Teheran diffidente: non ritiene Washington pronta a un accordo duraturo. Il ministero degli Esteri: negoziati «incompatibili con ultimatum e minacce di commettere crimini di guerra»
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«Iran e Stati Uniti hanno ricevuto un piano per porre fine alle ostilità», riferisce Reuters citando fonti anonime informate. L’intesa, provvisoriamente denominata «Accordo di Islamabad», prevederebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz entro 15-20 giorni, con colloqui finali in presenza proprio nella capitale pakistana.
Ma da Teheran arriva una chiusura netta. L’Iran non è disposto a riaprire Hormuz in cambio di una «tregua temporanea»: lo ha dichiarato un alto funzionario, sottolineando come Washington non venga ritenuta pronta per un accordo duraturo. Una posizione che conferma le forti diffidenze iraniane rispetto alla proposta avanzata tramite i mediatori.
Sulla stessa linea anche il ministero degli Esteri. Il portavoce Esmail Baghaei ha fatto sapere che è stata presentata una risposta formale ai mediatori impegnati nel tentativo di fermare il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il piano in 15 punti condiviso da Washington è stato giudicato «in alcun modo accettabile», perché i negoziati – ha spiegato – risultano «incompatibili con ultimatum e minacce di commettere crimini di guerra». Teheran ha quindi avanzato richieste proprie, definite «basate sui nostri interessi e sulle nostre considerazioni».
Nel frattempo, sul terreno, continuano a registrarsi segnali di forte escalation. I Pasdaran hanno annunciato che il capo dell’intelligence, Seyed Majid Khademi, è stato ucciso in un raid attribuito a Stati Uniti e Israele.
Attacchi che, secondo l’agenzia Fars, hanno colpito anche il complesso petrolchimico di South Pars, ad Asaluyeh, dove sono state segnalate «varie esplosioni». Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha confermato l’operazione, definendo l’impianto «la più grande infrastruttura petrolchimica iraniana».

