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Uomini dello Stato vittime della ’ndrangheta, pagarono con la vita la lotta alla mafia: ecco chi sono

Ecco chi sono i 14 eroi che caddero nello scontro contro la 'ndrangheta in Calabria e fuori dalla nostra regione. Militari e magistrati che hanno pagato con la loro vita l'attaccamento agli ideali Repubblicani e democratici. Stasera nuova puntata di Mammasantissima "Donne e sangue"

Redazione
28 febbraio 202315:32
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Uomini dello Stato vittime della ’ndrangheta, pagarono con la vita la lotta alla mafia: ecco chi sono

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Stava bevendo un caffè nella piazza del paese dove prestava servizio, a Delianuova nel Reggino, quando il fratello di due ‘ndranghetisti che aveva arrestato all’inizio dell’anno lo uccise per vendetta. Così venne assassinato l’1 settembre del 1951 il maresciallo Antonio Sangeniti, nato 41 anni prima a Petrizzi, in provincia di Catanzaro. A ucciderli Angelo Macrì, fratello dei Rocco e Giuseppe, finiti in carcere nei primi mesi del 1951, e di Gianni ucciso nel corso di un conflitto a fuoco con i carabinieri. Macrì sparò contro Sangeniti 4 colpi con una Beretta calibro 9 colpendolo al torace. Alcuni presenti tentarono di soccorrerlo, ma per il graduato dell’Arma non ci fu più niente da fare. Morì poco dopo. Il giorno dell'omicidio Antonio Sangeniti si trovava in licenza.

Francesco Ferlaino

Francesco Ferlaino viene ucciso il 3 luglio 1975, divenendo il primo magistrato ammazzato dalla ’ndrangheta. Aveva sessantuno anni. L’agguato venne compiuto a Nicastro, frazione di Lamezia Terme, quando si trovava in auto a pochi minuti da casa. Ad ucciderlo alcuni sicari a colpi di fucile. Killer che dopo 48 anni sono ancora senza nome. Ferlaino aveva lasciato il tribunale di Catanzaro dove lavora per raggiungere la sua abitazione a bordo della Fiat 124 di servizio guidata dall’appuntato dei carabinieri Felice Caruso. Il magistrato, sceso dall’auto verso le 13:30 e a pochi metri dal palazzo nel quale abitava e nel quale lo stavano aspettando per pranzare i suoi cinque figli, in corso Nicotera, da un’Alfa di colore il killer scarica due colpi di lupara alla schiena del magistrato e lo uccide. 

Vincenzo Caruso e Stefano Condello

Stefano Condello e Vincenzo Caruso sono stati uccisi nel conflitto a fuoco seguito alla scoperta di un summit di mafia in contrada Razzà, a Taurianova, nel Reggino. I due carabinieri sono morti dopo aver sventato un summit dei clan che si stava tenendo in una zona agricola della piana di Gioia Tauro. Era l’1 aprile del 1977: tre militari del Nucleo radiomobile della compagnia di Taurianova, durante il giro di controllo scorgono alcune vetture parcheggiate e si insospettiscono perché una di quelle è intestata a un pregiudicato. Per questo motivo l’appuntato Stefano Condello (47 anni) decide di fermarsi per ispezionare la zona insieme al collega Vincenzo Caruso (27 anni), lasciando Pasquale Giacoppo (24 anni) a controllare l’auto. I due militari capiscono che è in corso un summit di ‘ndrangheta. I due uomini dell’arma vengono raggiunti da una pioggia di fuoco. Condello viene ferito alle spalle mentre Caruso, dopo aver ucciso due aggressori, viene ammazzato. 

Bruno Caccia

Bruno Caccia è il magistrato che fu assassinato a Torino da un commando sotto la sua abitazione. All'epoca era a capo della procura cittadina ed era conosciuto per la determinazione e l'intransigenza con cui svolgeva il proprio lavoro. La Cassazione ha avvalorato le conclusioni degli inquirenti, secondo i quali il delitto portava la firma della criminalità organizzata. Già nel 1992 era stato condannato in via definitiva al carcere a vita un presunto boss, Domenico Belfiore di Gioiosa Jonica, in qualità di mandante. Rocco Schirripa fu arrestato nel 2015. Per lui l'ergastolo è diventato irrevocabile nel 2020. Domenica 26 giugno 1983 Bruno Caccia aveva, come era solito fare, deciso di concedere un giorno di riposo alla propria scorta. Intorno alle 23.30, mentre portava a passeggio il proprio cane era stato affiancato da una macchina (una Fiat 128 di colore verde) con almeno due uomini a bordo. Muore dopo essere stato raggiunto da 14 colpi, alcuni esplosi a distanza ravvicinata. Soltanto un mese prima dell’omicidio aveva revocato la domanda per il posto di Procuratore Generale di Torino. Dopo le dichiarazioni di Schirripa, la procura generale di Torino nel luglio dello scorso anno ha deciso di riaprire le indagini.

Carmine Tripodi

Il brigadiere dei carabinieri Carmine Tripodi è stato ucciso dalla ‘ndrangheta a San Luca nel febbraio del 1985 a soli 25 anni.  Il militare stava rientrando a casa ed era in macchina lungo la provinciale che da San Luca lo avrebbe condotto alla zona marina del paese della Locride. La sua auto fu bloccata da un commando che gli sbarrò la strada e sparò contro. Anche se ferito, riuscì a reagire estraendo la pistola d’ordinanza e ferendo uno dei sicari. In poco tempo vennero individuati ed arrestati i suoi presunti assassini, tutti appartenenti alle locali cosche, ma nei processi che si svolgeranno negli anni seguenti verranno tutti assolti e quel delitto rimane ancora oggi irrisolto. Fortemente impegnato ad arginare l’ondata dei sequestri di persona sui crinali dell’Aspromonte negli anni ’80, riuscì ad assicurare alla giustizia diversi esponenti delle più note famiglie di ndrangheta coinvolte.

Sergio Cosmai

Sergio Cosmai, nato a Bisceglie il 10 gennaio 1949, fu ucciso a Cosenza il 13 marzo 1985. Ammazzato dalla ‘ndrangheta mentre ricopriva il ruolo di direttore del carcere di Cosenza. Nelle prime ore del pomeriggio del 12 marzo 1985, Cosmai lasciò l’auto di servizio nel carcere di via Popilia dove risiedeva con la famiglia e si mise alla guida della sua Fiat Cinquecento gialla sulla statale 19 per andare a prendere la figlia a scuola. Nel tratto di strada che collega Cosenza a Roges di Rende venne raggiunto da undici colpi di calibro 38 sparati da due killer a bordo di una Golf; colpito alla testa, il direttore Cosmai perse il controllo dell’autovettura, uscendo fuori strada. Infine, venne raggiunto da altri colpi di arma da fuoco da uno dei due killer, sceso nel frattempo dall'auto. A nulla valsero i soccorsi e il trasporto in ambulanza. Cosmai morì per le gravi ferite il giorno seguente all'agguato, lasciando la moglie Tiziana, la figlia Rossella e il figlio Sergio, nato un mese dopo la sua morte.

Filippo Salsone

Filippo Salsone era in servizio nella casa circondariale di Reggio Calabria anche era stato inviato temporaneamente in servizio di missione al carcere di Napoli Poggioreale. Di ritorno a Brancaleone per trascorrervi alcuni giorni di congedo ordinario, il 7 febbraio 1986 alle 20,30, in compagnia della moglie e del figlio, stava facendo ritorno a casa con la propria autovettura. In prossimità dell’abitazione l’auto è diventato il bersaglio di una scarica di colpi di arma da fuoco che uccidono Filippo Salsone e feriscono gravemente il figlio. I colpi sono sparati con una lupara e una pistola. Il maresciallo Salsone aveva prestato servizio precedentemente in altri istituti penitenziari della Calabria, tra cui Cosenza, nel periodo in cui la mafia aveva ucciso il direttore Sergio Cosmai. Nel corso delle successive indagini è emerso il chiaro stampo mafioso dell’omicidio. Salsone riconosciuto dal ministero dell’Interno Vittima del dovere, il 12 maggio 2010 il maresciallo della penitenziaria è stato insignito di medaglia d’oro al merito civile alla memoria. A Filippo Salsone è intitolata la casa Circondariale di Palmi.

Rosario Iozia

Il vicebrigadiere Rosario Iozia è stato ucciso a Cittanova nell’aprile 1987. Era giunto alla stazione di San Giorgio Morgeto il 3 giugno 1985 e il 27 agosto successivo, appena venticinquenne, era stato trasferito alla guida della squadriglia di Cittanova. Nonostante la sua giovane età, si distinse da subito per la serietà, l’equilibrio e la correttezza del suo operato. Iozia, intorno alle ore 19 del 10 aprile 1987, mentre percorreva località Petrara del Comune di Cittanova diretto a Polistena, all’uscita di una curva notò alcuni individui che attraversavano un uliveto armati di fucili a canne mozze. Il militare arrestò l’auto e si mise a inseguirli. Questi non esitarono a sparargli contro due colpi di lupara uccidendolo. 

Pietro Ragno

È l’una di sabato notte del 10 luglio 1988, un’Alfetta del Nucleo radiomobile di della compagnia carabinieri di Gioia Tauro stava rientrando verso il comando. Allo svincolo dell’autostrada rallenta per imboccare la curva quando si scatena una tempesta di fuoco. Sparano più di venti colpi contro la gazzella da dietro i cespugli, dove un commando si era appostato. All’interno dell’auto ci sono due carabinieri: Pietro Ragno alla guida, sposato e papà di una bambina di quasi un anno, riesce a sfilare la pistola dalla fondina, ma muore prima di poterla usare. Il capo equipaggio, seduto a fianco, l’appuntato Giuseppe Spera, 32 anni di San Cipriano Picentino provincia di Salerno, anche lui sposato e padre di due figli, viene colpito ad una gamba, alle spalle e, per fortuna, di striscio alla testa. I killer, pare fossero in tre tutti armati di fucile automatico, sparano con fucili caricati a pallettoni contro il parabrezza, il fianco, il dietro della macchina dei carabinieri. 

Antonino Marino

Il brigadiere Antonino Marino aveva 33 anni quando venne ucciso a Bovalino. La sera del 9 settembre 1990 la festa si trasforma in tragedia. Marino, vestito in borghese, e la sua famiglia sono stati sorpresi in un momento di relax. Lui era seduto a godersi un po’ di fresco davanti alle montagne di Bovalino Superiore per la festa della Madonna. Intorno, moglie, figlio, amici e conoscenti per guardare i fuochi d'artificio, il via ufficiale dei festeggiamenti. Poco dopo la mezzanotte di un sabato il killer è piombato all'improvviso e, approfittando della baraonda, ha iniziato a sparare, dileguandosi poi nel buio. Marino fu colpito al torace ed allo stomaco, ferite letali che lo portarono alla morte, nonostante i medici dell’ospedale di Locri operarono per ore cercando di salvargli la vita. Nell’agguato rimasero feriti anche la moglie incinta, Rosetta Vittoria Dama e di striscio il figlio di 1 anno. Quel bambino oggi è un uomo, si chiama Francesco e, sulle orme del padre, è diventato ufficiale nell’Arma dei carabinieri.

Antonino Scopelliti

Il giudice Antonino Scopelliti è stato ucciso in un agguato il 9 agosto del 1991 in località Campo Piale a Campo Calabro, vicino Villa San Giovanni, dove il magistrato tornava ogni anno per trascorrervi le vacanze estive. Scopelliti era nato il 20 gennaio 1935, era sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Senza scorta, metodico nei suoi movimenti, Scopelliti ucciso mentre, a bordo della sua automobile rientrava in paese dopo avere trascorso la giornata al mare. Gli assassini, almeno due persone a bordo di una moto, appostati lungo la strada, sparano con fucili calibro 12 caricati a pallettoni. La morte del magistrato, colpito alla testa ed al torace, è istantanea. Secondo i pentiti della 'ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca sarebbe stata la cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla 'ndrangheta di uccidere Scopelliti, che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra. Cosa nostra, in cambio del favore ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la guerra di mafia che stava insanguinando Reggio Calabria. Dopo una serie di processi, killer e mandanti del suo omicidio rimangono senza nome. 

Renato Lio

Il 20 agosto 1991 l’appuntato dei carabinieri Renato Lio viene ucciso a Soverato mentre si trova in servizio con un collega. Intorno alle 2.30 la pattuglia del nucleo radiomobile composta dagli appuntati Lio e Francesco Baita ferma per un controllo un’automobile con tre persone a bordo che procedeva ad alta velocità. Mentre Baita controllava via radio i documenti dei tre uomini Lia era intento a perquisire l’automobile. Massimiliano Sestito, che guidata la macchina, spinse il carabiniere e prendendo una pistola nascosta sotto al sedile fece fuoco per tre volte uccidendo Renato Lio dandosi poi alla fuga. Gli altri due occupanti dell’auto, i cugini Grattà, che in quel momento erano in strada, si consegnarono dimostrando di essere estranei ai fatti. Sestito fu arrestato il 4 luglio del 1992 da latitante e successivamente condannato a 30 anni di carcere. 

Salvatore Aversa

Quel quattro gennaio del 1992 il corso di Lamezia Terme era affollato come sempre. La consuetudine del passeggio andava a braccetto con la corsa per i regali dell’Epifania. Anche il sovrintendente di polizia Salvatore Aversa e la moglie Lucia Precenzano avevano appena fatto incetta di doni per i nipotini ed erano stati a trovare una coppia di amici. Stavano rincasando a casa quando vennero uccisi con 15 colpi calibro 9, mentre stavano salendo in auto. I carabinieri giunti sul posto dopo avere ricevuto una telefonata trovarono la Peugeot 205 con la portiera anteriore aperta e all’interno riverso con la testa sul volante il corpo senza vita di Aversa. Dall’altro lato dell’auto, agonizzante sull’asfalto, la moglie che sarebbe morta durante il trasporto in ospedale. Il duplice omicidio dei coniugi Aversa è ancora una ferita aperta per Lamezia. Bisognerà aspettare il 2000 perché due collaboratori di giustizia della Sacra corona unita pugliese, Stefano Speciale e Salvatore Chirico, confessino di essere i killer per conto di Antonio Giorgi, presunto esponente dell’omonimo clan di San Luca, dietro la promessa dell’annullamento di un debito per droga. A tirare le fila di tutti i burattini sarebbe stato il boss Francesco Giampà poi condannato.

Antonino Fava e Vincenzo Garofalo

Il 18 gennaio del 1994, in un'Alfa 75 del Nucleo radiomobile di Palmi, giacevano i corpi senza vita degli appuntati Antonino Fava, 36 anni di Taurianova e padre di tre figli, e Vincenzo Garofalo, 31 anni di Scicli (Ragusa) e due figli, coperti da un lenzuolo bianco steso da una mano pietosa. Attorno all’automezzo, decine di loro colleghi, in divisa e in borghese, magistrati, prefetto, questore e uomini dei servizi, cercavano di dare una prima interpretazione, una traccia di lavoro, dinanzi a quell’agguato eseguito con freddezza, con tecnica terroristica a colpi d'arma da fuoco. Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, poco prima delle 200, erano partiti dal carcere di Palmi per ispezionare la corsia sud dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, fino a Villa San Giovanni, per garantire la sicurezza di un gruppo di magistrati di Messina giunti a Palmi per interrogare il pentito Luigi Sparacio. Fava e Garofalo, non appena si immettono sull’autostrada, si accorgono di essere seguiti da un’autovettura – una Fiat Regata, si scoprirà dopo – e lo comunicano ai loro colleghi in centrale. La Regata procede quasi attaccata all’Alfa 75 dei carabinieri, con gli abbaglianti accesi. Non c’è più il tempo di una seconda segnalazione in centrale: la berlina affianca la vettura del Nucleo radiomobile e si scatena l’inferno. Contro Antonino Fava e Vincenzo Garofalo verranno esplosi decine di colpi di fucile caricato a pallettoni e raffiche di mitra. Con il passare dei mesi, l’attacco contro i carabinieri assume i contorni di un ben più vasto disegno criminale che porterà lontano, fino ai nostri giorni, con le inchieste sulle stragi di Cosa nostra e di ‘Ndrangheta stragista. Un disegno terroristico avvalorato dai giudici di Reggio Calabria, che condanneranno all’ergastolo in primo grado il boss di Cosa nostra Giuseppe Graviano e il capo ‘ndrangheta di Melicucco (Reggio Calabria), Rocco Santo Filippone, quali mandanti del duplice omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo, «frutto della visione comune di Cosa nostra e ‘Ndrangheta, che avevano tentato di coinvolgere anche la camorra. Tre efferati attacchi per unico disegno eversivo».

Ecco chi sono i 14 eroi che caddero nello scontro contro la 'ndrangheta in Calabria e fuori dalla nostra regione. Militari e magistrati che hanno pagato con la loro vita l'attaccamento agli ideali Repubblicani e democratici. Stasera nuova puntata di Mammasantissima "Donne e sangue"
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20 luglio 2026
Ore 15:26
Castrovillari circondata dalle fiamme, bruciano centinaia di ettari: attivato il Coc\n
La precisazione

Vicenda Grande Albergo delle Fate: due sentenze blindano l’efficacia della compravendita del 2000

Il legale della società acquirente spazza dubbi ed insinuazioni avanzate di recente nel corso della intitolazione della piazzetta all’impenditore Silvano Mancuso. 

Redazione
20 luglio 2026
Ore 15:24
Vicenda Grande Albergo delle Fate: due sentenze blindano l’efficacia della compravendita del 2000
L’intervista

’Ndrangheta e ultrà, la suocera di Marco Ferdico: «Non andrò sotto protezione dello Stato, non c'entro con questa vicenda»

Francesca Macrì rompe il silenzio e racconta a MowMag il dramma vissuto dopo la scelta del genero di collaborare con la giustizia: «Mi mancano mia figlia e i miei nipoti, ma non ho alcun motivo per entrare nel programma di protezione»
Redazione Cronaca
20 luglio 2026
Ore 14:28
’Ndrangheta e ultrà, la suocera di Marco Ferdico: «Non andrò sotto protezione dello Stato, non c'entro con questa vicenda»\n
La Calabria brucia

Grosso incendio nel Cosentino, chiusa l’autostrada tra Morano Calabro e Frascineto

Fiamme sul Pollino, traffico deviato sulla viabilità alternativa. Anas al lavoro per ripristinare la viabilità
Redazione Cronaca
20 luglio 2026
Ore 14:02
Grosso incendio nel Cosentino, chiusa l’autostrada tra Morano Calabro e Frascineto\n
Massima attenzione

A2, incendio tra Morano Calabro e Frascineto: chiusa la carreggiata verso sud | VIDEO

Uscita obbligatoria allo svincolo di Morano Calabro. Il traffico può rientrare sull’autostrada a Frascineto oppure a Sibari
Redazione
20 luglio 2026
Ore 13:51
A2, incendio tra Morano Calabro e Frascineto: chiusa la carreggiata verso sud | VIDEO
Antidroga

Belvedere Marittimo, arrestato con 300 grammi di hashish: sequestrato anche il "miele dello sballo"

Operazione della Polizia di Stato coordinata dalla Procura di Paola. Nell'abitazione dell'indagato trovati hashish, materiale per il confezionamento e 10 grammi di hashish WAX. Per gli investigatori è il primo sequestro di questa sostanza in provincia di Cosenza
Redazione
20 luglio 2026
Ore 10:54
Belvedere Marittimo, arrestato con 300 grammi di hashish: sequestrato anche il \"miele dello sballo\"\n
emergenza incendi

Il Pollino brucia: fiamme dal Petraro a Serra Dolcedorme. Persi i polmoni verdi dell’aerea

Un rogo probabilmente di matrice dolosa devasta l'area protetta tra Morano Calabro e Castrovillari. In azione Canadair, Vigili del Fuoco, Anas e Calabria Verde
Franco Sangiovanni
20 luglio 2026
Ore 07:39
Il Pollino brucia: fiamme dal Petraro a Serra Dolcedorme. Persi\u00A0i polmoni verdi dell’aerea\n
cronaca

Caso Roggero, il Garante regionale per la tutela delle vittime di reato scrive alla Presidente Meloni 

Lomonaco: «Le vittime non devono mai sentirsi costrette a difendersi da sole. Lo Stato deve arrivare prima»
redazione
20 luglio 2026
Ore 06:59
Caso Roggero, il Garante regionale per la tutela delle vittime di reato scrive alla Presidente Meloni\u00A0\n
Il blitz

Maxi operazione contro le baby gang: 539 persone arrestate in 44 province, 47 sono minorenni

Sequestrati droga, armi e oltre 300mila euro in contanti. In totale le persone coinvolte sono 954
Redazione Cronaca
20 luglio 2026
Ore 06:58
Maxi operazione contro le baby gang: 539 persone arrestate\u00A0in 44 province, 47 sono minorenni\n
cronaca

Il fuoco non spegne la passione: appello per la rinascita di Copa Bay Surf dopo il devastante incendio a Squillace Lido

Da anni i ragazzi si spendono sul territorio per promuovere la cultura degli sport acquatici ma fanno molto di più: curano la splendida porzione di palmeto e duna costiera in cui hanno sede, organizzano storiche giornate di sensibilizzazione ambientale. Ecco come aiutarli
redazione
20 luglio 2026
Ore 06:45
Il fuoco non spegne la passione: appello per la rinascita di Copa Bay Surf dopo il devastante incendio a Squillace Lido\n
paura

Bimbo cade dalla carrozzina ad Amendolara: ricoverato in prognosi riservata a Cosenza

Da una prima ricostruzione, avrebbe perso l'equilibrio finendo a terra e battendo violentemente la testa. Il trauma ha richiesto l’intervento dell’elisoccorso
Matteo Lauria
20 luglio 2026
Ore 05:16
Bimbo cade dalla carrozzina ad Amendolara: ricoverato in prognosi riservata a Cosenza
La tragedia

A Cannitello, tra gli scogli, il corpo di un anziano senza vita

Sul luogo sono intervenuti i Carabinieri e i sommozzatori per i rilievi di rito utili alla ricostruzione dell'accaduto
19 luglio 2026
Ore 06:41
A Cannitello, tra gli scogli, il corpo di un anziano senza vita\n
pomeriggio di fuoco

Emergenza incendi a Catanzaro e provincia: case minacciate e traffico in tilt a Bivio Nalini. Fiamme e fumo a ridosso dei villaggi turistici a Copanello

VIDEO | Vigili del Fuoco al lavoro senza sosta in tutta la Calabria: oltre 150 interventi nelle ultime ore. Canadair in azione tra Stalettì e Squillace per proteggere le strutture ricettive. Traffico in tilt e case minacciate a Catanzaro Lido
Redazione
18 luglio 2026
Ore 17:26
Emergenza incendi a Catanzaro e provincia: case minacciate e traffico in tilt a Bivio Nalini. Fiamme e fumo a ridosso dei\u00A0villaggi turistici a Copanello\n
Giornata infuocata

Calabria nella morsa degli incendi, 150 interventi dei Vigili del Fuoco: emergenza tra Catanzaro, Stalettì e Squillace

VIDEO | Caldo e vento alimentano i roghi in tutta la regione. Canadair in azione per proteggere due villaggi turistici nell'area di Copanello, mentre nel quartiere marinaro del capoluogo le fiamme hanno minacciato abitazioni e viabilità
Redazione Cronaca
18 luglio 2026
Ore 17:16
Calabria nella morsa degli incendi, 150 interventi dei Vigili del Fuoco: emergenza tra Catanzaro, Stalettì e Squillace\n
Toccare il fondo

Caso Roggero, la vergogna social contro l’autore satirico di LaC: «Un buco in fronte a te e alla tua famiglia»

Dopo la battuta pubblicata sui social da Enzo Filia si scatena una valanga di insulti e auguri di morte. Il post più grave è stato cancellato, ma resta lo screenshot. L’editore di LaC Maduli: «Commenti inaccettabili. La civiltà si difende con le idee, non con l’odio»
Alessia Truzzolillo
18 luglio 2026
Ore 16:18
Caso Roggero, la vergogna social contro l’autore satirico di LaC: «Un buco in fronte a te e alla tua famiglia»\n
Paura in mare

Famiglia di turisti in barca in difficoltà al largo di Capo Colonna, soccorsa dopo oltre 14 ore di intervento

Una perdita d'acqua nel vano motore ha provocato un principio di allagamento dell'imbarcazione del gruppo di persone di nazionalità austriaca. A bordo anche un minore. L'unità è stata scortata in sicurezza fino al porto vecchio di Crotone
Redazione Cronaca
18 luglio 2026
Ore 12:26
Famiglia di turisti in barca in difficoltà al largo di Capo Colonna, soccorsa dopo oltre 14 ore di intervento\n
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