La Calabria sta vivendo giorni drammatici, giorni in cui la furia della natura ha mostrato senza filtri la fragilità di interi territori. Il ciclone Harry ha devastato coste, lungomari, campagne e quartieri, trascinando via con sé case, attività, ricordi e vite quotidiane. In momenti come questi, la politica ha il dovere di essere concreta, rapida e tangibile. E invece, come spesso accade, ciò che resta impresso ai cittadini sono le immagini dei politici in posa, i sorrisi davanti alle telecamere e i post trionfalistici sui social, più utili a costruire un profilo pubblico che a dare risposte reali.

Basta scorrere i commenti sui social per capire il sentimento diffuso. Non si tratta di proteste generiche, ma di un giudizio chiaro e diretto: le passerelle non servono. I cittadini scrivono: “Fotografatevi quanto volete, ma noi restiamo qui con le nostre case distrutte”, oppure: “Le vostre visite non riparano niente”. Il cuore di queste critiche non è il rancore verso le persone, ma la frustrazione verso un modo di fare politica che parla di vicinanza senza esercitarla nei fatti. In un territorio che ha conosciuto innumerevoli calamità, dalle alluvioni ai naufragi, ogni gesto rituale rischia di apparire superficiale se non è accompagnato da azioni concrete, da interventi rapidi e misurabili, da un senso di urgenza reale.

Eppure, nelle dichiarazioni ufficiali e nei post social, l’enfasi è tutta sull’apparire: il presidente della Regione parla di richieste milionarie al governo, di interventi pronti e di sostegno alle comunità, anche Wanda Ferro sottolinea la presenza dello Stato e l’impegno della Regione

Tutto corretto, ma troppe volte ciò che viene promesso resta sulla carta. E intanto, nelle piazze virtuali dei social, migliaia di calabresi commentano, condividono foto dei danni, esprimono rabbia e delusione. Quei commenti non sono rumor di fondo, sono l’indicatore di una distanza crescente tra chi governa e chi soffre. La percezione che la politica istituzionale si muova più per visibilità che per efficacia è ormai evidente e preoccupante.

Il dramma non sta solo nei danni materiali, ma nell’incapacità percepita delle istituzioni di rispondere con concretezza. Ogni passerella, ogni scatto con casco e tuta protettiva, accentua il senso di impotenza di chi ha perso tutto. Il rischio, se non si cambiano approcci e priorità, è quello di consolidare una politica che osserva le macerie dall’alto, invece di rimboccarsi le maniche insieme alla gente. I cittadini chiedono segnali chiari: tempi certi per l’arrivo delle risorse, interventi reali e visibili, piani di prevenzione e ricostruzione strutturali, non protocolli burocratici che si trascinano senza risultati. Ogni giorno che passa senza fatti concreti aumenta il divario tra istituzioni e cittadini, alimentando un senso di abbandono e sfiducia.

La politica deve comprendere che la simbologia delle passerelle è ormai insufficiente, anzi può risultare persino offensiva. La Calabria non ha bisogno di sorrisi postati online, ha bisogno di operazioni immediate, di interventi mirati, di una presenza tangibile nei luoghi devastati. È tempo di cambiare registro, di trasformare la visibilità in responsabilità, la vicinanza in risultati concreti. Solo così la Regione potrà dimostrare che la politica non è un palcoscenico, ma uno strumento di servizio ai cittadini, soprattutto quando la vita di intere comunità è messa a rischio.

Le passerelle, in queste circostanze, sono il simbolo di un sistema che rischia di apparire lontano e distaccato. Le foto, i post, i video servono solo a raccontare una narrazione di presenza che la realtà smentisce ogni giorno. La vera sfida per Occhiuto, Ferro e per chiunque governi la Calabria è quella di trasformare la vicinanza formale in concretezza operativa, di lasciare che siano i fatti a parlare, e non più le immagini. Perché ogni scatto inutile aumenta la frustrazione, ogni passerella non seguita da interventi concreti diventa un insulto alla dignità di chi sta soffrendo. E in una terra che ha già conosciuto troppe tragedie, il tempo delle passerelle è finito.