Da 37 anni il procuratore di Napoli parla nelle scuole di mafie, legalità e libertà di scelta. Il governatore della Calabria porta invece «Il coraggio di governare» tra Roma, Cosenza e Milano, puntando sui giovani per il futuro di Forza Italia e del centrodestra. Due percorsi diversi e un interrogativo sulla sua proiezione nazionale del politico
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Per capire la portata della presenza pubblica di Gratteri bisogna riavvolgere il nastro molto più indietro dei suoi libri e della popolarità nazionale conquistata negli ultimi anni. Entrato in magistratura nel 1986, il magistrato originario di Gerace iniziò come giudice al Tribunale di Locri, nel 1991 diventò sostituto procuratore nella stessa sede e nel 1996 passò alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, della quale sarebbe diventato procuratore aggiunto nel 2009. Nel 2016 arrivò la nomina a procuratore della Repubblica di Catanzaro, incarico che comportava anche la guida della Direzione distrettuale antimafia del distretto e che Gratteri ha mantenuto fino al trasferimento in Campania; nell’ottobre del 2023 si è insediato infatti come procuratore della Repubblica di Napoli, prendendo la guida di quella che, per dimensioni dell’organico, è la Procura più grande d’Italia.
Quasi quarant’anni di carriera giudiziaria raccontano però soltanto metà della storia, perché parallelamente alle indagini, alle grandi operazioni antimafia e agli incarichi di vertice Gratteri ha costruito una seconda traiettoria che non passa per i tribunali ma per le aule scolastiche. In un’intervista del 2023 ha spiegato: «Vado nelle scuole dal 1989», precisando di svolgere mediamente una cinquantina di incontri l’anno. Nel 2018 aveva aggiunto un particolare ancora più significativo: prima che la sua notorietà diventasse nazionale, entrava persino nelle scuole elementari per parlare di mafia, raccontando che anni dopo gli era capitato di incontrare magistrati e ufficiali dei carabinieri che gli avevano riferito di avere scelto quel mestiere dopo averlo ascoltato da ragazzi. Non si tratta dunque di un’attività nata insieme ai bestseller, alle televisioni o ai social network, ma di una presenza iniziata trentasette anni fa e proseguita mentre la carriera lo portava da Locri a Reggio Calabria, quindi a Catanzaro e infine a Napoli.
I ragazzi del 1989 oggi hanno più di quarant’anni
Il tempo modifica completamente la prospettiva. I bambini delle elementari ai quali Gratteri parlava alla fine degli anni Ottanta oggi hanno superato i quarant’anni, gli adolescenti di allora possono averne cinquanta o più, molti saranno diventati genitori e avranno a loro volta figli che frequentano una scuola; alle prime generazioni se ne sono aggiunte altre, fino agli studenti delle medie che nel dicembre scorso lo ascoltavano sulla Riviera romagnola e ai ragazzi delle superiori incontrati a marzo a Sant’Anastasia, ai quali il procuratore capo di Napoli scelse deliberatamente di parlare di legalità evitando di trasformare l’appuntamento in una discussione sul referendum costituzionale ormai imminente. La platea di Gratteri, quindi, non è più soltanto giovane: è diventata intergenerazionale, perché quasi quattro decenni di incontri hanno sedimentato una relazione con persone che lo hanno conosciuto in momenti differenti della propria formazione.
Proprio questo rende particolarmente significativa la scena di oggi a Messina. L’iniziativa, promossa dalla Federazione lavoratori della conoscenza della Cgil insieme all’Unione degli universitari e alla Rete degli studenti medi, è costruita affinché siano studentesse e studenti delle scuole e dell’università a rivolgere direttamente le domande a Gratteri, collegato in videoconferenza. Il punto non è semplicemente che alla manifestazione partecipino dei giovani: sono i giovani la ragione stessa dell’incontro, all’interno di una conversazione che lega diritto allo studio, legalità e possibilità di sviluppo del Mezzogiorno. La stessa impostazione attraversa da decenni le apparizioni pubbliche del magistrato, che utilizza la conoscenza delle mafie non soltanto per descrivere il crimine, ma per parlare delle conseguenze delle scelte, delle scorciatoie, dello studio e della libertà individuale.
Il referendum e una generazione che la politica aveva sottovalutato
Quel rapporto con le nuove generazioni ha assunto un rilievo particolare durante la campagna per il referendum costituzionale sulla giustizia della scorsa primavera, quando Gratteri si è schierato pubblicamente per il No spiegando le proprie ragioni e diventando uno dei protagonisti più riconoscibili del confronto. Il risultato ha poi mostrato una mobilitazione giovanile che una parte della politica non aveva previsto nelle stesse proporzioni: secondo l’analisi post-voto di YouTrend realizzata per Sky TG24, tra i 18 e i 34 anni l’affluenza ha raggiunto il 67,3 per cento, quasi otto punti oltre la media, mentre circa il 60 per cento degli elettori della stessa fascia ha scelto il No. Attribuire a Gratteri quel comportamento elettorale significherebbe trasformare una relazione temporale in un nesso causale che nessun dato dimostra, ma il referendum ha certamente mostrato quanto fosse reale una platea giovanile disposta a partecipare quando riteneva di avere davanti una questione capace di riguardarla direttamente.
La suggestione politica nasce semmai da un’altra considerazione, molto più difficile da misurare ma proprio per questo interessante. Quasi quattro decenni di incontri nelle scuole hanno consegnato a Gratteri una riconoscibilità che attraversa generazioni, territori e ambienti sociali differenti senza essere stata costruita per ottenere un consenso elettorale; non esiste alcun sondaggio serio che autorizzi a tradurre quel patrimonio in voti e sarebbe arbitrario immaginare numeri, percentuali o futuri successi alle urne, ma resta una domanda che la stessa notorietà del magistrato inevitabilmente alimenta: che cosa accadrebbe se un giorno una platea civile costruita senza partiti, tessere e campagne elettorali entrasse nell’arena politica? Per ora la risposta più importante l’ha data lo stesso interessato: a giugno, interrogato su una possibile discesa in campo, Gratteri ha risposto «Io penso di no» e si è definito il «felice procuratore di Napoli», confermando che il suo orizzonte dichiarato resta la magistratura.
Occhiuto ha individuato la stessa generazione, ma parte da un’altra piazza
Roberto Occhiuto muove naturalmente dall’estremo opposto. Il presidente della Regione Calabria e vicesegretario nazionale di Forza Italia esercita un mestiere nel quale ascolto, proposta e consenso devono prima o poi incontrarsi e proprio i giovani sono diventati uno dei temi più insistiti della riflessione che accompagna Il coraggio di governare. A Cosenza il governatore ha parlato di un Paese che rischia di «invecchiare male» perché continua a funzionare più attraverso gli scatti di anzianità che attraverso quelli di futuro, richiamando innovazione, creatività e reddito di merito; poche ore prima, intervenendo all’Università della Calabria, aveva affrontato anche il terreno dei diritti civili, sostenendo che il centrodestra rischi talvolta di apparire «ingiallito» proprio davanti a ragazzi che discutono di sessualità e libertà con una naturalezza alla quale la politica fatica ancora ad adeguarsi.
La questione, però, comincia esattamente dove finiscono quelle parole, perché Gratteri parla ai giovani avendoli davanti da trentasette anni, mentre Occhiuto sta ancora cercando il modo di portarli stabilmente dentro la propria platea politica. La prima presentazione romana del libro, il 30 settembre, ha rapidamente assunto i contorni di una discussione nazionale su Forza Italia, sui diritti civili, sul metodo riformista e persino sulla comunicazione del segretario Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri oltre che leader del partito azzurro; al Rendano di Cosenza il libro è diventato nuovamente l’occasione per interrogare il governatore sul proprio futuro e sui rapporti interni al centrodestra, mentre oggi la tappa milanese approda in una delle grandi librerie simbolo della città e dell’editoria nazionale. Il tour allarga certamente il raggio della presenza di Occhiuto, ma continua a muoversi soprattutto dentro il circuito della politica, dell’informazione, delle istituzioni e del pubblico già interessato al dibattito nazionale.
La differenza non assegna meriti o demeriti, perché sarebbe artificioso pretendere che un presidente di Regione costruisca la propria agenda pubblica secondo lo schema di un magistrato, ma rende molto più preciso il confronto. Occhiuto parla sempre più spesso della necessità di raggiungere i giovani; Gratteri ha costruito una parte essenziale della propria presenza pubblica andando direttamente a cercarli. Il primo parte dalla politica e prova ad allargare il pubblico di un progetto già dichiarato, il secondo è partito dalle scuole e, senza aver mai chiesto un voto, ha finito per costruire nel tempo una comunità di ascolto che attraversa ormai più generazioni. La sfida per Occhiuto diventa allora capire se al cambiamento del linguaggio potrà corrispondere anche un cambiamento dei luoghi e delle platee, passando dal parlare dei ragazzi al discutere stabilmente con loro.
Due libri, due funzioni diverse
Anche i libri raccontano questa distanza. Gratteri utilizza da anni i volumi scritti con Antonio Nicaso, storico delle organizzazioni criminali e studioso della ’ndrangheta, come strumenti per proseguire una conversazione pubblica già esistente: Cartelli di sangue affronta il narcotraffico internazionale, il potere economico delle mafie e le trasformazioni delle organizzazioni criminali, mentre Come radici. Una storia sulle seconde possibilità porta gli stessi temi verso lettori più giovani e verso il terreno delle scelte individuali. Quando quei libri entrano in una scuola o in una piazza, la presentazione tende quindi a diventare un discorso più largo sulla cittadinanza, sulla libertà e sulla possibilità di sottrarsi alle scorciatoie offerte dalla criminalità.
Il coraggio di governare nasce invece dichiaratamente dentro la politica e viene presentato come la proposta di un centrodestra liberale e riformista contrapposto alle scorciatoie populiste. Occhiuto non si limita a raccontare ciò che ha realizzato in Calabria, ma prova a trasformare quell’esperienza in un metodo applicabile altrove, sostenendo a Cosenza che se alcune decisioni complicate sono state possibili in una regione difficile, allora possono diventarlo anche nel resto del Paese. Il passaggio dalla dimensione regionale a quella nazionale, dunque, non è soltanto una lettura giornalistica del tour: appartiene alla stessa narrazione con cui il governatore sta accompagnando il volume da una città all’altra.
Il libro e la domanda sul futuro di Occhiuto
Proprio qui la presentazione editoriale comincia a confondersi con qualcosa di più ampio. Occhiuto discute della fisionomia di Forza Italia, dei limiti comunicativi del partito, dei diritti civili, del rapporto con i liberali e con i riformisti, della capacità del centrodestra di parlare alla modernità e delle generazioni che rischiano di non riconoscersi più nei linguaggi tradizionali; contemporaneamente esclude di voler aprire una battaglia per la leadership, ma costruisce inevitabilmente un profilo nazionale perché nazionale è ormai il terreno sul quale interviene. Alla presentazione cosentina, interrogato sul proprio futuro, ha ribadito di voler restare alla guida della Calabria aggiungendo tuttavia che, qualora esistessero ruoli compatibili con la carica di presidente della Regione, non avrebbe problemi ad assumerli «a beneficio anche della Calabria». Nessuna candidatura annunciata e nessun incarico già scritto, ma una disponibilità che acquista inevitabilmente un significato diverso mentre il libro passa da Roma a Cosenza e da Cosenza a Milano.
La fotografia di questo 8 ottobre racchiude allora meglio di qualsiasi slogan il punto dal quale partire: a Messina un magistrato che ha escluso, almeno per ora, una discesa in politica continua a rispondere alle domande degli studenti come fa dal 1989, mentre a Milano un politico che rivendica la necessità di riconquistare le nuove generazioni presenta il proprio manifesto davanti a una platea che il suo tour prova progressivamente ad allargare oltre i confini della Calabria. Non serve sostenere che Occhiuto stia imitando Gratteri, perché i ruoli restano differenti e gli obiettivi non sono sovrapponibili; basta osservare che uno ha costruito per trentasette anni il pubblico che l’altro considera oggi decisivo per il futuro della propria area politica, e che proprio nella distanza fra quelle due piazze potrebbe nascondersi la prova più difficile per il governatore calabrese. Il titolo scelto da Occhiuto promette decisione, visione e capacità di affrontare scelte impopolari, ma dopo Roma, Cosenza e oggi Milano lascia aperto anche l’interrogativo che accompagna inevitabilmente la sua crescente proiezione nazionale: Il coraggio di governare, sì. Ma dove?



