«Fino all’ultimo dei nostri giorni dobbiamo lottare, dobbiamo impegnarci per cambiare la Calabria». È quanto Nicola Gratteri, oggi alla guida della Procura di Napoli, ha detto nel corso della conferenza stampa, il 19 dicembre 2019, per illustrare i contenuti dell’operazione Rinascita Scott che ha disarticolato ben 13 cosche vibonesi.

«Dovete andare nelle piazze a pretendere il cambiamento che oggi noi siamo riusciti a produrre» – ha inoltre affermato Gratteri, lanciando una sorta di appello accorato ai calabresi –: «Rimboccatevi le maniche, basta piangersi addosso, dovete occupare gli spazi che questa notte abbiamo liberato».

Vibo Valentia ha reagito – e continua a reagire – alle sollecitazioni provenienti dal Procuratore, figlio della Locride, con una mobilitazione civile ampia e consapevole. Il 24 dicembre di quell’anno, l’associazione Libera, grazie all’impegno di Giuseppe Borrello, oggi referente regionale, promuove una manifestazione antimafia straordinariamente partecipata: oltre cinquemila persone attraversano le principali vie della città, per concludere il corteo davanti al Comando provinciale dell’Arma dei Carabinieri, in un gesto simbolico di alleanza tra società civile e Stato.

Da tempo, tuttavia, Vibo Valentia e l’intero territorio provinciale sono attraversati da una sequenza di intimidazioni riconducibili con chiarezza a una matrice mafiosa, segnali evidenti di una fase di riorganizzazione del sistema criminale locale.

Nel mirino finiscono esercizi commerciali, istituti scolastici, autovetture di amministratori pubblici e professionisti, colpiti da azioni violente che non appaiono casuali. Tali episodi si collocano infatti in una fase delicata, segnata dalla scarcerazione di esponenti di rilievo dei clan vibonesi, avvenuta per la decorrenza dei termini di custodia cautelare, alimentando un clima di tensione e di pressione sul tessuto sociale e istituzionale del territorio.

Ciò nonostante, non sono mancate le reazioni politico-istituzionali, dell’associazionismo antimafia e dei commercianti colpiti in prima persona dalla violenza ’ndranghetista, a dimostrazione che la pedagogia di Gratteri è riuscita a mettere in moto significativi processi di cambiamento culturale.

«Andiamo avanti a testa alta» sono le parole pronunciate da Costantino Chiarella, venticinquenne titolare di una storica macelleria in via Giovanni XXIII, all’indomani dell’intimidazione subita. Un’espressione che va oltre la reazione emotiva e si configura come una chiara presa di posizione etica e politica, capace di mettere in discussione, dal basso, la grammatica del potere mafioso e la sua pretesa di controllo del territorio.

La paura, quando si radica, genera omertà e silenzio, finendo per normalizzare la violenza e renderla parte strutturale del tessuto sociale. Rompere questo meccanismo è il primo atto di resistenza.

Dire «andiamo avanti» significa disarticolare il cuore del linguaggio mafioso, che mira a spezzare relazioni, interrompere processi sociali e condizionare i legami civici. Rinnovare il proprio impegno pubblico e assumersi nuove responsabilità di cittadinanza diventa così una forma concreta e quotidiana di resistenza democratica.

L’espressione «a testa alta» rafforza ulteriormente la portata di questo vocabolario sociale. La Calabria, e in particolare il Vibonese, sono territori storicamente segnati da un dominio mafioso che ha costruito il proprio potere anche attraverso un lessico simbolico fondato sulla sottomissione: una vera e propria pedagogia dell’inginocchiatoio, che non ammette deroghe né compromessi.

Intere generazioni sono state educate a pratiche di subalternità inaccettabili, fino a interiorizzare – per usare le parole di Paulo Freire nella Pedagogia degli oppressi – i codici dell’oppressione, trasformandoli in linguaggio ordinario e in senso comune. È in questa interiorizzazione che prende forma una mentalità mafiosa strutturata, capace di riprodursi nel tempo nutrendosi di violenza, ricatto e silenzio.

Quello di Chiarella è un messaggio pedagogico dirompente, perché la scelta di quell’«andiamo» sposta la risposta all’arroganza mafiosa dal piano individuale della vittima a quello collettivo, sociale e propriamente civico. Andiamo non è un verbo solitario: chiama in causa tutti – scuola, università, Chiesa, istituzioni, associazioni, sindacati, cittadine e cittadini – e afferma senza ambiguità che lo Stato siamo noi.

In questo senso, l’andiamo di Chiarella richiama l’I care di Don Lorenzo Milani: un’assunzione di responsabilità che rifiuta l’indifferenza e rivendica l’impegno come scelta quotidiana. È un invito esplicito alla corresponsabilità, perché – come ci ha insegnato Paolo Borsellino – la lotta alle mafie non può essere delegata a pochi né ridotta alla sola azione repressiva, ma deve diventare prassi ordinaria di cittadinanza attiva.

Un movimento culturale, dunque, capace di farsi pedagogia della liberazione, rompendo quadri mentali e comportamentali distorti e restituendo alla comunità il senso pieno della responsabilità democratica.

Le parole di Chiarella valgono più di quelle pronunciate dai professionisti dell’antimafia di mestiere, da chi ha trasformato l’impegno civile in retorica, rendita e filiera di potere, perché sono parole schierate, dunque autentiche, incarnate nella vita quotidiana. Non nascono nei convegni, ma nei luoghi esposti, dove il rischio è reale e il coraggio non è un esercizio verbale.

«Andiamo avanti a testa alta» può e deve diventare il manifesto di una nuova antimafia sociale calabrese, capace di farsi comunità libera e responsabile: una società che sceglie di non abbassare più lo sguardo, di non vivere piegata né costretta a muoversi nell’ombra dei clan, ma di camminare finalmente alla luce della dignità, dei diritti e dei doveri.