Il “locale” di ‘ndrangheta di Mileto e le varie ‘ndrine distaccate. Il maxiprocesso nato dalle operazioni Maestrale-Carthago, Olimpo e Imperium, in corso dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia (presieduto dal giudice Rossella Maiorana), entra nella fase della requisitoria e tocca ai pm della Dda di Catanzaro Andrea Buzzelli e Annamaria Frustaci (che sostengono la pubblica accusa unitamente al pm Irene Crea) ripercorrere le varie vicende criminali che ricostruiscono oltre quarant’anni di ‘ ndrangheta e si intrecciano anche con quanto già accertato in via definitiva a metà anni ’90 grazie all’operazione “Tirreno” della Dda di Reggio Calabria. Quattro, in particolare, i clan finiti sotto processo e facenti parte, secondo l’accusa, di un unico “locale” di ‘ndrangheta: quello di Mileto, composto dalle ‘ndrine di: Calabrò, Comparni, Paravati e San Giovanni di Mileto, dal nome delle singole frazioni in cui è diviso il territorio comunale.
I capi del “locale” di Mileto vengono indicati in: Vincenzo Corso, 53 anni, Armando Galati, 72 anni, Domenico Galati, 76 anni, Fortunato Galati, 48 anni, Michele Galati, 46 anni, Ottavio Galati, 58 anni, Salvatore Galati, 71 anni, Michele Silvano Mazzeo, 55 anni, Franco Mesiano, 53 anni, Antonio Salvatore Mesiano (detto Antonello), 38 anni, Fortunato Mesiano, 52 anni, Pasquale Pititto, 58 anni, Salvatore Pititto, 58 anni, Domenico Polito (alias “Ciota”), 52 anni, Nazzareno Prostamo (detto “Buttafuoco”), 65 anni, Fortunato Tavella, 69 anni. Per tutti loro la contestazione del reato di associazione mafiosa in “qualità di promotori, organizzatori, capi e finanziatori del locale di ‘ndrangheta di Mileto”. Per la Dda di Catanzaro, seppur “in un contesto di dinamiche criminali in evoluzione, che dal passato all’attualità del sodalizio sono anche sfociate in momenti di fibrillazione e scontro tra le varie componenti”, tali soggetti costituirebbero la “Società maggiore”, con compiti decisionali di pianificazione delle strategie e degli obiettivi da perseguire e delle azioni delittuose da compiere, interagendo tra di loro e gestendo i rapporti con i soggetti apicali delle altre articolazioni ‘ndranghetiste della provincia di Vibo Valentia nel rispetto degli equilibri mafiosi e dei rapporti di forza vigenti, in ordine al controllo del territorio ed alla spartizione delle attività estorsive. Tali imputati avrebbero impartito disposizioni e comminato “sanzioni agli altri associati a loro subordinati, garantendo anche il sostentamento economico ai sodali detenuti e destinando agli stessi parte dei proventi derivanti da rapporti di connivenza con l’imprenditoria locale e dalla capillare e sistematica attività estorsiva posta in essere nei confronti delle imprese operanti sul territorio di competenza”.

La ‘ndrina di Paravati

A giocare un ruolo di primo piano all’interno delle dinamiche criminali del “locale” di ‘ndrangheta di Mileto, secondo la ricostruzione della pubblica accusa è in particolare la ‘ndrina di Paravati. Un vero e proprio clan con ruoli e gerarchie, capace di imporsi anche per i rapporti con i “colletti bianchi”. Al vertice della ‘ndrina di Paravati, la Dda di Catanzaro ed i carabinieri collocano Michele Galati, 46 anni, indicandolo quale “promotore, organizzatore, capo e finanziatore” del “locale” di ‘ndrangheta di Mileto. Un soggetto con ruolo apicale, inserito nella “Società maggiore” con il ruolo di referente della ‘ndrina di Paravati ed in stretti rapporti con gli altri esponenti del "locale” di Mileto (ed in particolare con Vincenzo Corso) e del Vibonese (in particolare con Peppone Accorinti di Zungri, Luigi Mancuso di Limbadi, Saverio Razionale di San Gregorio d’Ippona, Domenico Bonavota di Sant’Onofrio e gli Anello di Filadelfia). Michele Galati, secondo l’accusa, avrebbe intrattenuto anche rapporti con i Morabito di Africo, i Vitale di Guardavalle, nonché con i clan di Cristello e Stagno di Giussano e Seregno, in Lombardia. Si sarebbe inoltre interessato direttamente di gestire le estorsioni e nascondere le armi, dirimendo contrasti interni ed esterni.
Vertice storico della ‘ndrina di Paravati e del “locale di ‘ndrangheta di Mileto viene indicato Salvatore Galati, 71 anni, padre di Michele e che attualmente sta scontando l’ergastolo per l’operazione “Tirreno” della Dda di Reggio Calabria. Ad avviso della Dda di Catanzaro, nonostante lo stato detentivo, Salvatore Galati avrebbe mantenuto compiti di “decisione, di pianificazione delle strategie e degli obiettivi da perseguire e delle azioni delittuose da compiere, gestendo i rapporti e gli equilibri con gli altri gruppi criminali della zona. Avrebbe quindi “impartito le disposizioni o comminato sanzioni agli altri associati partecipando alla spartizione dei proventi estorsivi per conto della ‘ndrina di appartenenza”. Salvatore Galati negli anni ’90 avrebbe inoltre stretto una solida alleanza con il clan Molè di Gioia Tauro, mentre i Mancuso di Limbadi si sarebbero schierati con il gruppo dei Prostamo-Pititto-Iannello.
Sarebbe stato il boss di Zungri, Giuseppe Accorinti – che faceva anche parte del “Crimine” distaccato del Vibonese con al vertice Luigi Mancuso di Limbadi – a cercare di accreditare Michele Galati a livello criminale – secondo quanto emerso in aula dalla deposizione del colonnello Valerio Palmieri (all’epoca alla guida del Nucleo Investigativo dei carabinieri di Vibo) - in quanto era stato messo ad occuparsi della ripartizione dei proventi derivanti dalla gestione dell’appalto dei rifiuti.

Le varie faide

E’ il 1987 quando il boss di Limbadi, Giuseppe Mancuso, alias ‘Mbrogghja, permette la nascita del “locale” di ‘ndrangheta di San Giovanni di Mileto con a capo Enrico Zupo al quale gli subentra successivamente Giuseppe Prostamo affiancato dal fratello Nazzareno. Avvenimenti ricostruiti non solo attraverso le sentenze delle operazioni “Tirreno” e “Genesi”, ma anche dalle intercettazioni agli atti dell’inchiesta Maestrale-Carthago unitamente alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Michele Iannello che nel gennaio del 1995 ha deciso di “saltare il fosso” dopo essere stato arrestato nel settembre del 1994 per l’omicidio del bimbo americano Nicolas Green.
La faida scoppiata a San Giovanni di Mileto vede schierati da un lato i Galati, dall’altro i Prostamo-Iannello-Tavella. Tutto ha inizio il 2 ottobre 1988 con Nazzareno Prostamo che ordina ad Antonio Currà di appiccare il fuoco ad una masseria dei Galati. La risposta non tarda ad arrivare, con l’omicidio dello stesso Antonio Currà ad opera dei Galati il 4 ottobre 1988. Quindi il tentato omicidio di Giuseppe Prostamo ad opera di Rocco Cristello, genero di Domenico Galati, quest’ultimo fratello del boss Salvatore Galati che sta da anni scontando la pena dell’ergastolo. Rocco Cristello emigra quindi in Lombardia divenendo il capo del locale di ‘ndrangheta di Seregno, venendo a sua volta ucciso a Verano Brianza il 27 marzo 2008 dopo essere entrato in contrasto per ragioni di supremazia mafiosa con il cognato Antonio Stagno (quest’ultimo imparentato con i Giampà di Lamezia Terme). Sin quando è rimasto Mileto, Rocco Cristello unitamente a Salvatore e Carmine Galati avrebbe rappresentato – secondo la ricostruzione accusatoria e le intercettazioni agli atti dell’operazione Maestrale-Carthago – una “vera potenza criminale”, capaci di rappresentare da soli una “bocca di fuoco” temuta persino dai Mancuso. Al tentato omicidio del boss Giuseppe Prostamo, i Galati avrebbero quindi risposto con il ferimento di Giuseppe Arena, detto “Peppe u killer”, ritenuto personaggio di primo piano della ‘ndrangheta di Mileto e legato in particolare a Salvatore Galati. L’8 agosto 1989 viene quindi ucciso Domenico Galati, il 28 gennaio 1990 la risposta con l’omicidio di Nazzareno Iannello e il 27 febbraio 1990 il ferimento di Michele Iannello (fratello di Nazzareno). E’ a questo punto che Salvatore Galati chiede ed ottiene il sostegno dei Molè di Gioia Tauro per vincere la faida di San Giovanni e il 17 aprile del 1990 viene così ucciso Antonio Tavella e gravemente ferito Pasquale Pititto. Un fatto di sangue, l’omicidio di Antonio Tavella, per il quale Salvatore Galati, Giuseppe Arena, Mommo Molè, Pasquale De Maio di Gioia Tauro, e Annunziato Raso (killer dei Molè) sono stati condannati in via definitiva nel processo “Tirreno”.

Lo sterminio degli Evolo di Paravati

Se Salvatore Galati di San Giovanni, Carmine Galati (poi morto a metà anni ’90 in un incidente con il trattore) di Comparni e Rocco Cristello hanno trovato sostegno nell’alleanza con i Molè di Gioia Tauro, i Prostamo sarebbero invece rimasti legati al boss di Limbadi Giuseppe Mancuso, camminando così le dinamiche criminali di Mileto di pari passo con quelle della vicina Laureana di Borrello dove nel frattempo era scoppiata un’altra faida: da un lato i Cutellè, sostenuti dai Mancuso, dall’altra i Lamari e i Chindamo, alleati agli Albanese di Candidoni, sostenuti a loro volta dai Molè-Piromalli di Gioia Tauro. Non è un caso, quindi, che i Cutellè di Laureana avrebbero voluto uccidere Salvatore Galati. La tregua delle ostilità tra i Galati e i Prostamo-Iannello si consuma però sulla pelle degli Evolo di Paravati, un clan inviso a tutta la ‘ndrangheta di San Giovanni di Mileto, ma anche ai Mancuso. È il 4 marzo 1989 quando Pasquale Evolo tenta di uccidere senza successo Carmine Galati, mentre il 7 settembre 1989 lo stesso Carmine Galati, unitamente a Gennaro Vecchio (indicato come il boss di San Calogero, successivamente ucciso), attenta alla vita di Vincenzo Evolo che rimane ferito. Il 17 settembre 1989 è Salvatore Evolo a trovare la morte in un agguato che, secondo le risultanze investigative dell’operazione Maestrale, sarebbe stato compiuto da Carmine Galati. Il 13 settembre 1990 a cadere in un tranello e ad essere ucciso è stato invece Antonino Evolo, freddato in auto con un colpo di pistola alla nuca da Pasquale Pititto, Michele Iannello e Nicola Pititto, quest’ultimo a sua volta eliminato dagli Evolo il 23 novembre 1990. Il 7 dicembre 1990 viene ucciso Vincenzo Evolo, mentre Pasquale Evolo lascia la Calabria e altri due agguati contro ulteriori componenti della famiglia Evolo non vanno a buon fine in data 13 gennaio 1990 e nel 1996. Il 4 luglio 1997 viene infine ucciso a Paravati Domenico Evolo.
Sterminati gli Evolo, il potere mafioso su Paravati sarebbe così passato ai Galati di Comparni e San Giovanni di Mileto, con un ruolo sempre maggiore acquisito nel tempo da Michele Galati, figlio dell’ergastolano Salvatore Galati, ma divenuto nel tempo anche un “fidatissimo” del boss di Zungri Giuseppe Accorinti.