’ultimatum lanciato a Teheran. Vance ha inoltre sottolineato che gli obiettivi militari sono stati “ampiamente raggiunti”, pur avvertendo che gli Stati Uniti dispongono di ulteriori strumenti finora non utilizzati, pronti a essere impiegati qualora l’Iran non modifichi la propria posizione nei negoziati in corso.