Appello del pm antimafia Corrado Cubellotti contro Silvio Orlando, Cristian Vozza e Simone Greco
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L'aula bunker di Castrovillari, dove si è tenuta la seconda parte del processo Reset
Nel capitolo dedicato al gaming, l’appello della Dda di Catanzaro riapre uno dei segmenti più delicati del processo, mettendo in discussione le assoluzioni pronunciate in primo grado per Silvio Orlando, Cristian Vozza e Simone Greco. La sentenza aveva tracciato un confine netto: Orlando condannato solo per i capi 123 e 123 bis, cioè esercizio abusivo continuato dell’attività di gaming e frode informatica, ma assolto dall’associazione e dal riciclaggio; Vozza e Greco invece assolti su tutta la linea, con il Tribunale di Cosenza (composto dai giudici Ciarcia, Granata e Vigna) che aveva ritenuto non provata né la struttura associativa né la consapevolezza del meccanismo fraudolento.
L’impugnazione della Procura, rappresentata dal pubblico ministero Corrado Cubellotti, si muove su piani distinti. Per Orlando si contesta solo l’assoluzione dal capo 122, cioè l’ipotesi associativa sostanzialmente naufragata già nella fase cautelare davanti alla Suprema Corte di Cassazione. Per Vozza e Greco, invece, l’appello ha investito anche i reati-fine, sostenendo che la motivazione di primo grado avrebbe separato in modo eccessivo i livelli di responsabilità, riconoscendo alcuni dati strutturali ma escludendo le conseguenze penali.
Secondo l’accusa, infatti, lo stesso Collegio avrebbe già fissato alcuni punti: l’esistenza di una società di fatto tra Orlando e Chiaradia, l’uso della cosiddetta doppia scheda per alterare le slot e sottrarre giocate al monitoraggio del provider, e il ruolo di prestanome attribuito ad altri soggetti. Nonostante questo, il Tribunale collegiale di Cosenza ha escluso la prova dell’associazione e, per alcuni imputati, la consapevolezza del sistema. È qui che si innesta la critica della Dda, coordinata dal procuratore capo Salvatore Curcio, che parla di una motivazione “a doppia velocità”, fondata su una lettura parcellizzata degli elementi.
Perché la Dda ha fatto ricorso
Il cuore dell’appello poggia su intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, utilizzate per delineare una struttura organizzata e ruoli differenziati. In questa chiave, uno dei passaggi valorizzati riguarda il rapporto tra Orlando e Vozza: «Da rilevare, dunque, come, sebbene i rapporti diretti con il Vozza siano intrattenuti tendenzialmente da Chiaradia, Orlando non ignori lo specifico ruolo ricoperto dal primo…».
Sempre secondo la ricostruzione accusatoria, alcune vicende concrete rafforzerebbero il quadro. Tra queste, il pestaggio di un cliente in una sala slot gestita da Andrea Bruni, episodio attribuito a Daniele Chiaradia e Cristian Vozza. La Procura lo ha letto non tanto per l’illecito in sé, quanto come indice del ruolo attribuito a Vozza nelle fasi di tensione: gestione delle criticità, pressioni sui soggetti esterni e “tenuta” del sistema. Dopo l’aggressione, Bruni avrebbe deciso di denunciare una tentata truffa temendo ritorsioni; Chiaradia avrebbe informato Orlando, che - secondo l’impostazione accusatoria - avrebbe minimizzato la portata della denuncia, rassicurando sulla possibilità di conoscerne il contenuto.
Le intercettazioni richiamate in appello
Nello stesso solco vengono richiamate conversazioni su recuperi crediti e interventi ritenuti intimidatori. In una telefonata del gennaio 2018, Francesco Carelli avrebbe segnalato un debitore insolvente, ricevendo l’indicazione di presentarsi con Vozza; il timore espresso nella frase «e che lo dobbiamo fare ammazzare, eh… Daniè?» viene letto dagli inquirenti come spia di metodi percepiti all’interno del circuito. Chiaradia prova a ridimensionare, ma per l’accusa quel dialogo confermerebbe un ruolo non occasionale di Vozza.
Le intercettazioni citate nell’appello insistono proprio su questo punto: il contributo attribuito a Vozza non solo nelle fasi di pressione, ma anche in quelle operative. In alcune conversazioni del 2018, viene descritto come colui il quale richiama debitori, ricorda somme anticipate o interviene su scelte legate alle slot installate. In un passaggio, parlando con Chiaradia, avrebbe ribadito un credito vantato con parole esplicite: «Tu mi devi dare due mila e cinque». In altri dialoghi emergono riferimenti al cosiddetto “scarico”, cioè al ritiro degli incassi, e alla gestione di somme da consegnare a Chiaradia.
Per la Procura, questi elementi si collegano anche al ruolo attribuito a Simone Greco, indicato come figura più legata alla contabilità e alla gestione ordinaria, mentre a Vozza verrebbe demandata la fase “patologica”, cioè quella delle pressioni quando emergono criticità. Una distinzione funzionale che, nell’impostazione accusatoria, contribuirebbe a delineare un assetto organizzato.
L’appello della Dda valorizza inoltre conversazioni in cui Orlando mostrerebbe consapevolezza del ruolo di Vozza e della necessità di interventi energici in alcune situazioni, così come dialoghi sulla ricerca di intestatari per nuove strutture o circoli ricreativi destinati a ospitare attività di gaming. In queste ricostruzioni si inserisce anche la figura di presunti prestanome, letti come elementi di copertura formale.
Non manca il tema della doppia scheda, considerato centrale dalla Procura. Secondo l’impostazione accusatoria, chi operava materialmente sulle macchine non poteva non accorgersi del sistema. Da qui la critica alla conclusione del Tribunale sulla mancanza di dolo per Vozza e Greco: la consapevolezza, sostiene il pubblico ministero antimafia Corrado Cubellotti, emergerebbe dalle mansioni, dalle conversazioni e dalla collocazione temporale di alcune condotte successive a dialoghi ritenuti “strategici”.





