Non se lo aspettavano nemmeno gli stessi sondaggisti. Il quadro si è ribaltato: il tema della riforma non appare più così complesso per gli elettori, né l’astensione sembra essere un ostacolo insormontabile. A fare la differenza è stata la dinamica dello scontro referendario, con una competizione serrata tra gli schieramenti, la premier Meloni determinata a sostenere la propria posizione, e una mobilitazione diffusa della società civile. Docenti, avvocati e magistrati hanno animato incontri quotidiani con i cittadini, mentre anche i giovani sono stati coinvolti attivamente tra scuole e università. A questo si sono aggiunti toni accesi, polemiche e accuse reciproche: tutti fattori che, secondo gli esperti di analisi elettorale, hanno contribuito a una partecipazione superiore alle attese già nella prima giornata di voto. Soprattutto al Nord, mentre il Sud resta indietro e la Calabria (fa peggio soltanto la Sicilia) è la penultima regione d’Italia in quanto a partecipazione. 

«Clamoroso»: è questo – riporta la Repubblica – il termine che, nella pausa della domenica elettorale, mette d’accordo sia gli analisti sia gli oppositori dei comitati. L’affluenza si avvicina al 40% alle 19 e, salvo imprevisti, potrebbe raggiungere il 60% alla chiusura. Numeri che restano, per il momento, semplici dati, ma che suggeriscono l’immagine di un Paese coinvolto e reattivo. «Il dato dell’affluenza è davvero sorprendente: e una tale misura si raggiunge solo quando i motori si accendono in entrambi i campi – osserva Salvatore Vassallo, direttore dell’Istituto Cattaneo –. Alla fine si è parlato tanto dei tecnicismi della riforma, ma nelle ultime settimane la sfida ha generato nel quotidiano dei cittadini, nel vissuto familiare, negli ambienti di lavoro una quantità inedita di discussioni e punti di vista».

Tra i territori, spicca Bologna, che alle 19 registra già il 50%, risultando la provincia con la partecipazione più alta. Emilia-Romagna (46,29%) e Lombardia (44,99%) guidano la classifica: due regioni con tradizioni politiche diverse che sembrano riflettere un confronto equilibrato tra le due opzioni. «Ma no, non è detto, potrebbe essere un’illusione ottica – chiarisce Lorenzo Pregliasco di Youtrend – Nulla esclude che ci sia una sorta di valanga a favore solo di uno. La partita è aperta, in ogni esito. Perché è vero che, osservando i territori più ‘rossi’ o più ‘neri’, si nota che vanno molto bene sia i comuni filo-Pd, sia i comuni filo-FdI, mentre il sud in cui riponevano speranze sia M5s sia FI arrancano. Ma è anche vero che la distribuzione geografica dell’affluenza non è così chiara, perché hai tanti a votare nei grandi comuni (è voto d’opinione?) ma anche in aree a trazione leghista o meloniana».

In sintesi, gli studiosi avevano ipotizzato due scenari principali: con un’affluenza sotto il 48% sarebbe stato favorito il “no”, mentre intorno al 50% il “sì” avrebbe potuto prevalere. Tuttavia, l’andamento reale ha reso il risultato difficile da interpretare. «Dobbiamo però guardare all’orizzonte certo – afferma Renato Mannheimer parlando con Repubblica – Il centrodestra che ha la maggioranza dei voti, se riesce a mobilitare tutti i suoi al massimo per il sì, può vincere; ma nello stesso tempo c’è un fronte del no che ha macinato tanti chilometri e consenso in varie aree». Diversa la posizione di Antonio Noto: «Non ho mai pensato che un diverso tasso di affluenza portasse alla vittoria dell’uno o dell’altro. Ciò che ci colpiva è l’impennata improvvisa: negli ultimi giorni c’è stato un balzo di 10 punti, coloro che avevano deciso di andare a votare sono passati dal 41 al 51 per cento in una settimana, e comunque era impossibile prevedere un 60 per cento finale».

Resta aperto il dibattito sulle cause di questa mobilitazione: il confronto politico guidato da Meloni, la capacità delle opposizioni di richiamare l’attenzione sulla Costituzione, o forse il coinvolgimento delle nuove generazioni. Mannheimmer sottolinea un elemento interessante: «Qualche segnale lo abbiamo notato. Mentre nei sondaggi delle Politiche, solitamente i ragazzi ti dicono “non so, non ci capisco nulla”, stavolta partecipavano e si sentivano un po’ più coinvolti».

La giornata si chiude con l’immagine di un Paese che, quantomeno, ha partecipato attivamente. «Una lezione di democrazia», commentano dal comitato del sì. Anche dal fronte dell’Associazione nazionale magistrati emerge soddisfazione: il professor Enrico Grosso sottolinea come «se la campagna referendaria è riuscita ad alimentare e ad arricchire il dibattito pubblico dovremmo esserne tutti fieri». Ora restano poche ore per determinare l’esito finale.