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Home page>Cronaca>Uomini dello Stato vitti...

Uomini dello Stato vittime della ’ndrangheta, pagarono con la vita la lotta alla mafia: ecco chi sono

Ecco chi sono i 14 eroi che caddero nello scontro contro la 'ndrangheta in Calabria e fuori dalla nostra regione. Militari e magistrati che hanno pagato con la loro vita l'attaccamento agli ideali Repubblicani e democratici. Stasera nuova puntata di Mammasantissima "Donne e sangue"

Redazione
28 febbraio 202315:32
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Uomini dello Stato vittime della ’ndrangheta, pagarono con la vita la lotta alla mafia: ecco chi sono

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Stava bevendo un caffè nella piazza del paese dove prestava servizio, a Delianuova nel Reggino, quando il fratello di due ‘ndranghetisti che aveva arrestato all’inizio dell’anno lo uccise per vendetta. Così venne assassinato l’1 settembre del 1951 il maresciallo Antonio Sangeniti, nato 41 anni prima a Petrizzi, in provincia di Catanzaro. A ucciderli Angelo Macrì, fratello dei Rocco e Giuseppe, finiti in carcere nei primi mesi del 1951, e di Gianni ucciso nel corso di un conflitto a fuoco con i carabinieri. Macrì sparò contro Sangeniti 4 colpi con una Beretta calibro 9 colpendolo al torace. Alcuni presenti tentarono di soccorrerlo, ma per il graduato dell’Arma non ci fu più niente da fare. Morì poco dopo. Il giorno dell'omicidio Antonio Sangeniti si trovava in licenza.

Francesco Ferlaino

Francesco Ferlaino viene ucciso il 3 luglio 1975, divenendo il primo magistrato ammazzato dalla ’ndrangheta. Aveva sessantuno anni. L’agguato venne compiuto a Nicastro, frazione di Lamezia Terme, quando si trovava in auto a pochi minuti da casa. Ad ucciderlo alcuni sicari a colpi di fucile. Killer che dopo 48 anni sono ancora senza nome. Ferlaino aveva lasciato il tribunale di Catanzaro dove lavora per raggiungere la sua abitazione a bordo della Fiat 124 di servizio guidata dall’appuntato dei carabinieri Felice Caruso. Il magistrato, sceso dall’auto verso le 13:30 e a pochi metri dal palazzo nel quale abitava e nel quale lo stavano aspettando per pranzare i suoi cinque figli, in corso Nicotera, da un’Alfa di colore il killer scarica due colpi di lupara alla schiena del magistrato e lo uccide. 

Vincenzo Caruso e Stefano Condello

Stefano Condello e Vincenzo Caruso sono stati uccisi nel conflitto a fuoco seguito alla scoperta di un summit di mafia in contrada Razzà, a Taurianova, nel Reggino. I due carabinieri sono morti dopo aver sventato un summit dei clan che si stava tenendo in una zona agricola della piana di Gioia Tauro. Era l’1 aprile del 1977: tre militari del Nucleo radiomobile della compagnia di Taurianova, durante il giro di controllo scorgono alcune vetture parcheggiate e si insospettiscono perché una di quelle è intestata a un pregiudicato. Per questo motivo l’appuntato Stefano Condello (47 anni) decide di fermarsi per ispezionare la zona insieme al collega Vincenzo Caruso (27 anni), lasciando Pasquale Giacoppo (24 anni) a controllare l’auto. I due militari capiscono che è in corso un summit di ‘ndrangheta. I due uomini dell’arma vengono raggiunti da una pioggia di fuoco. Condello viene ferito alle spalle mentre Caruso, dopo aver ucciso due aggressori, viene ammazzato. 

Bruno Caccia

Bruno Caccia è il magistrato che fu assassinato a Torino da un commando sotto la sua abitazione. All'epoca era a capo della procura cittadina ed era conosciuto per la determinazione e l'intransigenza con cui svolgeva il proprio lavoro. La Cassazione ha avvalorato le conclusioni degli inquirenti, secondo i quali il delitto portava la firma della criminalità organizzata. Già nel 1992 era stato condannato in via definitiva al carcere a vita un presunto boss, Domenico Belfiore di Gioiosa Jonica, in qualità di mandante. Rocco Schirripa fu arrestato nel 2015. Per lui l'ergastolo è diventato irrevocabile nel 2020. Domenica 26 giugno 1983 Bruno Caccia aveva, come era solito fare, deciso di concedere un giorno di riposo alla propria scorta. Intorno alle 23.30, mentre portava a passeggio il proprio cane era stato affiancato da una macchina (una Fiat 128 di colore verde) con almeno due uomini a bordo. Muore dopo essere stato raggiunto da 14 colpi, alcuni esplosi a distanza ravvicinata. Soltanto un mese prima dell’omicidio aveva revocato la domanda per il posto di Procuratore Generale di Torino. Dopo le dichiarazioni di Schirripa, la procura generale di Torino nel luglio dello scorso anno ha deciso di riaprire le indagini.

Carmine Tripodi

Il brigadiere dei carabinieri Carmine Tripodi è stato ucciso dalla ‘ndrangheta a San Luca nel febbraio del 1985 a soli 25 anni.  Il militare stava rientrando a casa ed era in macchina lungo la provinciale che da San Luca lo avrebbe condotto alla zona marina del paese della Locride. La sua auto fu bloccata da un commando che gli sbarrò la strada e sparò contro. Anche se ferito, riuscì a reagire estraendo la pistola d’ordinanza e ferendo uno dei sicari. In poco tempo vennero individuati ed arrestati i suoi presunti assassini, tutti appartenenti alle locali cosche, ma nei processi che si svolgeranno negli anni seguenti verranno tutti assolti e quel delitto rimane ancora oggi irrisolto. Fortemente impegnato ad arginare l’ondata dei sequestri di persona sui crinali dell’Aspromonte negli anni ’80, riuscì ad assicurare alla giustizia diversi esponenti delle più note famiglie di ndrangheta coinvolte.

Sergio Cosmai

Sergio Cosmai, nato a Bisceglie il 10 gennaio 1949, fu ucciso a Cosenza il 13 marzo 1985. Ammazzato dalla ‘ndrangheta mentre ricopriva il ruolo di direttore del carcere di Cosenza. Nelle prime ore del pomeriggio del 12 marzo 1985, Cosmai lasciò l’auto di servizio nel carcere di via Popilia dove risiedeva con la famiglia e si mise alla guida della sua Fiat Cinquecento gialla sulla statale 19 per andare a prendere la figlia a scuola. Nel tratto di strada che collega Cosenza a Roges di Rende venne raggiunto da undici colpi di calibro 38 sparati da due killer a bordo di una Golf; colpito alla testa, il direttore Cosmai perse il controllo dell’autovettura, uscendo fuori strada. Infine, venne raggiunto da altri colpi di arma da fuoco da uno dei due killer, sceso nel frattempo dall'auto. A nulla valsero i soccorsi e il trasporto in ambulanza. Cosmai morì per le gravi ferite il giorno seguente all'agguato, lasciando la moglie Tiziana, la figlia Rossella e il figlio Sergio, nato un mese dopo la sua morte.

Filippo Salsone

Filippo Salsone era in servizio nella casa circondariale di Reggio Calabria anche era stato inviato temporaneamente in servizio di missione al carcere di Napoli Poggioreale. Di ritorno a Brancaleone per trascorrervi alcuni giorni di congedo ordinario, il 7 febbraio 1986 alle 20,30, in compagnia della moglie e del figlio, stava facendo ritorno a casa con la propria autovettura. In prossimità dell’abitazione l’auto è diventato il bersaglio di una scarica di colpi di arma da fuoco che uccidono Filippo Salsone e feriscono gravemente il figlio. I colpi sono sparati con una lupara e una pistola. Il maresciallo Salsone aveva prestato servizio precedentemente in altri istituti penitenziari della Calabria, tra cui Cosenza, nel periodo in cui la mafia aveva ucciso il direttore Sergio Cosmai. Nel corso delle successive indagini è emerso il chiaro stampo mafioso dell’omicidio. Salsone riconosciuto dal ministero dell’Interno Vittima del dovere, il 12 maggio 2010 il maresciallo della penitenziaria è stato insignito di medaglia d’oro al merito civile alla memoria. A Filippo Salsone è intitolata la casa Circondariale di Palmi.

Rosario Iozia

Il vicebrigadiere Rosario Iozia è stato ucciso a Cittanova nell’aprile 1987. Era giunto alla stazione di San Giorgio Morgeto il 3 giugno 1985 e il 27 agosto successivo, appena venticinquenne, era stato trasferito alla guida della squadriglia di Cittanova. Nonostante la sua giovane età, si distinse da subito per la serietà, l’equilibrio e la correttezza del suo operato. Iozia, intorno alle ore 19 del 10 aprile 1987, mentre percorreva località Petrara del Comune di Cittanova diretto a Polistena, all’uscita di una curva notò alcuni individui che attraversavano un uliveto armati di fucili a canne mozze. Il militare arrestò l’auto e si mise a inseguirli. Questi non esitarono a sparargli contro due colpi di lupara uccidendolo. 

Pietro Ragno

È l’una di sabato notte del 10 luglio 1988, un’Alfetta del Nucleo radiomobile di della compagnia carabinieri di Gioia Tauro stava rientrando verso il comando. Allo svincolo dell’autostrada rallenta per imboccare la curva quando si scatena una tempesta di fuoco. Sparano più di venti colpi contro la gazzella da dietro i cespugli, dove un commando si era appostato. All’interno dell’auto ci sono due carabinieri: Pietro Ragno alla guida, sposato e papà di una bambina di quasi un anno, riesce a sfilare la pistola dalla fondina, ma muore prima di poterla usare. Il capo equipaggio, seduto a fianco, l’appuntato Giuseppe Spera, 32 anni di San Cipriano Picentino provincia di Salerno, anche lui sposato e padre di due figli, viene colpito ad una gamba, alle spalle e, per fortuna, di striscio alla testa. I killer, pare fossero in tre tutti armati di fucile automatico, sparano con fucili caricati a pallettoni contro il parabrezza, il fianco, il dietro della macchina dei carabinieri. 

Antonino Marino

Il brigadiere Antonino Marino aveva 33 anni quando venne ucciso a Bovalino. La sera del 9 settembre 1990 la festa si trasforma in tragedia. Marino, vestito in borghese, e la sua famiglia sono stati sorpresi in un momento di relax. Lui era seduto a godersi un po’ di fresco davanti alle montagne di Bovalino Superiore per la festa della Madonna. Intorno, moglie, figlio, amici e conoscenti per guardare i fuochi d'artificio, il via ufficiale dei festeggiamenti. Poco dopo la mezzanotte di un sabato il killer è piombato all'improvviso e, approfittando della baraonda, ha iniziato a sparare, dileguandosi poi nel buio. Marino fu colpito al torace ed allo stomaco, ferite letali che lo portarono alla morte, nonostante i medici dell’ospedale di Locri operarono per ore cercando di salvargli la vita. Nell’agguato rimasero feriti anche la moglie incinta, Rosetta Vittoria Dama e di striscio il figlio di 1 anno. Quel bambino oggi è un uomo, si chiama Francesco e, sulle orme del padre, è diventato ufficiale nell’Arma dei carabinieri.

Antonino Scopelliti

Il giudice Antonino Scopelliti è stato ucciso in un agguato il 9 agosto del 1991 in località Campo Piale a Campo Calabro, vicino Villa San Giovanni, dove il magistrato tornava ogni anno per trascorrervi le vacanze estive. Scopelliti era nato il 20 gennaio 1935, era sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Senza scorta, metodico nei suoi movimenti, Scopelliti ucciso mentre, a bordo della sua automobile rientrava in paese dopo avere trascorso la giornata al mare. Gli assassini, almeno due persone a bordo di una moto, appostati lungo la strada, sparano con fucili calibro 12 caricati a pallettoni. La morte del magistrato, colpito alla testa ed al torace, è istantanea. Secondo i pentiti della 'ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca sarebbe stata la cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla 'ndrangheta di uccidere Scopelliti, che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra. Cosa nostra, in cambio del favore ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la guerra di mafia che stava insanguinando Reggio Calabria. Dopo una serie di processi, killer e mandanti del suo omicidio rimangono senza nome. 

Renato Lio

Il 20 agosto 1991 l’appuntato dei carabinieri Renato Lio viene ucciso a Soverato mentre si trova in servizio con un collega. Intorno alle 2.30 la pattuglia del nucleo radiomobile composta dagli appuntati Lio e Francesco Baita ferma per un controllo un’automobile con tre persone a bordo che procedeva ad alta velocità. Mentre Baita controllava via radio i documenti dei tre uomini Lia era intento a perquisire l’automobile. Massimiliano Sestito, che guidata la macchina, spinse il carabiniere e prendendo una pistola nascosta sotto al sedile fece fuoco per tre volte uccidendo Renato Lio dandosi poi alla fuga. Gli altri due occupanti dell’auto, i cugini Grattà, che in quel momento erano in strada, si consegnarono dimostrando di essere estranei ai fatti. Sestito fu arrestato il 4 luglio del 1992 da latitante e successivamente condannato a 30 anni di carcere. 

Salvatore Aversa

Quel quattro gennaio del 1992 il corso di Lamezia Terme era affollato come sempre. La consuetudine del passeggio andava a braccetto con la corsa per i regali dell’Epifania. Anche il sovrintendente di polizia Salvatore Aversa e la moglie Lucia Precenzano avevano appena fatto incetta di doni per i nipotini ed erano stati a trovare una coppia di amici. Stavano rincasando a casa quando vennero uccisi con 15 colpi calibro 9, mentre stavano salendo in auto. I carabinieri giunti sul posto dopo avere ricevuto una telefonata trovarono la Peugeot 205 con la portiera anteriore aperta e all’interno riverso con la testa sul volante il corpo senza vita di Aversa. Dall’altro lato dell’auto, agonizzante sull’asfalto, la moglie che sarebbe morta durante il trasporto in ospedale. Il duplice omicidio dei coniugi Aversa è ancora una ferita aperta per Lamezia. Bisognerà aspettare il 2000 perché due collaboratori di giustizia della Sacra corona unita pugliese, Stefano Speciale e Salvatore Chirico, confessino di essere i killer per conto di Antonio Giorgi, presunto esponente dell’omonimo clan di San Luca, dietro la promessa dell’annullamento di un debito per droga. A tirare le fila di tutti i burattini sarebbe stato il boss Francesco Giampà poi condannato.

Antonino Fava e Vincenzo Garofalo

Il 18 gennaio del 1994, in un'Alfa 75 del Nucleo radiomobile di Palmi, giacevano i corpi senza vita degli appuntati Antonino Fava, 36 anni di Taurianova e padre di tre figli, e Vincenzo Garofalo, 31 anni di Scicli (Ragusa) e due figli, coperti da un lenzuolo bianco steso da una mano pietosa. Attorno all’automezzo, decine di loro colleghi, in divisa e in borghese, magistrati, prefetto, questore e uomini dei servizi, cercavano di dare una prima interpretazione, una traccia di lavoro, dinanzi a quell’agguato eseguito con freddezza, con tecnica terroristica a colpi d'arma da fuoco. Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, poco prima delle 200, erano partiti dal carcere di Palmi per ispezionare la corsia sud dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, fino a Villa San Giovanni, per garantire la sicurezza di un gruppo di magistrati di Messina giunti a Palmi per interrogare il pentito Luigi Sparacio. Fava e Garofalo, non appena si immettono sull’autostrada, si accorgono di essere seguiti da un’autovettura – una Fiat Regata, si scoprirà dopo – e lo comunicano ai loro colleghi in centrale. La Regata procede quasi attaccata all’Alfa 75 dei carabinieri, con gli abbaglianti accesi. Non c’è più il tempo di una seconda segnalazione in centrale: la berlina affianca la vettura del Nucleo radiomobile e si scatena l’inferno. Contro Antonino Fava e Vincenzo Garofalo verranno esplosi decine di colpi di fucile caricato a pallettoni e raffiche di mitra. Con il passare dei mesi, l’attacco contro i carabinieri assume i contorni di un ben più vasto disegno criminale che porterà lontano, fino ai nostri giorni, con le inchieste sulle stragi di Cosa nostra e di ‘Ndrangheta stragista. Un disegno terroristico avvalorato dai giudici di Reggio Calabria, che condanneranno all’ergastolo in primo grado il boss di Cosa nostra Giuseppe Graviano e il capo ‘ndrangheta di Melicucco (Reggio Calabria), Rocco Santo Filippone, quali mandanti del duplice omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo, «frutto della visione comune di Cosa nostra e ‘Ndrangheta, che avevano tentato di coinvolgere anche la camorra. Tre efferati attacchi per unico disegno eversivo».

Ecco chi sono i 14 eroi che caddero nello scontro contro la 'ndrangheta in Calabria e fuori dalla nostra regione. Militari e magistrati che hanno pagato con la loro vita l'attaccamento agli ideali Repubblicani e democratici. Stasera nuova puntata di Mammasantissima "Donne e sangue"
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20 aprile 2026
Ore 10:57
Pericolo sicurezza per il Grande Albergo delle Fate: chiesto un tavolo in Prefettura
Malamovida

Bevande alcoliche ai minori: controlli e multe sull’arenile del Soveratese

Dopo i fatti di Crans-Montanà si accentua la stretta di Polizia e Carabinieri di Catanzaro: nel mirino barman e titolari di due locali

Redazione
20 aprile 2026
Ore 10:43
Bevande alcoliche ai minori: controlli e multe sull’arenile del Soveratese
Questura

Disordini prima di Cesena-Catanzaro: ‘daspo’ a carico di 34 ultras giallorossi

Il questore di Forlì-Cesena ha firmato i provvedimenti dopo che le indagini hanno verificato l’azione premeditata dei presunti responsabili

Redazione
20 aprile 2026
Ore 10:28
Disordini prima di Cesena-Catanzaro: ‘daspo’ a carico di 34 ultras giallorossi
Specie aliena

Pizzo, nuova Caravella portoghese ma stavolta è viva: il VIDEO di un pescatore riaccende i timori sul litorale vibonese

Dopo i ritrovamenti delle scorse settimane, la pericolosa “medusa” viene osservata galleggiare sotto costa. Sono in tutto sei gli avvistamenti registrati in due mesi nel Golfo di Sant’Eufemia, quattro dei quali nel Vibonese. Le autorità raccomandano cautela: «Non toccatela e segnalate»
E.D.G.
20 aprile 2026
Ore 04:15
Pizzo, nuova Caravella portoghese ma stavolta è viva: il VIDEO di un pescatore riaccende i timori sul litorale vibonese
Sentenza Bis

L’ex cardiologo del Gemelli al servizio dei Grande Aracri, la Cassazione respinge il ricorso straordinario

Il medico Sestito dovrà continuare a scontare la pena in carcere. Era il terminale economico della cosca di Cutro. Previsto il risarcimento per l’imprenditore Notarianni
Alessia Truzzolillo
19 aprile 2026
Ore 17:33
L’ex cardiologo del Gemelli al servizio dei Grande Aracri, la Cassazione respinge il ricorso straordinario\n
Operazione Conflitto

Le donne del clan Loielo nella faida di 30 anni: tra lavatrici per cancellare le tracce e occultamento delle armi

Il ruolo della madre e della moglie di Rinaldo Loielo delineato nell’ultima inchiesta della Dda che prova a far luce anche sui contatti con il boss Pantaleone Mancuso. Il giubbino lavato per eludere lo Stub dopo una sparatoria e le intercettazioni dentro la casa del defunto boss Pino Loielo
Giuseppe Baglivo
19 aprile 2026
Ore 16:43
Le donne del clan Loielo nella faida di 30 anni: tra lavatrici per cancellare le tracce e occultamento delle armi\n
‘Ndrangheta a Cosenza

Processo Reset, il Riesame dispone il ritorno in carcere di Massimo D’Ambrosio dopo i domiciliari

Il Tribunale di Catanzaro riforma l’ordinanza del Tribunale di Cosenza e accoglie l’appello cautelare della Dda ma l’esecuzione rimane sospesa in attesa della Cassazione. Rigettate invece tre richieste di custodia
Antonio Alizzi
19 aprile 2026
Ore 12:30
Processo Reset,\u00A0il Riesame dispone il ritorno in carcere di Massimo D’Ambrosio dopo i domiciliari\n
La vicinanza

Volti di minorenni su corpi nudi, denuncia anche la Virtus Rosarno: «Uno “schiaffo morale” che dobbiamo restituire uniti»

La comunità rosarnese è scossa dalla grave diffusione di questi deepfake. La condanna arriva anche dalla società calcistica locale: «Un gesto che travalica i confini della sana razionalità. Siamo vicini alle ragazze coinvolte»
Vincenzo Primerano
19 aprile 2026
Ore 11:30
Volti di minorenni su corpi nudi, denuncia anche la Virtus Rosarno: «Uno “schiaffo morale”\u00A0che dobbiamo restituire uniti»\n
Sotto choc

Incendio a un lido di Marina di Sibari, Iacobini: «Vicini a titolari e lavoratori»

Il sindaco di Cassano All’Ionio interviene dopo il rogo che ha colpito il Lido Storie di Mare e affida alle indagini l’accertamento delle cause
Matteo Lauria
19 aprile 2026
Ore 08:33
Incendio a un lido di Marina di Sibari, Iacobini: «Vicini a titolari e lavoratori»\n
Indagini in corso

Cassano All’Ionio, fiamme nella notte a Marina di Sibari: distrutto noto stabilimento balneare

Il rogo ha colpito la struttura di “Storie di Mare”, compromettendo bar, ristorante e servizi. Sul posto vigili del fuoco e carabinieri, accertamenti in corso sull’origine dell’incendio. Il sindaco Iacobini: «Episodio che scuote la comunità»
Redazione Cronaca
19 aprile 2026
Ore 08:12
Cassano All’Ionio, fiamme nella notte a Marina di Sibari: distrutto noto stabilimento balneare\n
Il dramma

Cesareo d’urgenza nella notte per la donna coinvolta nell’incidente sulla 107: la neonata lotta tra la vita e la morte

Disperato tentativo dei medici di salvare la piccola ora ricoverata in terapia intensiva. Nello schianto avvenuto nella galleria Fiego hanno perso la vita il 19enne Luca Oliva  e Mariano Moretti (46 anni)
Redazione Cronaca
19 aprile 2026
Ore 05:15
Cesareo d’urgenza nella notte per la donna coinvolta nell’incidente sulla 107: la neonata lotta tra la vita e la morte\n
L’emergenza

La Caravella portoghese fa paura, tre ritrovamenti sul litorale vibonese: «Ora cartelli sulle spiagge e tanta attenzione»

Dopo Pizzo e Bivona, un nuovo ritrovamento a Vibo Marina conferma la presenza occasionale ma insidiosa della pericolosa “medusa” sulle coste calabresi
Pino Paolillo*
19 aprile 2026
Ore 04:15
La Caravella portoghese fa paura, tre ritrovamenti sul litorale vibonese: «Ora cartelli sulle spiagge e tanta attenzione»\n
Deepfake

Rosarno, sui social volti di ragazze minorenni su corpi nudi. Il parroco don Larocca: «Nessuno tolga la dignità»

Il grave episodio ha scosso la comunità. Profondo sgomento e ferma condanna anche da parte dell'amministrazione comunale, che informa di essersi già attivata attraverso i servizi sociali: «Inaccettabile violenza»
Giuseppe Mancini
18 aprile 2026
Ore 17:28
Rosarno,\u00A0sui social volti di ragazze minorenni su corpi nudi. Il parroco don Larocca: «Nessuno tolga la dignità»\n
Affari sporchi

“Azzardomafie”, la Calabria brucia 6 miliardi all’anno in uno dei business preferiti dalla ’ndrangheta

Cifra in crescita del 7% rispetto al 2024. La provincia di Cosenza maglia nera con 2 miliardi e 164 milioni. Libera: «Tra il 2010 e il 2024 sono 39 i clan censiti che hanno operato in attività di business sia illegali che legali, con “affari” anche in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Lazio»
Redazione Cronaca
18 aprile 2026
Ore 15:52
“Azzardomafie”, la Calabria brucia 6 miliardi all’anno in uno dei business preferiti dalla ’ndrangheta\n
Inchiesta Risiko

Frank Albanese, il boss in crisi che voleva tornare in Calabria e la “nuova” rete della ’ndrangheta negli Stati Uniti

Tra costi di vita insostenibili negli Usa («non si arriva a fine mese») e il richiamo della casa madre di Siderno, il presunto referente dei clan nel Nord America valuta il ritorno. Le informative ricostruiscono anche la presenza delle cosche tra Boston e Providence: «Ci sono gioiosani e sidernesi»
Pablo Petrasso
18 aprile 2026
Ore 14:04
Frank Albanese, il boss in crisi che voleva tornare in Calabria e la “nuova”\u00A0rete della ’ndrangheta negli Stati Uniti\n
Bilancio tragico

Terribile scontro tra due auto sulla statale 107: due morti e un ferito nell’incidente a San Fili 

Le vittime sono un 19enne e un 46enne, entrambi di Marano Marchesato. Impatto nella galleria Fiego nella tarda serata di venerdì. Il traffico è rimasto bloccato in entrambe le direzioni
Redazione Cronaca
18 aprile 2026
Ore 05:32
Terribile scontro tra due auto\u00A0sulla statale 107: due morti e un ferito nell’incidente a San Fili\u00A0\n
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