Tra servizi deboli, spopolamento e imprese fragili, l’economia della regione resiste ma non cresce. Senza una strategia selettiva e una classe dirigente all’altezza, il rischio è la normalizzazione della sopravvivenza
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La Calabria non è una regione povera. È una regione impoverita da un insieme di vincoli che nel tempo sono diventati struttura. Continuare a raccontarla come una terra fatalmente destinata al ritardo è un alibi. Ma lo è anche l’ottimismo di maniera, quello che a ogni stagione annuncia la svolta definitiva e poi lascia tutto com’è.
La verità, molto più scomoda, è che l’economia calabrese non crolla, ma non decolla. Sopravvive. E in questa sopravvivenza lenta consuma capitale umano, fiducia, investimenti e futuro. Il punto decisivo è che la Calabria non soffre per una sola emergenza. Soffre per la combinazione di più debolezze che si alimentano a vicenda. Infrastrutture insufficienti, pubblica amministrazione spesso lenta, tessuto produttivo fragile, lavoro irregolare, bassa dimensione media delle imprese, fuga dei giovani qualificati, servizi pubblici meno efficienti del resto del paese.
Nessuno di questi fattori, preso da solo, spiega il ritardo. Tutti insieme, però, producono un effetto micidiale: aumentano il costo di fare impresa, abbassano la produttività, riducono l’attrattività del territorio e spingono chi ha competenze ad andarsene. Il paradosso calabrese è qui. I cittadini pagano tasse da paese avanzato e ricevono troppo spesso servizi da area marginale. Chi nasce in Calabria, a parità di diritti formali, parte con una dotazione reale inferiore. Tempi di percorrenza più lunghi, minore accesso a servizi per l’infanzia, più difficoltà nella sanità, minore continuità nei servizi essenziali, meno occasioni di lavoro qualificato.
Non è una questione identitaria. È un problema economico misurabile. Dove i servizi funzionano peggio, il costo della vita effettiva sale e la competitività del territorio scende. Il mercato del lavoro fotografa bene questa anomalia. I segnali di miglioramento esistono, ma restano deboli rispetto alla profondità del divario. L’occupazione cresce troppo lentamente, quella femminile resta drammaticamente bassa, quella giovanile continua a essere il vero termometro della fragilità regionale. Il dato più preoccupante non è solo quanti non trovano lavoro. È quanti, dopo aver studiato, capiscono che per trovare un lavoro adeguato devono andarsene.
La Calabria perde sia i giovani più qualificati, che emigrano verso mercati più dinamici, sia quelli meno protetti, che si spostano verso occupazioni precarie e poco pagate. In entrambi i casi perde energia produttiva. È qui che cade una delle illusioni più dure a morire: non basta creare qualche incentivo, qualche bonus, qualche progetto a termine per cambiare traiettoria. Se la domanda di lavoro qualificato resta bassa, le politiche attive non bastano. Se le imprese innovative sono poche, l’alta formazione diventa un regalo alle regioni che poi assorbono i laureati calabresi. Se il sistema logistico e amministrativo non riduce i costi di contesto, gli investimenti esterni continueranno a vedere la Calabria come una promessa interessante ma troppo rischiosa.
C’è poi un altro nodo che si preferisce spesso aggirare. In Calabria esiste una parte di economia che resta sommersa, irregolare, opaca. Non è solo un problema di legalità. È un problema di sviluppo. Il sommerso altera la concorrenza, deprime la qualità del lavoro, riduce il gettito, scoraggia le imprese sane e rende più difficile qualunque strategia di crescita ordinata. Un’economia che non emerge del tutto è un’economia che cresce meno di quanto potrebbe e redistribuisce peggio di quanto dovrebbe.
Tutto questo non autorizza il disfattismo. Ma impone di cambiare linguaggio. La Calabria non ha bisogno di narrazioni consolatorie. Ha bisogno di una strategia selettiva, dura, coerente. Non può inseguire tutti i modelli di sviluppo contemporaneamente. Deve scegliere poche priorità e concentrare lì risorse, competenze e capacità amministrativa. Logistica avanzata, filiere innovative nei servizi, valorizzazione industriale del turismo e dell’agroalimentare, connessione molto più stretta tra università e impresa, rafforzamento dei servizi pubblici essenziali. La vera questione non è spendere di più. È spendere meglio, con tempi certi e obiettivi verificabili.
La Calabria può crescere, ma solo se smette di raccontarsi come eccezione antropologica, in negativo o in positivo. Non è una terra maledetta, né una terra che si salva da sola con uno slogan. È una regione che ha accumulato ritardi sistemici e che può recuperarli solo con una politica economica lucida, capace di distinguere tra spesa e sviluppo, tra consenso e trasformazione, tra propaganda e capacità di governo.
Ma una classe politica e amministrativa con questa visione esiste oggi in Calabria? La risposta è drammaticamente negativa, ma è anche vero che il tempo delle giustificazioni è finito. Se non si rompe ora questo equilibrio di bassa crescita, bassa occupazione e bassa fiducia, il rischio non è il sottosviluppo. È una normalizzazione del declino.
* Docente Università Mediterranea


