Prosegue dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia la requisitoria della Dda di Catanzaro tra estorsioni, droga, traffici di armi e gerarchie tra i vari clan che si sono spartiti il territorio
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L’importanza delle ‘ndrine di Calabrò e di San Giovanni all’interno del “locale” di ‘ndrangheta di Mileto. Continua la requisitoria della Dda di Catanzaro (pm Andrea Buzzelli, Annamaria Frustaci e Irene Crea), dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto dal giudice Rossella Maiorana, nell’ambito del maxiprocesso nato dall’operazione Maestrale-Carthago (dove poi sono confluite anche le operazioni Olimpo e Imperium). L’inchiesta Maestrale ha il merito di provare a fare piena luce per la prima volta sull’evoluzione della ‘ndrangheta a Mileto, sulle sue attività pregresse sino ad arrivare all’attualità.
La ‘ndrina di Calabrò, secondo i pm della Dda di Catanzaro che hanno ricostruito in aula l’evoluzione del clan, sarebbe dominata da tempo dalla “famiglia” Mesiano. In qualità di “promotore, organizzatore, capo” e soprattutto finanziatore della ‘ndrina viene indicato Vincenzo Corso, 53 anni, che viene però processato con rito abbreviato (il processo d’appello è fissato per il 27 maggio prossimo) ed in primo grado è stato condannato 17 anni di reclusione. Inserito nella “Società maggiore” di ‘ndrangheta di Mileto con il ruolo di referente della ‘ndrina di Calabrò, manterrebbe stretti rapporti con gli altri esponenti del “locale” di Mileto – e in particolare con Michele Galati – e anche della provincia vibonese come il boss Peppone Accorinti di Zungri.
Capo storico della famiglia Mesiano di Calabrò viene indicato Giuseppe Mesiano, ucciso in un agguato il 17 luglio del 2013. A lui sarebbe subentrato il figlio Franco Mesiano, 53 anni, che ha scontato la pena per l’omicidio di Nicholas Green, il bambino statunitense di sette anni ucciso la sera del 29 settembre del 1994 sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria.
Per Francesco Mesiano, la pubblica accusa ha delineato al Tribunale di Vibo l’imputazione che lo vede rispondere del reato di associazione mafiosa in qualità di “promotore e organizzatore del locale di ‘ndrangheta di Mileto, riconosciuto quale soggetto di spicco del sodalizio mafioso, inserito nella Società maggiore come appartenente alla ‘ndrina di Calabrò.
Franco Mesiano si sarebbe occupato non solo delle azioni delittuose da compiere nell’interesse del clan di Calabrò, ma anche di mantenere gli equilibri con gli altri gruppi criminali della zona. Francesco Mesiano è stato quindi descritto dalla Dda di Catanzaro come “storicamente legato a Pasquale Pititto” di San Giovanni di Mileto di cui sarebbe stato uno degli “azionisti”, compiendo per suo conto “rapine, danneggiamenti, trasporti di droga e azioni di sangue”. Nell’attualità, Francesco Mesiano – ad avviso della Dda di Catanzaro – sarebbe “pienamente inserito nelle dinamiche criminali” di Mileto, garantendo il controllo del territorio ed il sostentamento economico dei sodali detenuti attraverso la gestione delle attività estorsive, intrattenendo rapporti strutturali di connivenza con l’imprenditoria locale e interagendo con le vittime”. Avrebbe anche partecipato alla “spartizione dei proventi estorsivi per conto della ‘ndrina di appartenenza”.
Il ruolo di “promotori e organizzatori” del locale di ‘ndrangheta di Mileto viene attribuito dalla Dda anche a due fratelli di Francesco Mesiano, ovvero Fortunato Mesiano, 52 anni, residente a Biassono (Mi) e Antonio Salvatore Mesiano (detto Antonello), di 38 anni, residente a Mileto. In particolare, Fortunato Mesiano viene indicato come uno dei soggetti di spicco dell’intero “locale” di ‘ndrangheta di Mileto ed anche lui sarebbe stato storicamente legato al 58enne Pasquale Pititto di San Giovanni di Mileto. Nell’attualità si sarebbe confrontato proprio con Pasquale Pititto sulle modalità di gestione del sodalizio anche criticandolo. Fortunato Mesiano è invece accusato di aver commesso estorsioni in prima persona, partecipando poi alla spartizione dei proventi estorsivi anche nei periodi di detenzione, “durante i quali la “Società” gli destinava una parte dei proventi illeciti”.
Sempre Fortunato Mesiano avrebbe intrattenuto rapporti con altre le cosche come i Bonavota di Sant’Onofrio, il clan dei Piscopisani e l’articolazione brianzola del sodalizio miletese guidato da Rocco Cristello. Nel periodo più recente si sarebbe rapportato anche con Michele Galati.
Anche per Antonio Salvatore Mesiano il ruolo di promotore dell’omonimo clan di Calabrò di Mileto, con il compito di compiere specifiche “attività delittuose quali pestaggi, detenzione di armi e traffico di stupefacenti. Si sarebbe inoltre occupato di mantenere il monopolio della commercializzazione del pane, settore principale del clan.
La pubblica accusa si è poi soffermata su altri imputati ritenuti “partecipi attivi” della ‘ndrina di Calabrò come Pietro Corso, 58 anni, Pasquale Mesiano, 49 anni, Saverio Mesiano, 45 anni, indicato come “l’uomo di azione del gruppo” e Paolo Mesiano, 50 anni, il quale avrebbe curato anche i rapporti della ‘ndrina in Brianza, “occupandosi di traffici di armi e droga per conto del sodalizio, e curando i rapporti la cosca Bartolotta di Stefanaconi”.
La ‘ndrina di San Giovanni
E’ un’organizzazione storica la ‘ndrina di San Giovanni di Mileto per come emerge dalla requisitoria della Dda di Catanzaro. Cinque – da decenni – le famiglie dominanti: Prostamo, Pititto, Iannello, Tavella e Galati. Al vertice della ‘ndrina di San Giovanni di Mileto, i pm della Dda di Catanzaro collocano Pasquale Pititto, 59 anni, già condannato all’ergastolo per l’omicidio di Pietro Cosimo consumato a Catanzaro nel 1990 (condannato quale esecutore materiale insieme a Nazzareno Prostamo). Cognato dello storico collaboratore di giustizia Michele Iannello (a sua volta condannato per l’omicidio del bimbo americano Nicholas Green), Pasquale Pititto è stato condannato anche a 25 anni (processo “Tirreno”) quale esecutore materiale dell’omicidio di Vincenzo Chindamo e del tentato omicidio di Antonio Chindamo, fatti di sangue commessi a Laureana di Borrello l’11 maggio 1991 su mandato del boss Giuseppe Mancuso di Limbadi.
Sulla sedia a rotelle dopo aver subito negli anni ’90 un tentato omicidio ad opera del contrapposto clan dei Galati, godendo di alcuni periodi di detenzione domiciliare Pasquale Pititto è accusato di aver diretto la ‘ndrina di San Giovanni di Mileto occupandosi di dirimere i contrasti tra gli affiliati e di conferire nuove doti di ‘ndrangheta, così come dirigere il traffico di droga e organizzare le piazze di spaccio. Per la Dda di Catanzaro, Pasquale Pititto si sarebbe inoltre “interfacciato con gli esponenti delle altre consorterie per la promozione di imprenditori a lui graditi”.
A capo della ‘ndrina di San Giovanni e del “locale” di ‘ndrangheta di Mileto viene collocato anche Salvatore Pititto, 59 anni, cugino di Pasquale. Si sarebbe occupato del controllo del territorio, delle azioni di fuoco, delle estorsioni, del traffico di droga, del sostentamento dei detenuti e dei rapporti con gli altri clan.
Altro vertice della consorteria di San Giovanni di Mileto viene indicato in Nazzareno Prostamo, di 65 anni, detto “Buttafuoco”, fratello del boss Giuseppe Prostamo, quest’ultimo ucciso il 3 giugno 2011 a San Costantino Calabro. Imputato in altro processo per l’omicidio e la soppressione del cadavere di Francesco Vangeli (il giovane di Scaliti di Filandari il cui corpo non è mai stato ritrovato), Antonio Prostamo, 36 anni (nipote di Nazzareno Prostamo) si trova invece imputato nel maxiprocesso Maestrale in quanto per la Dda di Catanzaro sarebbe stato affiliato da Pasquale Pititto e si sarebbe occupato della detenzione di armi e del traffico di droga, secondo rigide spartizioni delle “piazze” di spaccio decise dai vertici della ‘ndrina di San Giovanni.
Domenico Iannello e Rocco Iannello, rispettivamente di 49 e 51 anni, vengono invece indicati quali “partecipi attivi del locale di ‘ndrangheta di Mileto in quanto appartenenti alla ‘ndrina di San Giovanni”.
Passando infine alla famiglia Tavella, la Dda di Catanzaro indica invece come capo promotore Fortunato Tavella, di 68 anni, il quale in alcuni periodi avrebbe avuto rapporti conflittuali con gli altri esponenti criminali del territorio. Fortunato Tavella avrebbe esercitato una sorta di “prelazione mafiosa in caso di compravendita di terreni nella zona di sua competenza”, partecipando anche alla ripartizione delle estorsioni. Accanto a Fortunato Tavella, la Dda di Catanzaro colloca poi i figli Benito Tavella e Rocco Tavella, rispettivamente di 38 e 42 anni, i quali si sarebbero occupati del traffico di droga e della detenzione di armi, “contribuendo – sostiene la Dda – alla realizzazione di azioni delittuose e atti intimidatori”.

