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Rinascita-Scott, da Saverio Razionale a Pasquale Bonavota: i profili criminali e le condanne inflitte ai boss vibonesi

L'inchiesta ha decapitato tutti i clan della provincia calabrese grazie alle rivelazioni di una serie di pentiti eccellenti come Andrea Mantella ed Emanuele Mancuso. Ecco chi sono e quanti anni di carcere gli sono stati comminati

Francesco Rende
20 novembre 202312:32
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Rinascita-Scott, da Saverio Razionale a Pasquale Bonavota: i profili criminali e le condanne inflitte ai boss vibonesi

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L'inchiesta ha decapitato tutti i clan della provincia calabrese grazie alle rivelazioni di una serie di pentiti eccellenti come Andrea Mantella ed Emanuele Mancuso. Ecco chi sono e quanti anni di carcere gli sono stati comminati

Pasquale Bonavota - 28 anni

Uno dei più influenti tra i personaggi coinvolti dopo l’uscita, in questa fase processuale, del mammasantissima Luigi Mancuso e del boss di Zungri Peppone Accorinti. Dopo la cattura di Matteo Messina Denaro e fino al giorno del suo arresto, è stato a lungo considerato il latitante più importante tra quelli presenti nell’elenco del Ministero dell’Interno. La sua corsa si è arrestata il 27 aprile del 2023 a Genova, quando è stato fermato all’interno di una chiesa, ma il suo percorso processuale incontra adesso con Rinascita Scott il primo vero e proprio massiccio da scalare. Secondo le deposizioni del pentito Andrea Mantella, Bonavota ha costruito una carriera criminale di primo piano dopo la morte del padre, puntando forte sulla sua capacità di fare affari e sui traffici di stupefacente tra Italia e Svizzera. Nelle deposizioni Mantella racconta la guerra di mafia ed il ruolo di Bonavota, i rapporti con i clan reggini di base a Roma e l’espansione commerciale tra affari leciti e illeciti. 

Insieme a lui sono sotto accusa i fratelli Domenico e Nicola Bonavota, a cui sono stati comminati rispettivamente 30 e 26 anni, mentre per il quarto fratello – Salvatore Bonavota, di 35 anni – la sentenza è di 16 anni di reclusione. Vengono collocati tutti al vertice dell’omonimo clan di Sant’Onofrio (fondato dal padre Vincenzo, deceduto nel 1997) con Domenico Bonavota indicato quale “mente criminale ed organizzatore di omicidi” e il fratello Pasquale quale “capo società”. 

L'inchiesta ha decapitato tutti i clan della provincia calabrese grazie alle rivelazioni di una serie di pentiti eccellenti come Andrea Mantella ed Emanuele Mancuso. Ecco chi sono e quanti anni di carcere gli sono stati comminati

Saverio Razionale - 30 anni

Uno delle figure al centro del processo è quella di Saverio Razionale, indicato come il boss di San Gregorio d’Ippona, con interessi milionari – secondo l’accusa – anche nella capitale. E’ emerso così che il boss dimorava a Roma in un residence sito in via Aurelia Antica e le attività investigative hanno permesso di appurare come il boss fosse impegnato nella gestione di importanti investimenti e attività imprenditoriali in forma occulta, svolgendo anche funzioni di “mediazione” per la risoluzione di vicende riguardanti il Vibonese. Per lui era stata chiesta una condanna a 30 anni, confermata, poiché considerato al vertice del clan insieme al capo storico Rosario Fiarè (deceduto nel corso del processo) e Gregorio Gasparro (condannato a 16 anni in abbreviato).  Razionale, inoltre, è accusato di essere un esponente apicale del “direttorio” criminale dell’intera area del Vibonese, operando in diretto e stretto rapporto con i boss Luigi Mancuso di Limbadi e Giuseppe Accorinti di Zungri, mantenendo anche rapporti con “colletti bianchi” come l’avvocato Giancarlo Pittelli.

Francesco Barbieri - 24 anni

Francesco Barbieri, 58 anni, alias “Carnera”, viene indicato come il capo ‘ndrina di Cessaniti, struttura di ‘ndrangheta inserita nel “locale” di Zungri con al vertice il boss Giuseppe Accorinti; accusato del reato di associazione mafiosa, è ritenuto un capo cosca con compiti di decisione e pianificazione delle strategie e degli obiettivi, gestendo i rapporti con i gruppi rivali ed agendo in diretto contatto con Giuseppe Accorinti. In tal modo, Francesco Barbieri avrebbe avuto il controllo assoluto della zona di Cessaniti e Pannaconi, riscuotendo somme a titolo estorsivo, dirimendo controversie anche tra associati, compiendo reati volti a garantire al sodalizio proventi illeciti, prestigio ed autorevolezza fra la popolazione locale, attraverso il mantenimento di un ordine “mafioso” sul territorio, nonché infiltrandosi nell’economia locale. 

Antonio La Rosa - 24 anni

Già condannato in via definitiva quale capo ‘ndrina di Tropea, anche dopo aver scontato la pena per l’operazione “Peter Pan”, Antonio La Rosa, 62 anni, alias “Ciondolino” avrebbe continuato imperterrito a guidare il proprio clan. Per questo anche per lui la Dda di Catanzaro aveva chiesto 30 anni di reclusione: la sentenza invece ha confermato 24 anni di reclusione. Opererebbe in costante collegamento con il clan di Limbadi, anche grazie al raccordo posto in essere da Domenico Polito, 59 anni, altro soggetto ritenuto di peso nella “geografia” criminale della zona e condannato a 18 anni e sei mesi di reclusione. Antonio La Rosa era accusato di aver individuato personalmente gli obiettivi da colpire a Tropea, anche attraverso la selezione delle attività commerciali da sottoporre ad estorsione, nonché disponendo dei propri affiliati ai quali indicare le azioni da compiere, dirimendo in prima persona i contrasti coinvolgenti i propri sodali. 

Agostino Papaianni - 20 anni

Erano stati richiesti 30 anni anche per Agostino Papaianni, 72 anni, di Coccorino di Joppolo, al quale viene attribuito il ruolo di capo clan, in stretto raccordo con Luigi Mancuso del quale sarebbe stato uno storico fedelissimo. Da Agostino Papaianni sarebbero passate le imposizioni nei villaggi turistici dell’intero comprensorio di Capo Vaticano con il rifornimento di generi alimentari e l’assunzione di personale. Secondo i collaboratori di giustizia, la figura di Agostino Papaianni sarebbe stata talmente importante nella ‘ndrangheta che il suo nome sarebbe stato usato nelle “copiate” all’atto dell’affiliazione o delle “cerimonie” per il passaggio ai gradi mafiosi superiori da parte degli affiliati. Sotto processo si trova anche Giuseppe Papaianni, figlio di Agostino, per il quale la Dda di Catanzaro ha invece chiesto la condanna a 10 anni di reclusione e che risulta invece nell'elenco degli assolti.

Rosario Pugliese - 28 anni

Il massimo della pena è stato chiesto anche nei confronti di Rosario Pugliese, 57 anni, posto a capo della ‘ndrina dei “Cassarola”, dal soprannome della famiglia Pugliese con competenza criminale nel quartiere Affaccio di Vibo Valentia. Già coinvolto nel 2007 nell’operazione antimafia “Nuova Alba” quale elemento di spicco del clan Lo Bianco, Rosario Pugliese era stato però assolto in appello dall’accusa di associazione mafiosa; Viene ora indicato quale capo e direttore del sodalizio, con compiti decisionali e rappresentativi per l’intera ‘ndrina dei “Cassarola”, impartendo disposizioni ai vari sodali, coordinandone le attività e occupandosi direttamente delle attività estorsive e del controllo del territorio. 

Paolo Lo Bianco - 30 anni

È considerata una delle figure di spicco della ‘ndrangheta vibonese: Paolino Lo Bianco secondo le accuse avrebbe ereditato il “bastone” del comando dell’omonimo clan dal padre Carmelo (cl ’32), deceduto nel 2014 in ospedale a Parma in stato di detenzione all’età di 82 anni. Era già stato condannato in via definitiva per associazione mafiosa nel processo “Nuova Alba”. Scontata la pena, però, Paolino Lo Bianco secondo gli inquirenti avrebbe continuato nelle proprie attività criminali, tanto da divenire un bersaglio da colpire nelle intenzioni di Mommo Macrì, altro personaggio di Vibo Valentia condannato a 20 anni di reclusione nel processo Rinascita Scott celebrato con il rito abbreviato.

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