Mentre piccoli comuni e borghi continuano a perdere abitanti, cresce la consapevolezza che la sfida della rigenerazione passa dalla coesione sociale, dalla cittadinanza attiva e dal rafforzamento dei legami comunitari
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La velocità e l’irreversibilità dei processi che stanno trasformando la qualità della vita dell’uomo richiede di assumersi una comune responsabilità nei confronti della nostra terra: costruire insieme un futuro a misura della persona umana.
Questo impegno richiede un cambio di passo e il comune impegno verso la rigenerazione.
Rigenerare è il verbo che indica un processo di ricostruzione e di recupero di ciò che è andato deteriorandosi; il tema della rigenerazione è diventato particolarmente centrale nel panorama culturale internazionale da essere scelto come tema dell’Expo celebrato nel 2025 a Osaka in Giappone, Delineare la società del futuro per le nostre vite.
Siamo coscienti che ogni riflessione sulla rigenerazione urbana e sociale deve confrontarsi con il cambio di paradigma in corso che sta trasformando la cultura, la visione antropologica, il valore delle relazioni ed il sistema valoriale che orienta le scelte.
Il rinnovamento non sempre genera fiducia e speranza anzi si presenta come un elemento inquietante per l’animo umano, in un tempo incerto e frammentario come la postmodernità che, sempre più, sembra aver smarrito il senso e le ragioni che sostengono la vita.
A precedere qualsiasi riflessione vi è la constatazione, che nasce dallo scorrere i fatti di cronaca, di quanto si è andata deteriorando la qualità dei rapporti umani: le atrocità della guerra sulla striscia di Gaza che sembrano riproporre gli orrendi terrori generati in Europa dai totalitarismi nel secolo scorso, il preoccupante fenomeno dei femminicidi che è sintomatico di quanto il potere e il possesso abbiano pervaso perfino la sfera sentimentale della vita, il diffondersi dei casi di suicidio tra i giovani, risultato di una cultura individualista che non riesce ad affrontare la delusione e il dolore.
Sono solo alcuni degli elementi che ci permettono di affermare che nel tempo presente viviamo sempre di più il malessere, la fragilità e la difficoltà di progettare il futuro.
Occorre cimentarsi in un lavoro di tessitura paziente e comunitario; la crescente povertà economico – finanziaria, l’esclusione sociale e l’indebolimento dell’etica ci rendono responsabili del compito d’intessere una rete solidale e comunitaria capace di avviare la rigenerazione sociale attraverso la ricostruzione del senso di comunità, la formazione alla cittadinanza attiva ed il rinnovamento della coscienza critica.
Nella sua etimologia la parola sviluppo significa togliere i viluppi ovvero i lacci stringenti, indica un potenziamento ed una crescita che nel panorama contemporaneo rischia di non prendere in considerazione che il primo bisogno della persona che è quello di vivere in maniera armonica la sua dimensione socio – relazionale.
Troppo spesso in favore della crescita economica e del potenziamento tecnico abbiamo sacrificato i legami di fiducia che sostengono le nostre relazioni, cadendo vittime del produttivismo e dell’efficientismo.
La rigenerazione passa dal primato della persona, si fonda sul principio della sussidiarietà e ha per fine il bene comune.
Nel tempo che stiamo abitando cresce l’egolatria, la paura per il futuro e la negazione del noi in favore dell’individualismo.
Abitare le aree interne non è una scelta facile e la prima grande sfida da affrontare è quella di evitare la frustrazione e il senso di impotenza davanti ai tentativi di superare problemi storici quali l’isolamento, la rassegnazione e l’adattamento, ne consegue, dunque, che la decisione di restare deve essere accompagnata da uno stile di vita fondato sulla comunione, non adattandosi alla cultura di massa ma impegnandosi per il bene comune.
La rigenerazione richiede d’imparare a fidarsi gli uni degli altri, di condividere progetti e di prenderci cura vicendevolmente creando le condizioni per una rinascita from below, dal basso.
Nella luna e i falò, nel 1950 Cesare Pavese scrive: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
Le aree interne, quei comuni italiani più periferici in termini di accesso ai servizi essenziali (salute, istruzione, mobilità) in cui sussiste una storica marginalità economica e sociale, lo spopolamento del territorio e l’invecchiamento demografico, si meritano uno sguardo diverso, capace di cogliere la ricchezza che viene da una vita centrata sulle relazioni più che sui consumi.
Davanti a queste difficoltà oggettive è necessario investire nella rigenerazione umana, in una progettazione strategica a lungo periodo capace di avviare un cambio di passo centrato sulla coesione sociale, nell'inclusione e nella solidarietà.
Questo richiede un superamento degli stereotipi e dei pregiudizi per riconoscere la bellezza, le risorse e le energie che i piccoli centri riescono ad esprimere.
Questa rigenerazione ha bisogno innanzitutto di un esercizio di fiducia che si fonda sul primato della persona e della comunità il cui valore è intrinseco ad ogni uomo, necessita di parole nuove che superino la narrazione fatalistica dei luoghi comuni e dell’assunzione di responsabilità condivise che superino la tendenza individualista.




