Il referendum sulla riforma della giustizia si terrà regolarmente il 22 e 23 marzo. Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso presentato dal comitato dei 15 giuristi che contestava la scelta del governo di fissare la data della consultazione prima dello scadere dei tre mesi previsti dalla Costituzione. La decisione è contenuta in una sentenza che definisce la “pretesa vantata dai ricorrenti” come “non tutelabile” e “destituita di fondamento”.

Il ricorso era stato promosso dal comitato guidato dall’avvocato Carlo Guglielmi, che a ridosso delle festività natalizie aveva raccolto 500mila firme a sostegno di un nuovo quesito referendario per il no alla riforma. L’obiettivo era ottenere un rinvio della data del voto, sostenendo che il governo Meloni avesse agito con eccessiva rapidità, nonostante i termini costituzionali non fossero ancora scaduti.

Il collegio della seconda sezione bis del Tar – presieduto da Michelangelo Francavilla, con Giuseppe Licheri estensore e Vincenza Caldarola a latere – ha però chiarito che, una volta che la legittimità del primo quesito, quello depositato dai parlamentari, è stata positivamente vagliata dalla Cassazione, l’esecutivo non aveva alcun obbligo di differire l’indizione del referendum. Farlo, osservano i giudici, avrebbe significato disapplicare l’articolo 15 della legge 352 del 1970, che disciplina le procedure referendarie.

La sentenza affronta anche il tema della giurisdizione, respingendo le eccezioni sollevate dai comitati per il sì, secondo cui la fissazione della data del referendum e il decreto del Presidente della Repubblica sarebbero atti politici insindacabili. Per il Tar, al contrario, si tratta di atti amministrativi, e come tali sottoponibili al controllo del giudice. Un passaggio che rendeva il ricorso ammissibile, pur conducendo poi al suo rigetto nel merito.

Entrando nel cuore della questione, i giudici richiamano l’articolo 138 della Costituzione, sottolineando che esso “consente (e non impone)” a tre soggetti – un quinto dei membri di una Camera, cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali – di attivare il procedimento referendario. La presenza della congiunzione disgiuntiva “o” è decisiva: una volta che uno di questi soggetti ha promosso l’iniziativa e la sua legittimità è stata accertata, non vi sono ragioni per rinviare il voto.

Il Tar ricorda inoltre che l’unica ipotesi di differimento dell’indizione del referendum prevista dalla normativa riguarda il caso in cui, entro i tre mesi dall’adozione della legge, intervenga una nuova legge costituzionale o di revisione della Costituzione. Circostanza che, nel caso in esame, non ricorre. La sentenza, tuttavia, riconosce ai promotori del nuovo quesito pieni spazi di partecipazione alla campagna referendaria, sia in televisione sia sugli altri mezzi di informazione, oltre al diritto alla corresponsione dei rimborsi previsti.

Come prevedibile, dal fronte del sì arrivano reazioni soddisfatte. La Fondazione Einaudi parla di una decisione che “mette la parola fine alle diatribe sulla data”. Il presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, Alberto Balboni, definisce il ricorso “una manovra dilatoria archiviata”. Per Pierantonio Zanettin, capogruppo di Forza Italia in Commissione Giustizia, il verdetto era scontato perché il ricorso era “privo di qualsiasi fondamento giuridico”.

Dallo schieramento del no, invece, il tono resta prudente ma combattivo. L’Associazione nazionale magistrati, attraverso il presidente del proprio comitato referendario Enrico Grosso, rivendica il valore politico delle 500mila firme raccolte, definite un contributo fondamentale per “una forte e sana mobilitazione popolare” e per garantire “maggiori spazi e più tempo per il dibattito” su una riforma che, secondo i contrari, “compromette l’indipendenza della magistratura”.

Più duro il comitato “Società civile per il no”, guidato dal professor Giovanni Bachelet: “Rispetto per il Tar, non ci appartiene lo stile sguaiato di chi grida ‘giustizia è fatta’ quando le sentenze sono favorevoli e aggredisce la magistratura quando sono sgradite”. E aggiunge: “La scelta del governo di non concordare con le opposizioni la data del referendum e di ignorare oltre mezzo milione di firme raccolte in meno di un mese dimostra un disprezzo per il Parlamento e per gli elettori”, ma “il no sarà maggioritario nonostante le forzature”.

Ora la partita non è del tutto chiusa. La consultazione resta fissata per il 22 e 23 marzo, ma la parola passa alla Cassazione. Proprio oggi sono state depositate al Palazzaccio le 500mila firme del comitato guidato da Guglielmi. Dalla prossima settimana l’Ufficio centrale per il referendum della Suprema corte avvierà la camera di consiglio per verificare la validità delle sottoscrizioni e pronunciarsi sul nuovo quesito.

Solo se la Cassazione dovesse ritenere che il nuovo quesito non è sovrapponibile a quello già ammesso, e quindi ne autorizzasse uno distinto, la questione della data potrebbe riaprirsi. In caso contrario, il calendario resterà quello stabilito: il referendum sulla giustizia si giocherà, senza rinvii, a fine marzo.