Sergio Carrozza, affetto da una grave malattia oncologica, ha sollevato una questione riguardo alle sovvenzioni sanitarie in Calabria. Il 56enne di Taurianova recrimina sul fatto che uno specifico avviso, “Un passo in più”, assicuri supporto finanziario, da € 8.000 a € 10.000, esclusivamente alle donne affette da tumori o con carichi di cura di familiari malati, lasciando gli uomini privi delle stesse opportunità di aiuto.

Sergio è impegnato nella battaglia contro un tumore di quarto stadio a pancreas e fegato, che purtroppo sta progredendo. Una realtà fatta di paure e sacrifici enormi. Poiché le terapie tradizionali non hanno dato i risultati sperati, è costretto ad emigrare al Nord per tentare di sottoporsi a terapie sperimentali, il tutto a spese proprie. Nel contempo si occupa anche della moglie, Sabina, attaccata ai macchinari e immobilizzata a letto dalla Sla. Una vita in sospeso cercando di conservare un briciolo di speranza.
Quello in questione è un contributo importante in una Regione caratterizzata da un’elevata incidenza di tumori, in sostegno alle donne che spesso sono anche costrette ad abbandonare il lavoro. Sergio ne riconosce le lodevoli finalità, ma in una lunga lettera esprime la sua frustrazione e supplica, in sostanza, che le sovvenzioni possano essere estese anche agli uomini, affinché venga garantito un supporto paritario a tutti i malati oncologici.

La lettera

«Apprendere della pubblicazione da parte della Regione Calabria del bando con Avviso pubblico denominato “Un passo in più” mi ha provocato una profonda amarezza. Si tratta di una misura finanziata attraverso il PR Calabria FESR FSE+ 2021/2027, che prevede un sostegno economico rivolto esclusivamente alle donne affette da patologie oncologiche e ai caregiver di familiari malati di tumore. L’iniziativa viene presentata come uno strumento di inclusione sociale e di rafforzamento dell’accesso ai servizi socio-sanitari, con una dotazione finanziaria importante, pari a 2,5 milioni di euro. Eppure, dietro queste finalità condivisibili, emerge una questione che non può essere ignorata: l’esclusione degli uomini malati oncologici da tale forma di sostegno. Ed è proprio questo il punto che considero profondamente ingiusto. Il tumore non guarda il sesso della persona che colpisce. Non esiste un dolore maschile o un dolore femminile. La sofferenza, la paura, la perdita della serenità, i problemi economici e il peso delle cure sono gli stessi per tutti. Trovo difficile, per questa ragione, comprendere come sia possibile prevedere un sostegno pubblico che – di fatto – distingue tra malati sulla base del genere e non della gravità della condizione vissuta».

«Disparità difficile da accettare»

Sergio Carrozza sottolinea: «Sento pertanto – da cittadino e, al contempo, da malato – che una scelta di questo tipo rischia di entrare in contrasto con i principi più elementari di uguaglianza e di tutela della dignità umana. La nostra Costituzione afferma chiaramente che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e che la salute rappresenta un diritto fondamentale dell’individuo. Proprio per questo motivo, escludere a priori uomini affetti da patologie oncologiche da un beneficio assistenziale appare una disparità difficile da intendere e da accettare, soprattutto per chi – come me – ogni giorno affronta cure pesanti e una condizione di estrema fragilità. Non si tratta di mettere in discussione il sostegno alle donne – che, senz’altro, resta assolutamente importante – né di creare contrapposizioni inutili. Il punto è un altro: davanti alla malattia non dovrebbero esistere differenze di trattamento che finiscono inevitabilmente per far sentire alcune persone meno tutelate di altre. Ci sono tanti uomini che – come il sottoscritto – sono costretti a combattere ogni giorno contro tumori devastanti, affrontando spese enormi, perdendo il lavoro o vedendo peggiorare drasticamente la propria situazione economica e familiare. Molti vivono tutto questo in un contegnoso silenzio, senza clamore, cercando semplicemente di andare avanti giorno dopo giorno. Ignorare questa realtà significa lasciare indietro una parte di cittadini che avrebbe lo stesso diritto di essere ascoltata e sostenuta».

«In Calabria difficoltà ad ottenere prestazioni urgenti»

L’uomo lancia un appello alle istituzioni: «Per tutto ciò sento dal profondo del mio animo di rivolgere un appello alla Regione Calabria, affinché riconsideri i criteri previsti dall’Avviso “Un passo in più”, estendendo l’accesso alle provvidenze economiche anche agli uomini affetti da patologie oncologiche in condizioni di grave disagio sanitario ed economico. Perché la dignità di una persona malata non può dipendere dal genere. E perché davanti al dolore non dovrebbero mai esistere cittadini di serie A e cittadini di serie B. A tutto questo si aggiunge un episodio che ben rappresenta la difficoltà concreta che molte persone affette da gravi patologie oncologiche si trovano ad affrontare nell’accesso tempestivo alle cure. Su indicazione urgente di specialisti che seguono il mio caso presso un centro di riferimento del Nord Italia, è stato prescritto - a gennaio 2026 - un esame PET da eseguire con la massima tempestività, necessario per il monitoraggio della mia grave patologia tumorale. Mi sono attivato immediatamente per prenotare l’esame in Calabria, utilizzando l’impegnativa specialistica. In presenza di una condizione clinica indicata come urgente - da parte dei chirurghi di Padova - era lecito attendersi tempi compatibili con la necessità diagnostica. Tuttavia, la prima disponibilità comunicata risultava collocata a diversi mesi di distanza, vale a dire ad aprile. Tale risposta ha generato una comprensibile condizione di smarrimento e forte disagio. In situazioni oncologiche gravi, il tempo assume un valore determinante e non può essere considerato una semplice variabile organizzativa: ritardi significativi possono incidere profondamente sul percorso di cura e sulla serenità del paziente. È stato quindi necessario confrontarsi nuovamente con i medici di Padova, i quali hanno indicato l’opportunità di effettuare l’esame presso la loro struttura, dove è stato possibile eseguirlo in tempi molto più rapidi, vale a dire nello spazio di soli cinque giorni. Questa differenza evidenzia il divario esistente tra diverse realtà sanitarie e le difficoltà che molti pazienti incontrano nell’ottenere prestazioni urgenti nei tempi richiesti dalla loro condizione clinica. Tutto ciò appare profondamente problematico, perché rischia di tradursi in un ulteriore carico di sofferenza per persone già provate da patologie gravi, costrette talvolta a cercare fuori dalla propria regione ciò che dovrebbe essere garantito in modo tempestivo e uniforme».