C'è una formula che questo governo ha consegnato al vocabolario politico italiano e che vale la pena leggere con la lentezza necessaria a capire ciò che contiene. Quando Giorgia Meloni ha chiesto le dimissioni di Daniela Santanchè, di Andrea Delmastro, di Giusi Bartolozzi, non ha parlato di rigore morale, non ha parlato di responsabilità politica, non ha usato nessuna delle parole che la situazione avrebbe reso appropriate. Ha parlato di "sensibilità istituzionale".

La sensibilità: una categoria estetica, soggettiva, non verificabile, che trasforma la responsabilità in una questione di temperamento invece che di fatti, che dice a chi ascolta non che qualcosa è stato sbagliato, ma che qualcosa è diventato inopportuno, non nel momento in cui è accaduto, ma nel momento in cui l'umore dell'elettorato ha smesso di tollerarlo.

È la distanza tra quelle due cose, tra la responsabilità e la sensibilità, tra il fatto e la sua opportunità politica, la misura più precisa di ciò che questo governo ha prodotto in tre anni e mezzo di potere: non le leggi, non i programmi, non i risultati economici. Un vocabolario. Un modo di stare nelle istituzioni che le abita senza rispettarle, che le usa senza riconoscerne il peso, che impara presto che il costo dell'esporsi è diventato inferiore al costo del nascondersi.

Il Ministero della Cultura avrebbe dovuto essere il laboratorio della nuova egemonia culturale della destra italiana. La rivincita contro decenni di presunto monopolio intellettuale. Il luogo in cui la classe dirigente emergente dimostrava di avere non solo il potere ma la profondità necessaria a esercitarlo. Sangiuliano prima, Giuli dopo: due ministri, due fallimenti di natura diversa ma di segno identico. Il primo travolto da uno scandalo che aveva la forma del gossip e la sostanza dell'inadeguatezza.

Il secondo ancora al suo posto, con lo staff azzerato, una guerra aperta con Salvini condotta nelle chat del Consiglio dei ministri, un incontro riparatore con la premier che fonti di Palazzo Chigi hanno descritto come sereno con quella qualità della smentita che si usa quando non c'è niente da smentire perché tutto è già visibile.

Reuters ha definito il ministero "scosso da mesi di dimissioni, epurazioni e conflitti politici". Non è una critica politica: è una descrizione tecnica di un'istituzione che non funziona. Eppure il ministero è ancora lì, con il suo ministro, con le sue tensioni, con la sua irrisolvibile incapacità di essere ciò che aveva promesso di essere. Perché nessuno ha ritenuto necessario che ci fosse un conto da pagare, oltre alla somma dei danni prodotti.

Questo è il punto che l'elenco degli scandali non riesce a contenere. Non è la quantità dei casi. Non è la gravità dei singoli episodi. È il meccanismo che li attraversa tutti con la coerenza di ciò che non è accidentale: lo scandalo emerge, occupa il campo mediatico per il tempo necessario, viene assorbito o risolto con la formula minima indispensabile, e il sistema torna a funzionare esattamente come funzionava prima, senza che nessuno abbia dovuto rispondere di qualcosa nel senso pieno del termine, senza che esistano conseguenze strutturali, senza che la struttura che ha prodotto il caso abbia cambiato niente della propria logica.

Santanchè si è dimessa il 24 marzo, indotta da una sconfitta referendaria che non c'entrava niente con le sue vicende giudiziarie ma aveva reso politicamente insostenibile ciò che era già da tempo moralmente insostenibile. La formula con cui Meloni ha gestito quel momento, la "sensibilità istituzionale" invocata come criterio, ha detto tutto ciò che c'era da dire: non era un principio, era una gestione del danno. Non era la responsabilità che si esercita. Era il calcolo che si pratica.

La destra era arrivata al governo con un argomento semplice e potente: competenza contro improvvisazione, merito contro appartenenza, sobrietà contro caos. Quell'argomento non è stato tradito in un momento preciso, con un atto dichiarato che qualcuno potesse indicare come il punto di rottura. Si è consumato per gradi, con la gradualità di ciò che non produce mai un'emergenza visibile e per questo non incontra mai la resistenza che meriterebbe.

La fedeltà ha contato più della preparazione, non perché qualcuno abbia deciso che fosse così, ma perché il sistema ha selezionato chi era disposto a farlo, e chi era disposto ha avanzato, e chi non era disposto ha trovato meno spazio, con la logica silenziosa e infallibile di qualsiasi sistema di potere che preferisce chi garantisce invece di chi produce. Il risultato non è una destra più corrotta delle forze politiche che l'hanno preceduta. È una destra che aveva promesso di essere diversa e si è rivelata uguale, il che è un tipo di tradimento specifico, peggiore dell'ordinario, perché presuppone un'affermazione di superiorità morale che i fatti hanno smentito e che nessuno ha ritirato.

Berlusconi aveva capito questa cosa trent'anni prima. Non il Berlusconi delle barzellette e degli scandali: quello è il Berlusconi che si ricorda più facilmente perché è il più comodo da ricordare. Il Berlusconi che conta è quello che aveva compreso una verità profonda di questo paese: che in un'Italia stanca, frammentata, sfiduciata nelle istituzioni, l'immagine della forza produce consenso indipendentemente dalla qualità reale di ciò che si fa, che la percezione della solidità vale spesso più della solidità stessa, che un paese che ha smesso di aspettarsi qualcosa di meglio non punirà chi non glielo dà, perché la punizione richiede un'aspettativa che il sistema ha già lavorato a smontare.

Il melonismo non è il berlusconismo. Ma condivide quella comprensione, e la applica con gli strumenti del proprio tempo: il conflitto permanente come metodo, il nemico sempre disponibile, la campagna elettorale che non finisce mai perché finire significherebbe governare e governare significherebbe essere misurati su ciò che si produce invece che su ciò che si dichiara.

Eppure i governi passano. E ciò che resta, quando passano, non è sempre ciò che hanno fatto. A volte è ciò a cui hanno abituato. L'abitudine al poco, alla mediocrità amministrata come identità, alla fedeltà scambiata per competenza, all'idea che la responsabilità sia una categoria retorica e non una conseguenza concreta che qualcuno subisce perché ha fatto qualcosa che non avrebbe dovuto fare. Quella abitudine non si smonta con un'alternativa politica: si smonta solo se qualcuno decide di richiedere il livello che smette di sembrare possibile quando si è stati abbastanza a lungo senza averlo visto.

Il vero scandalo di questa stagione non è nei processi, non nelle inchieste, non nei gossip che consumano il ciclo di ventiquattro ore e spariscono senza lasciare niente. È nella velocità con cui il paese ha imparato a non scandalizzarsi. Quella velocità non appartiene al governo: appartiene a chi guarda. Ed è lì, in quello sguardo che si è abituato a non aspettarsi più niente, che la mutazione ha già vinto, silenziosamente, senza che nessuno abbia dichiarato quando è cominciata.