Dal referendum sulla giustizia al precedente del 2016: un voto che ridimensiona il governo e apre una partita nuova, anche tra le generazioni
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Non è stato soltanto un No. È stato un segnale politico. Un segnale netto, che attraversa il dato tecnico e si deposita nel cuore della politica.
Il 22 e 23 marzo gli italiani sono stati chiamati a esprimersi su una riforma complessa, difficile, per molti versi distante. L’affluenza alle urne è stata sorprendente, e la prevalenza del No racconta una verità semplice: quando la materia è opaca, il voto diventa giudizio politico.
E il giudizio è stato chiaro. Gli italiani, più che entrare nel merito, hanno scelto di non fidarsi. Questo referendum non ha appassionato. Ed è già un fatto.
Troppo tecnico, troppo specialistico, troppo poco traducibile nella vita quotidiana. Il cittadino medio non aveva gli strumenti per valutare fino in fondo le implicazioni della riforma. E allora ha fatto ciò che in democrazia accade nei momenti decisivi: ha spostato il voto dal piano giuridico a quello politico.
Ha votato sulla fiducia. E la fiducia, semplicemente, non c’era. Non è la prima volta.
La memoria più vicina è il 2016. Il referendum costituzionale voluto da Matteo Renzi nacque come riforma, ma si trasformò rapidamente in un plebiscito sul governo. Finì con una sconfitta netta e con una conseguenza immediata: la caduta del presidente del Consiglio.
Quel passaggio segnò qualcosa di più di un cambio di governo. Segnò la fine di una stagione politica.
Oggi la storia non si ripete nello stesso modo. Ma fa rima. Anche questa volta il voto si è spostato dal contenuto al contenitore. Dalla riforma a chi la proponeva. E anche questa volta il risultato non è soltanto tecnico: è un ridimensionamento politico. Con una differenza decisiva.
Nel 2016 il sistema politico si riorganizzò rapidamente. Oggi, invece, il quadro è più fragile, più frammentato, più incerto. Giorgia Meloni ha scelto di metterci la faccia. Ha investito su questo referendum, pur sapendo che non era il cuore del suo progetto. Il suo vero disegno resta il premierato. Ma nel frattempo ha giocato una partita che non poteva permettersi di perdere.
E l’ha persa. Non solo nei numeri, ma nel significato.
Perché questo voto arriva dentro una sequenza che ormai non può più essere letta come episodica: stagnazione sulle riforme, difficoltà nel definire una direzione economica, incertezze sulla politica internazionale, una classe dirigente inadeguata a reggere il peso del governo.
E soprattutto un dato politico che pesa più di tutti. Gli alleati. Forza Italia e Lega sotto l’8 per cento non sono un incidente. Sono una diagnosi. Sono partiti che non trainano più, che non allargano il consenso, che non producono visione. Alleati deboli, azzoppati, che non sostengono ma appesantiscono.
E quando gli alleati si indeboliscono, il leader resta solo. E quando il leader resta solo, il sistema si irrigidisce. Qui si consuma il passaggio più importante. Il racconto si spegne.
Quella narrazione potente che aveva portato la destra al governo, fatta di rottura, identità, promessa di cambiamento, viene sostituita dal principio di realtà. Che non è una colpa. Ma è una resa. Un governo che galleggia. Che amministra. Che controlla. Tiene i conti in ordine, garantisce stabilità, evita scossoni. Ma non incide. Non sui diritti sociali. Non sul lavoro. Non sulla struttura economica. Non sulla produttività. Non sulle grandi riforme.
E allora il referendum diventa il luogo in cui questa contraddizione emerge con forza. Quando non riesci a cambiare davvero ciò che conta, finisci per concentrare l’energia su ciò che è simbolico. E il simbolico, se viene percepito come rischio, viene respinto.
Ma c’è un elemento che la politica continua a sottovalutare. I giovani. La loro partecipazione è stata significativa e il loro orientamento è stato chiaro. I giovani hanno espresso una distanza netta da una politica percepita come conservazione, come paura, come gestione dell’esistente.
Non cercano stabilità. Cercano direzione. Non si riconoscono in un Paese che galleggia. Vedono le crepe. Le vedono nella mancanza di prospettive economiche. Le vedono nella precarietà. Le vedono in una politica che fatica a parlare il loro linguaggio. E le vedono, con ancora più chiarezza, nella politica internazionale.
La posizione dell’Italia su Gaza, le ambiguità sulle crisi globali, l’allineamento spesso passivo alle strategie occidentali e alle politiche americane vengono percepite da una parte crescente delle nuove generazioni come segnali di debolezza, non di responsabilità. Non è solo una questione ideologica. È una questione di credibilità.
E quando una generazione perde fiducia nella direzione di un Paese, quella frattura non si ricompone facilmente.
C’è poi un elemento più profondo, quasi silenzioso. La fiducia. In Italia la fiducia nella magistratura resta, superiore a quella nei partiti. È un dato evidente. E questo significa che ogni tentativo di intervenire sull’equilibrio della giustizia viene filtrato da una diffidenza di fondo verso la politica. Non è un bene. Ma è un fatto. E la politica che ignora i fatti finisce per scontrarsi con la realtà.
Il risultato del referendum, allora, va letto per quello che è. Una lettera di sfratto politico. Non nel senso di una fine immediata. Il governo resta, la maggioranza tiene, la legislatura prosegue. Ma nel senso di una perdita di spinta.
Gli italiani non hanno detto “andate via”. Hanno detto “non andate oltre”. È il passaggio da un consenso espansivo a un consenso difensivo. Da una stagione di iniziativa a una stagione di contenimento. Ed è qui che si apre la partita più interessante.
Perché se il governo entra in una fase di gestione, l’opposizione entra in una fase di possibilità. Per la prima volta dopo tempo, non ha più davanti un blocco compatto e in espansione, ma un sistema che mostra crepe. Un elettorato meno convinto, meno coinvolto, meno disponibile a seguire. È una partita tutta da scrivere. Ma non è una partita che si vince da sola.
L’opposizione dovrà scegliere se limitarsi a raccogliere il logoramento del governo, oppure costruire un’alternativa credibile. Dovrà parlare anche a quella generazione che oggi guarda altrove, che non si riconosce né nel potere né nelle sue opposizioni.
Perché gli spazi politici non si occupano automaticamente. Si conquistano. E se nel 2016 il vuoto aperto dalla caduta di Renzi fu riempito rapidamente, oggi quel vuoto potrebbe restare aperto più a lungo. Con un rischio e un’opportunità.
Il rischio è l’immobilismo. L’opportunità è la ricostruzione.
Resta allora una domanda più grande. Questo governo è nato per governare o per cambiare? Perché governare lo sta facendo. Cambiare no. E in politica, prima o poi, questa distanza si paga. Il referendum del 2026 lascia un’immagine precisa. Non una rivolta. Non una rottura. Ma un limite.
Una linea che gli elettori hanno tracciato senza alzare la voce. Con un voto. Fin qui. È il gesto più democratico che esista. Ed è anche il più difficile da accettare per chi esercita il potere. Perché governare, alla fine, significa proprio questo: sapere dove fermarsi.

