«… amore io spero a Dio e prego che non gli succede niente a mio fratello ma facendo corna succede qualcosa non so quello che farò». È il 22 settembre 2012, nelle Serre vibonesi si sta consumando una guerra di mafia tra i clan Loielo ed Emanuele. Il potere mafioso rimbalza da un clan all’altro a colpi di calibro 12. Ad aprile 2002 vengono uccisi i fratelli Giuseppe e Vincenzo Loielo e il dominio sul territorio delle Preserre vibonesi passa agli Emanuele. La faida si scatena nuovamente nel 2012, quando vengono tratti in arresto i fratelli Bruno e Gaetano Emanuele e l’egemonia torna in capo alla consorteria dei Loielo. Gli agguati si susseguono a raffica: ad aprile c’è il tentato omicidio di Giovanni Emmanuele a Sorianello, a giugno l’omicidio di Antonino Zupo a Gerocarne, a settembre l’omicidio di Domenico Ciconte a Sorianello.

Il territorio è presidiato e dopo l’omicidio di Zupo gli investigatori intercettano Danilo Tassone che parla con la fidanzata e paventa la possibilità che suo fratello Domenico, all’epoca 28enne, possa essere vittima di un agguato. Il sentore del fratello non è sbagliato. Il 25 ottobre 2012, l’auto di Domenico Tassone che attraversa, verso le 22, la strada del calvario di Vazzano, non lontano da Soriano Calabro, viene crivellata di colpi. Tassone fa in tempo a mollare la guida e lanciarsi dall’abitacolo. Ma il passeggero seduto accanto a lui, un ragazzo di appena 19 anni, Filippo Ceravolo, viene colpito al collo e al volto e perde la vita. Filippo non c’entra niente con tutto quell’odio, con la ferocia sferrata a botte di sangue per il controllo del territorio. È il figlio di un commerciante di dolciumi che aiuta il padre nell’attività. A casa lo aspetta la famiglia e un biglietto per la partita della Juventus che resterà per sempre in un cassetto.

Loielo: «Mio fratello mi disse chi è stato»

Quello che si spera non resti in un cassetto ed esca alla luce è un’operazione che consegni alla giustizia gli assassini di Filippo Ceravolo e i mandanti dell’agguato.
L’elemento che spicca nei brogliacci di Jerakarni è una piccola frase, incorniciata di omissis, del verbale illustrativo della collaborazione di Walter Loielo, legato all’omonimo gruppo che avrebbe commissionato l’agguato contro Tassone. Loielo nel 2020 dice di aver appreso dal fratello Cristian che a sparare a Filippo Ceravolo erano state due persone. Il fratello gli avrebbe detto che «sono andati loro e non sanno neanche sparare, perché in quell'occasione dovevano colpire Domenico Tassone ed invece per errore colpirono chi con loro non c'entrava niente».

L’operazione Jerakarni

Lo scorso otto aprile Domenico Tassone, 41 anni, di Gerocarne, è stato tratto in arresto nell’ambito dell’operazione Jerakarni con l’accusa di associazione mafiosa poiché ritenuto «organizzatore e coordinatore» della cosca Emmanuele tanto da prendere il posto dei capi quando questi sono in carcere.
È accusato, inoltre, di ricettazione, furto, tentata estorsione, procurata inosservanza della pena (in favore di Giovanni Emmanuele che doveva scontare una condanna a 7 anni, 8 mesi e 10 giorni), associazione finalizzata la traffico di stupefacenti, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Tutti reati aggravati dalle modalità mafiose.

Il racconto di Tassone ai carabinieri

La vita di Domenico Tassone è indissolubilmente legata alla morte di Filippo Ceravolo. E anche nei brogliacci dell’inchiesta Jerakarni questo tragico cordone viene fuori.
L’agguato del 2012 procura a Tassone un’escoriazione al polso guaribile in un giorno.
Sentito dai carabinieri, qualche giorno dopo l’agguato, racconta che quella sera, alle 19, era andato a prendere la fidanzata e Filippo Ceravolo per andare a cena a casa della fidanzata di Filippo a Vazzano. Alle 21:50 erano ripartiti alla volta di Soriano Calabro. Arrivati vicino al calvario di Pizzoni Domenico Tassone sente due spari nell’istante in cui i finestrini della sua auto che si infrangono. Racconta che con l’auto si dirige verso il dirupo alle spalle del calvario ed esce fuori strada. Prima di risalire in strada, sente nettamente un'auto sgommare ed andare via dal posto.
Al termine del racconto Tassone aggiunge un particolare che però rifiuta di sottoscrivere. Dice di aver appreso in paese che il giorno dell’agguato delle persone avevano notato una Fiat Punto aggirarsi con fare insolito tra le strade di Pizzoni.
Anche alla fidanzata – che preoccupata gli chiede «Senti, ma ti hanno detto che l'obiettivo eri tu, no?» – Tassone racconta di quella Fiat Punto notata in paese: «Gli ho detto "hanno visto una Punto ma non è che l'ho vista io, l'ha vista la gente”. […] Gli ho detto "e dopo, se volete andare a vedere, andate e vedere le telecamere a Pizzoni, lì sotto”».

Le telefonate dopo l’agguato

Domenico Tassone dice di non sapere se qualcuno potesse averlo preso di mira e perché.
Il quel periodo, però, il territorio era presidiato di microspie. C’era stato, a giugno, l’omicidio di Nicola Rimedio a Sorianello e il telefono di Tassone era sotto intercettazione.
Dopo l’agguato la prima telefonata l’allora 28enne la fa alla fidanzata. Subito dopo chiama Giovanni Emmanuele, anche lui vittima di un agguato ad aprile del 2012.
«Oh ... vedi che mi hanno sparato a Gianni!», sono le prime parole di Tassone.
«Dove?», chiede Emmanuele.
«Qua al calvario qua, a Pizzoni, ma non mi hanno preso, c'era un altro ragazzo con me in macchina e l'hanno preso».
Giovanni Emmanuele promette di raggiungerlo.

L’inchiesta archiviata (che ritorna)

Il resto è storia già raccontata. La Dda apre un’inchiesta che indaga due presunti fiancheggiatori, due ragazzi di 23 e 24 anni. Sono quelli notati a Pizzoni a bordo di una Fiat Punto. I due erano stati fermati a un posto di blocco, poche ore prima dell’omicidio, proprio a bordo dell’auto incriminata. Non solo. Nella stessa giornata avevano avuto contatti con due esponenti della cosca Loielo. C’era stato un messaggio nei minuti precedenti all’agguato: «Undi coz du minuti». Risposta: «Ok». Inoltre l’utenza telefonica di uno dei due aveva agganciato la stessa cella della fidanzata di Tassone nei momenti in cui questa rientrava a casa separandosi dal fidanzato. Il sospetto sui fiancheggiatori, per quanto forte, non è tale da inserirsi nell’alveo di una prova granitica tale da reggere in giudizio e la decisione è di archiviare per evitare un “ne bis in idem”.
Nonostante le indagini in corso la guerra tra Loielo ed Emanuele ha versato altro sangue: ad aprile 2013 c’è stato l’omicidio di Salvatore Lazzaro, a luglio 2014 il tentato omicidio di Valerio Loielo.
Le Serre vibonesi sono una polveriera, le operazioni si susseguono. La famiglia di Filippo Ceravolo attende giustizia.