Bruxelles evita una condanna esplicita delle sanzioni americane contro Caracas: pesano il rapporto transatlantico, l’assenza di una politica estera comune e il timore di ricadute economiche, mentre l’Unione resta ai margini della crisi
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Sulle tensioni tra Stati Uniti e Venezuela l’Unione Europea continua a muoversi in equilibrio, evitando prese di posizione che possano essere lette come una condanna dell’azione americana. Un silenzio che non è casuale, ma il risultato di calcoli politici, divisioni interne e di un rapporto strutturale con Washington che limita l’autonomia europea sul piano internazionale.
Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno intensificato la pressione su Caracas attraverso sanzioni economiche, isolamento diplomatico e accuse di destabilizzazione regionale. Misure che, secondo diverse agenzie umanitarie, hanno contribuito ad aggravare una crisi economica e sociale già profonda. Eppure, da Bruxelles non è arrivata una condanna esplicita dell’approccio statunitense.
Alla base della prudenza europea c’è innanzitutto il rapporto con gli Stati Uniti. La cooperazione transatlantica resta centrale per la sicurezza e la politica estera dell’UE, in particolare attraverso la NATO. In questo quadro, uno scontro politico aperto su un dossier come il Venezuela viene considerato un rischio inutile, soprattutto in una fase segnata da instabilità globale e da altre priorità strategiche.
L’Europa, di fatto, continua a privilegiare il mantenimento dell’asse con Washington rispetto alla costruzione di una linea autonoma in America Latina. A pesare è anche la posizione europea nei confronti del governo venezuelano. L’UE ha più volte denunciato violazioni dei diritti umani e carenze democratiche, adottando a sua volta sanzioni mirate contro esponenti del governo di Caracas. Questo rende politicamente complesso distinguere tra le responsabilità interne del Venezuela e gli effetti delle pressioni esterne esercitate dagli Stati Uniti.
Il risultato è una narrazione che tende a giustificare, o quantomeno a non contrastare apertamente, la strategia americana, anche quando le conseguenze ricadono in larga misura sulla popolazione civile.
A frenare qualsiasi iniziativa comune è anche la mancanza di una vera politica estera unitaria. Gli Stati membri restano divisi: alcuni sostengono apertamente la linea statunitense, altri puntano sul dialogo e sulla mediazione. Questa frammentazione impedisce all’Europa di parlare con una sola voce e la condanna a un ruolo marginale.
In assenza di consenso, la scelta prevalente resta quella meno costosa: dichiarazioni di principio, appelli al dialogo e nessuna iniziativa capace di modificare gli equilibri.
Non meno rilevanti sono le considerazioni economiche. Le sanzioni americane hanno un impatto extraterritoriale che può colpire imprese e istituti finanziari europei. Per molti governi, esporsi contro Washington significherebbe mettere a rischio interessi economici concreti, senza garanzie di risultati politici.
Questa prudenza ha però un prezzo. L’Unione Europea appare sempre più come un attore che subisce le dinamiche geopolitiche invece di orientarle. Rinunciando a costruire un fronte comune o a proporsi come mediatore credibile, Bruxelles accetta un ruolo di secondo piano in una crisi che continua a produrre instabilità e sofferenza.
Il caso venezuelano diventa così l’ennesima cartina di tornasole dei limiti europei: grandi dichiarazioni di principio, ma scarsa capacità di tradurle in una politica estera autonoma e incisiva.








