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Home page>Cronaca>Uomini dello Stato vitti...

Uomini dello Stato vittime della ’ndrangheta, pagarono con la vita la lotta alla mafia: ecco chi sono

Ecco chi sono i 14 eroi che caddero nello scontro contro la 'ndrangheta in Calabria e fuori dalla nostra regione. Militari e magistrati che hanno pagato con la loro vita l'attaccamento agli ideali Repubblicani e democratici. Stasera nuova puntata di Mammasantissima "Donne e sangue"

Redazione
28 febbraio 202315:32
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Uomini dello Stato vittime della ’ndrangheta, pagarono con la vita la lotta alla mafia: ecco chi sono

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Stava bevendo un caffè nella piazza del paese dove prestava servizio, a Delianuova nel Reggino, quando il fratello di due ‘ndranghetisti che aveva arrestato all’inizio dell’anno lo uccise per vendetta. Così venne assassinato l’1 settembre del 1951 il maresciallo Antonio Sangeniti, nato 41 anni prima a Petrizzi, in provincia di Catanzaro. A ucciderli Angelo Macrì, fratello dei Rocco e Giuseppe, finiti in carcere nei primi mesi del 1951, e di Gianni ucciso nel corso di un conflitto a fuoco con i carabinieri. Macrì sparò contro Sangeniti 4 colpi con una Beretta calibro 9 colpendolo al torace. Alcuni presenti tentarono di soccorrerlo, ma per il graduato dell’Arma non ci fu più niente da fare. Morì poco dopo. Il giorno dell'omicidio Antonio Sangeniti si trovava in licenza.

Francesco Ferlaino

Francesco Ferlaino viene ucciso il 3 luglio 1975, divenendo il primo magistrato ammazzato dalla ’ndrangheta. Aveva sessantuno anni. L’agguato venne compiuto a Nicastro, frazione di Lamezia Terme, quando si trovava in auto a pochi minuti da casa. Ad ucciderlo alcuni sicari a colpi di fucile. Killer che dopo 48 anni sono ancora senza nome. Ferlaino aveva lasciato il tribunale di Catanzaro dove lavora per raggiungere la sua abitazione a bordo della Fiat 124 di servizio guidata dall’appuntato dei carabinieri Felice Caruso. Il magistrato, sceso dall’auto verso le 13:30 e a pochi metri dal palazzo nel quale abitava e nel quale lo stavano aspettando per pranzare i suoi cinque figli, in corso Nicotera, da un’Alfa di colore il killer scarica due colpi di lupara alla schiena del magistrato e lo uccide. 

Vincenzo Caruso e Stefano Condello

Stefano Condello e Vincenzo Caruso sono stati uccisi nel conflitto a fuoco seguito alla scoperta di un summit di mafia in contrada Razzà, a Taurianova, nel Reggino. I due carabinieri sono morti dopo aver sventato un summit dei clan che si stava tenendo in una zona agricola della piana di Gioia Tauro. Era l’1 aprile del 1977: tre militari del Nucleo radiomobile della compagnia di Taurianova, durante il giro di controllo scorgono alcune vetture parcheggiate e si insospettiscono perché una di quelle è intestata a un pregiudicato. Per questo motivo l’appuntato Stefano Condello (47 anni) decide di fermarsi per ispezionare la zona insieme al collega Vincenzo Caruso (27 anni), lasciando Pasquale Giacoppo (24 anni) a controllare l’auto. I due militari capiscono che è in corso un summit di ‘ndrangheta. I due uomini dell’arma vengono raggiunti da una pioggia di fuoco. Condello viene ferito alle spalle mentre Caruso, dopo aver ucciso due aggressori, viene ammazzato. 

Bruno Caccia

Bruno Caccia è il magistrato che fu assassinato a Torino da un commando sotto la sua abitazione. All'epoca era a capo della procura cittadina ed era conosciuto per la determinazione e l'intransigenza con cui svolgeva il proprio lavoro. La Cassazione ha avvalorato le conclusioni degli inquirenti, secondo i quali il delitto portava la firma della criminalità organizzata. Già nel 1992 era stato condannato in via definitiva al carcere a vita un presunto boss, Domenico Belfiore di Gioiosa Jonica, in qualità di mandante. Rocco Schirripa fu arrestato nel 2015. Per lui l'ergastolo è diventato irrevocabile nel 2020. Domenica 26 giugno 1983 Bruno Caccia aveva, come era solito fare, deciso di concedere un giorno di riposo alla propria scorta. Intorno alle 23.30, mentre portava a passeggio il proprio cane era stato affiancato da una macchina (una Fiat 128 di colore verde) con almeno due uomini a bordo. Muore dopo essere stato raggiunto da 14 colpi, alcuni esplosi a distanza ravvicinata. Soltanto un mese prima dell’omicidio aveva revocato la domanda per il posto di Procuratore Generale di Torino. Dopo le dichiarazioni di Schirripa, la procura generale di Torino nel luglio dello scorso anno ha deciso di riaprire le indagini.

Carmine Tripodi

Il brigadiere dei carabinieri Carmine Tripodi è stato ucciso dalla ‘ndrangheta a San Luca nel febbraio del 1985 a soli 25 anni.  Il militare stava rientrando a casa ed era in macchina lungo la provinciale che da San Luca lo avrebbe condotto alla zona marina del paese della Locride. La sua auto fu bloccata da un commando che gli sbarrò la strada e sparò contro. Anche se ferito, riuscì a reagire estraendo la pistola d’ordinanza e ferendo uno dei sicari. In poco tempo vennero individuati ed arrestati i suoi presunti assassini, tutti appartenenti alle locali cosche, ma nei processi che si svolgeranno negli anni seguenti verranno tutti assolti e quel delitto rimane ancora oggi irrisolto. Fortemente impegnato ad arginare l’ondata dei sequestri di persona sui crinali dell’Aspromonte negli anni ’80, riuscì ad assicurare alla giustizia diversi esponenti delle più note famiglie di ndrangheta coinvolte.

Sergio Cosmai

Sergio Cosmai, nato a Bisceglie il 10 gennaio 1949, fu ucciso a Cosenza il 13 marzo 1985. Ammazzato dalla ‘ndrangheta mentre ricopriva il ruolo di direttore del carcere di Cosenza. Nelle prime ore del pomeriggio del 12 marzo 1985, Cosmai lasciò l’auto di servizio nel carcere di via Popilia dove risiedeva con la famiglia e si mise alla guida della sua Fiat Cinquecento gialla sulla statale 19 per andare a prendere la figlia a scuola. Nel tratto di strada che collega Cosenza a Roges di Rende venne raggiunto da undici colpi di calibro 38 sparati da due killer a bordo di una Golf; colpito alla testa, il direttore Cosmai perse il controllo dell’autovettura, uscendo fuori strada. Infine, venne raggiunto da altri colpi di arma da fuoco da uno dei due killer, sceso nel frattempo dall'auto. A nulla valsero i soccorsi e il trasporto in ambulanza. Cosmai morì per le gravi ferite il giorno seguente all'agguato, lasciando la moglie Tiziana, la figlia Rossella e il figlio Sergio, nato un mese dopo la sua morte.

Filippo Salsone

Filippo Salsone era in servizio nella casa circondariale di Reggio Calabria anche era stato inviato temporaneamente in servizio di missione al carcere di Napoli Poggioreale. Di ritorno a Brancaleone per trascorrervi alcuni giorni di congedo ordinario, il 7 febbraio 1986 alle 20,30, in compagnia della moglie e del figlio, stava facendo ritorno a casa con la propria autovettura. In prossimità dell’abitazione l’auto è diventato il bersaglio di una scarica di colpi di arma da fuoco che uccidono Filippo Salsone e feriscono gravemente il figlio. I colpi sono sparati con una lupara e una pistola. Il maresciallo Salsone aveva prestato servizio precedentemente in altri istituti penitenziari della Calabria, tra cui Cosenza, nel periodo in cui la mafia aveva ucciso il direttore Sergio Cosmai. Nel corso delle successive indagini è emerso il chiaro stampo mafioso dell’omicidio. Salsone riconosciuto dal ministero dell’Interno Vittima del dovere, il 12 maggio 2010 il maresciallo della penitenziaria è stato insignito di medaglia d’oro al merito civile alla memoria. A Filippo Salsone è intitolata la casa Circondariale di Palmi.

Rosario Iozia

Il vicebrigadiere Rosario Iozia è stato ucciso a Cittanova nell’aprile 1987. Era giunto alla stazione di San Giorgio Morgeto il 3 giugno 1985 e il 27 agosto successivo, appena venticinquenne, era stato trasferito alla guida della squadriglia di Cittanova. Nonostante la sua giovane età, si distinse da subito per la serietà, l’equilibrio e la correttezza del suo operato. Iozia, intorno alle ore 19 del 10 aprile 1987, mentre percorreva località Petrara del Comune di Cittanova diretto a Polistena, all’uscita di una curva notò alcuni individui che attraversavano un uliveto armati di fucili a canne mozze. Il militare arrestò l’auto e si mise a inseguirli. Questi non esitarono a sparargli contro due colpi di lupara uccidendolo. 

Pietro Ragno

È l’una di sabato notte del 10 luglio 1988, un’Alfetta del Nucleo radiomobile di della compagnia carabinieri di Gioia Tauro stava rientrando verso il comando. Allo svincolo dell’autostrada rallenta per imboccare la curva quando si scatena una tempesta di fuoco. Sparano più di venti colpi contro la gazzella da dietro i cespugli, dove un commando si era appostato. All’interno dell’auto ci sono due carabinieri: Pietro Ragno alla guida, sposato e papà di una bambina di quasi un anno, riesce a sfilare la pistola dalla fondina, ma muore prima di poterla usare. Il capo equipaggio, seduto a fianco, l’appuntato Giuseppe Spera, 32 anni di San Cipriano Picentino provincia di Salerno, anche lui sposato e padre di due figli, viene colpito ad una gamba, alle spalle e, per fortuna, di striscio alla testa. I killer, pare fossero in tre tutti armati di fucile automatico, sparano con fucili caricati a pallettoni contro il parabrezza, il fianco, il dietro della macchina dei carabinieri. 

Antonino Marino

Il brigadiere Antonino Marino aveva 33 anni quando venne ucciso a Bovalino. La sera del 9 settembre 1990 la festa si trasforma in tragedia. Marino, vestito in borghese, e la sua famiglia sono stati sorpresi in un momento di relax. Lui era seduto a godersi un po’ di fresco davanti alle montagne di Bovalino Superiore per la festa della Madonna. Intorno, moglie, figlio, amici e conoscenti per guardare i fuochi d'artificio, il via ufficiale dei festeggiamenti. Poco dopo la mezzanotte di un sabato il killer è piombato all'improvviso e, approfittando della baraonda, ha iniziato a sparare, dileguandosi poi nel buio. Marino fu colpito al torace ed allo stomaco, ferite letali che lo portarono alla morte, nonostante i medici dell’ospedale di Locri operarono per ore cercando di salvargli la vita. Nell’agguato rimasero feriti anche la moglie incinta, Rosetta Vittoria Dama e di striscio il figlio di 1 anno. Quel bambino oggi è un uomo, si chiama Francesco e, sulle orme del padre, è diventato ufficiale nell’Arma dei carabinieri.

Antonino Scopelliti

Il giudice Antonino Scopelliti è stato ucciso in un agguato il 9 agosto del 1991 in località Campo Piale a Campo Calabro, vicino Villa San Giovanni, dove il magistrato tornava ogni anno per trascorrervi le vacanze estive. Scopelliti era nato il 20 gennaio 1935, era sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Senza scorta, metodico nei suoi movimenti, Scopelliti ucciso mentre, a bordo della sua automobile rientrava in paese dopo avere trascorso la giornata al mare. Gli assassini, almeno due persone a bordo di una moto, appostati lungo la strada, sparano con fucili calibro 12 caricati a pallettoni. La morte del magistrato, colpito alla testa ed al torace, è istantanea. Secondo i pentiti della 'ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca sarebbe stata la cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla 'ndrangheta di uccidere Scopelliti, che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra. Cosa nostra, in cambio del favore ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la guerra di mafia che stava insanguinando Reggio Calabria. Dopo una serie di processi, killer e mandanti del suo omicidio rimangono senza nome. 

Renato Lio

Il 20 agosto 1991 l’appuntato dei carabinieri Renato Lio viene ucciso a Soverato mentre si trova in servizio con un collega. Intorno alle 2.30 la pattuglia del nucleo radiomobile composta dagli appuntati Lio e Francesco Baita ferma per un controllo un’automobile con tre persone a bordo che procedeva ad alta velocità. Mentre Baita controllava via radio i documenti dei tre uomini Lia era intento a perquisire l’automobile. Massimiliano Sestito, che guidata la macchina, spinse il carabiniere e prendendo una pistola nascosta sotto al sedile fece fuoco per tre volte uccidendo Renato Lio dandosi poi alla fuga. Gli altri due occupanti dell’auto, i cugini Grattà, che in quel momento erano in strada, si consegnarono dimostrando di essere estranei ai fatti. Sestito fu arrestato il 4 luglio del 1992 da latitante e successivamente condannato a 30 anni di carcere. 

Salvatore Aversa

Quel quattro gennaio del 1992 il corso di Lamezia Terme era affollato come sempre. La consuetudine del passeggio andava a braccetto con la corsa per i regali dell’Epifania. Anche il sovrintendente di polizia Salvatore Aversa e la moglie Lucia Precenzano avevano appena fatto incetta di doni per i nipotini ed erano stati a trovare una coppia di amici. Stavano rincasando a casa quando vennero uccisi con 15 colpi calibro 9, mentre stavano salendo in auto. I carabinieri giunti sul posto dopo avere ricevuto una telefonata trovarono la Peugeot 205 con la portiera anteriore aperta e all’interno riverso con la testa sul volante il corpo senza vita di Aversa. Dall’altro lato dell’auto, agonizzante sull’asfalto, la moglie che sarebbe morta durante il trasporto in ospedale. Il duplice omicidio dei coniugi Aversa è ancora una ferita aperta per Lamezia. Bisognerà aspettare il 2000 perché due collaboratori di giustizia della Sacra corona unita pugliese, Stefano Speciale e Salvatore Chirico, confessino di essere i killer per conto di Antonio Giorgi, presunto esponente dell’omonimo clan di San Luca, dietro la promessa dell’annullamento di un debito per droga. A tirare le fila di tutti i burattini sarebbe stato il boss Francesco Giampà poi condannato.

Antonino Fava e Vincenzo Garofalo

Il 18 gennaio del 1994, in un'Alfa 75 del Nucleo radiomobile di Palmi, giacevano i corpi senza vita degli appuntati Antonino Fava, 36 anni di Taurianova e padre di tre figli, e Vincenzo Garofalo, 31 anni di Scicli (Ragusa) e due figli, coperti da un lenzuolo bianco steso da una mano pietosa. Attorno all’automezzo, decine di loro colleghi, in divisa e in borghese, magistrati, prefetto, questore e uomini dei servizi, cercavano di dare una prima interpretazione, una traccia di lavoro, dinanzi a quell’agguato eseguito con freddezza, con tecnica terroristica a colpi d'arma da fuoco. Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, poco prima delle 200, erano partiti dal carcere di Palmi per ispezionare la corsia sud dell’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, fino a Villa San Giovanni, per garantire la sicurezza di un gruppo di magistrati di Messina giunti a Palmi per interrogare il pentito Luigi Sparacio. Fava e Garofalo, non appena si immettono sull’autostrada, si accorgono di essere seguiti da un’autovettura – una Fiat Regata, si scoprirà dopo – e lo comunicano ai loro colleghi in centrale. La Regata procede quasi attaccata all’Alfa 75 dei carabinieri, con gli abbaglianti accesi. Non c’è più il tempo di una seconda segnalazione in centrale: la berlina affianca la vettura del Nucleo radiomobile e si scatena l’inferno. Contro Antonino Fava e Vincenzo Garofalo verranno esplosi decine di colpi di fucile caricato a pallettoni e raffiche di mitra. Con il passare dei mesi, l’attacco contro i carabinieri assume i contorni di un ben più vasto disegno criminale che porterà lontano, fino ai nostri giorni, con le inchieste sulle stragi di Cosa nostra e di ‘Ndrangheta stragista. Un disegno terroristico avvalorato dai giudici di Reggio Calabria, che condanneranno all’ergastolo in primo grado il boss di Cosa nostra Giuseppe Graviano e il capo ‘ndrangheta di Melicucco (Reggio Calabria), Rocco Santo Filippone, quali mandanti del duplice omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo, «frutto della visione comune di Cosa nostra e ‘Ndrangheta, che avevano tentato di coinvolgere anche la camorra. Tre efferati attacchi per unico disegno eversivo».

Ecco chi sono i 14 eroi che caddero nello scontro contro la 'ndrangheta in Calabria e fuori dalla nostra regione. Militari e magistrati che hanno pagato con la loro vita l'attaccamento agli ideali Repubblicani e democratici. Stasera nuova puntata di Mammasantissima "Donne e sangue"
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Il segretario della Cgil dal corteo nella Sibaritide chiede alle istituzioni interventi decisi contro caporalato e sfruttamento: «Altrimenti sembrerà che chi si batte per i diritti è un cogl...»
Redazione Attualità
6 giugno 2026
Ore 14:44
L’urlo di Landini ad Amendolara: «Nessuna copertura per i criminali che fanno i soldi sulla pelle dei braccianti»\n
Per i diritti

«Mai più»: ad Amendolara la Calabria e il Sud che dicono basta allo sfruttamento e all’indifferenza 

FOTO | Migliaia di persone in corteo dopo l'uccisione dei quattro braccianti. Tra richieste di giustizia e legalità, il corteo denuncia caporalato, lavoro nero e le troppe omissioni di una società civile che spesso si gira dall’altra parte
Salvatore Bruno
6 giugno 2026
Ore 13:57
«Mai più»: ad Amendolara la Calabria e il Sud che dicono\u00A0basta allo sfruttamento e all’indifferenza\u00A0\n
La tragedia

Amendolara custodisce le salme dei quattro braccianti bruciati vivi: cimitero con accessi limitati fino al rimpatrio

Le salme delle vittime, dopo gli accertamenti a Rossano, sono ospitate nella struttura cittadina in attesa dei parenti. Se non reclamati entro dieci giorni, i corpi verranno tumulati nel cimitero jonico
Franco Sangiovanni
6 giugno 2026
Ore 13:39
Amendolara custodisce le salme dei quattro braccianti bruciati vivi: cimitero con accessi limitati fino al rimpatrio\n
La mobilitazione

La Calabria dice No alla nuova schiavitù, Landini: «Possibile battere il caporalato ma serve volontà politica» – LIVE

Il segretario generale della Cgil rilancia uno strumento per verificare il rapporto tra superficie coltivata e numero di lavoratori impiegati. «I controlli si possono fare, serve la volontà politica», afferma dal palco della manifestazione
Salvatore Bruno
6 giugno 2026
Ore 13:04
La Calabria dice No alla nuova schiavitù, Landini: «Possibile battere il caporalato ma serve volontà politica»\u00A0–\u00A0LIVE\n
Spari nella notte

Ancora un’intimidazione a Vibo, colpi di pistola contro le serrande di un centro di fisioterapia

Torna la paura alla periferia della città. Esploso un intero caricatore. Sull’episodio indagano i carabinieri della locale Compagnia
Giuseppe Baglivo
6 giugno 2026
Ore 09:28
Ancora un’intimidazione a Vibo, colpi di pistola contro le serrande di un centro di fisioterapia\n
solidarietà e vicinanza

Lamezia Terme, ferma condanna di FI per gli episodi di violenza presso gli uffici dei Servizi Sociali 

La vicinanza del partito ai dipendenti comunali direttamente coinvolti nell’accaduto, che ogni giorno svolgono il proprio lavoro con professionalità, responsabilità e spirito di servizio nei confronti della cittadinanza
Redazione
6 giugno 2026
Ore 06:25
Lamezia Terme, ferma condanna di FI per gli episodi di violenza presso gli uffici dei Servizi Sociali\u00A0\n
L’intervista

Sui serbatoi di Meridionale Petroli a Vibo Marina c’è chi dice Sì, De Pinto: «Lavoro e sviluppo economico da anni»

Mentre la politica e la gran parte della cittadinanza protesta contro la permanenza dei depositi costieri, non manca chi va controcorrente: «Manifestare per il piano di sicurezza è un paradosso, chi vuole raggiungere la spiaggia di via Vespucci potrà farlo comunque»
Cristina Iannuzzi
6 giugno 2026
Ore 04:15
Sui serbatoi di Meridionale\u00A0Petroli a Vibo Marina c’è chi dice Sì, De Pinto: «Lavoro e sviluppo economico da anni»\n
Il documento

Processo Cutro, Frontex indicò il Summer Love come «possible migrant vessel»

La comunicazione dell'agenzia europea emerge durante l'udienza e diventa il fulcro di un acceso confronto tra i legali sulle informazioni disponibili prima del naufragio del 26 febbraio 2023
Redazione
5 giugno 2026
Ore 20:35
Processo Cutro, Frontex indicò il Summer Love come «possible migrant vessel»\n
La testimonianza

Processo Cutro, l'ex comandante della Capitaneria: «Il ritardo nelle comunicazioni bloccò i soccorsi»

In aula la testimonianza di Vittorio Aloi. La Guardia Costiera sarebbe stata pronta a intervenire, ma non ricevette informazioni tempestive sul pericolo: «Se fossimo stati avvisati saremmo arrivati in tempo» 
Redazione
5 giugno 2026
Ore 18:53
Processo Cutro, l'ex comandante della Capitaneria: «Il ritardo nelle comunicazioni bloccò i soccorsi»\n
racconto choc

Processo naufragio di Cutro, la superstite accusa: «I soccorsi arrivarono 3-4 ore dopo»

Mamozai Nigeena racconta in aula i momenti successivi al naufragio del Summer Love e chiede spiegazioni sui tempi di intervento dei soccorritori: «Perché non sono venuti a prenderci?»
Redazione
5 giugno 2026
Ore 18:08
Processo naufragio di Cutro, la superstite accusa: «I soccorsi arrivarono 3-4 ore dopo»\n
Processo e clan

Recovery, l’esame dei collaboratori verso la chiusura: atteso Roberto Presta

Nell’aula della Corte d’Assise di Cosenza prosegue l’istruttoria del processo della Dda contro i presunti gruppi criminali cittadini. Sentito il pentito Luca Pellicori
Antonio Alizzi
5 giugno 2026
Ore 17:30
Recovery, l’esame dei collaboratori verso la chiusura: atteso Roberto Presta\n
Il mistero

Omicidio De Tursi a Strongoli, dopo 13 anni la madre scopre il luogo dove fecero ritrovare la moto: «E se anche mio figlio fosse là?»

Gabriele è scomparso dal comune del Crotonese a 19 anni, il suo corpo non venne mai trovato. L’appello della donna alla coscienza di chi sa. «Mio figlio può avere anche commesso degli sbagli. Ma contro di lui c’è stata troppa crudeltà»
Alessia Truzzolillo
5 giugno 2026
Ore 16:59
Omicidio De Tursi a Strongoli, dopo 13 anni la madre scopre il\u00A0luogo dove\u00A0fecero ritrovare la moto: «E se anche mio figlio fosse là?»\n
La reazione

Caso Festival di Spoleto, Oliverio: «Ignorate le sentenze penali e i risultati ottenuti. Ricorrerò in Cassazione»

Dopo la condanna definitiva per danno erariale, l’ex presidente della Regione Calabria difende la scelta promozionale e parla di un evidente errore da correggere: «Sono letteralmente allibito dalla lettura del provvedimento della (in)giustizia contabile»
Redazione Cronaca
5 giugno 2026
Ore 16:39
Caso Festival di Spoleto, Oliverio: «Ignorate le sentenze penali e i risultati ottenuti. Ricorrerò in Cassazione»\n
Il sistema

I lividi dei braccianti al pronto soccorso di Lamezia e la denuncia degli esperti. Nicaso: «La legalità costa troppo»

Le botte (e il licenziamento) per aver chiesto il salario. I dati preoccupanti dell’Ispettorato di Cosenza. Il professore e saggista: «La politica interviene soltanto dopo le tragedie e il sangue». L’avvocata Lidia Vicchio spiega la trappola del sistema immigrazione
Alessia Truzzolillo
5 giugno 2026
Ore 15:32
I lividi dei braccianti al pronto soccorso di Lamezia e la denuncia degli esperti. Nicaso:\u00A0«La legalità costa troppo»\n
La protesta

Vibo, dopo la grave crisi di maggio centro storico ancora senz’acqua: «Da giorni rubinetti a secco, siamo disperati»

Cresce il malcontento di residenti ed esercenti per i continui disservizi: «Serve una soluzione definitiva. Non chiediamo l’acqua 24 ore su 24 ma almeno la possibilità di riempire le cisterne e vivere in condizioni dignitose»
Giusy D'Angelo
5 giugno 2026
Ore 15:19
Vibo, dopo la grave crisi di maggio centro storico ancora senz’acqua: «Da\u00A0giorni rubinetti a secco, siamo disperati»\n
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